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Il 27 luglio dell’anno appena trascorso Ajahn Sumedho ha compiuto ottant’anni e ha tenuto un breve discorso di ringraziamento ai molti affezionati monaci e laici, orientali e occidentali, convenuti al monastero Amaravati in Inghilterra per festeggiare. Il testo è stato appena pubblicato sul Forest Sangha Newsletter del 2015 (scarica in pdf). Ho pensato di tradurlo qui (quasi integralmente) come piccolo regalo di Natale per chi legge il blog (meglio tardi che mai), e come occasione per esprimere con un gesto della mente, avendo mancato l’appuntamento pubblico, gratitudine e apprezzamento per Luang Por e tutto quello che mi ha dato e che continua a germinare. La nascita è inevitabilmente seguita dalla vecchiaia e dalla morte e un compleanno non necessariamente è un’occasione lieta. Ma una vecchiaia raggiunta camminando con integrità, saggezza e compassione è un frutto dolce che merita di essere condiviso e festeggiato, e che ci dona fiducia sulle nostre possibilità come esseri umani. Ci addita le nostre peggiori paure, dimostrandoci che la paura si può incontrare e superare.

NON MI PIACE CONSIDERARE questi cinque volumi di insegnamenti che ho avuto modo di offrire ai presenti oggi come gli insegnamenti di Ajahn Sumedho. Sono solo riflessioni sul Dhamma. Tanto per chiarire: sono gli insegnamenti del Buddha, non qualcosa di originale o personale. Spesso parlo di come ho affrontato problemi emotivi come la rabbia o la paura. Sono solo sumedhoincoraggiamenti da parte di qualcuno che conoscete, una persona che vive adesso, che condivide il suo modo di gestire le ansie, la preoccupazione, le paure e le tendenze nevrotiche. A volte le scritture sembrano troppo idealistiche, quando le leggi non ti sembrano applicabili più di tanto al problema personale che vivi sul momento. Ho sempre trovato utilissimo e incoraggiante quando Luang Por Chah parlava di come aveva affrontato problemi o blocchi emotivi di particolare intensità. All’inizio tendevo a idealizzarlo. Pensavo: ma lui è un maestro illuminato, probabilmente non ha mai avuto i problemi che ho io; appena nato camminava su sette fiori di loto, era puro, non ha mai dovuto fare i conti con la rabbia, la paura o cose del genere. Possiamo mettere gli insegnanti su un piedistallo e proiettare su di loro una perfezione originaria. E quando guardiamo noi stessi ci accorgiamo di sentirci dolorosamente inadeguati.

TANTE DELLE NEVROSI moderne sono solo ansie che creiamo attorno alla nostra vita. Anche nelle società sviluppate come la nostra, dove si fa di tutto per indurre un sentimento di sicurezza, l’ansia cresce. È un comune problema umano. Il Buddha ha messo le Nobili verità basate su dukkha, la sofferenza, nel suo primo discorso. Si può tradurre dukkha con ansia, o paura; è uno stato mentale che creiamo noi, che rende le nostre vite molto infelici e piene di timori e angosce. […] Se tutti gli altri testi, il resto del Tipitaka e via dicendo, improvvisamente scomparissero e non ci restasse altro che le Quattro nobili verità, sarebbe abbastanza. Sono la via alla non-sofferenza. Sono uno strumento che vi incoraggio a usare. L’insegnamento va fatto funzionare, però. Venerarlo, lodarlo, leggerlo e analizzarlo è un conto; non c’è niente di male, ma il punto […] è la paṭipadā: metterlo in pratica, farlo funzionare. Non mi piace vedervi soffrire. Se avessi la bacchetta magica e potessi farvi comprendere alla perfezione le Quattro nobili verità, la userei. Ma non ce l’ho. Posso solo incoraggiarvi, non posso far funzionare l’insegnamento per voi. E naturalmente nemmeno il Buddha. Ci ha solo dato un insegnamento che dobbiamo riportare e applicare nella realtà della nostra vita. È un semplice insegnamento basato sul comune fattore della sofferenza. Questo è il legame che condividiamo con tutte le creature. Tutti siamo soggetti a nascita, vecchiaia, malattia e morte. Abbiamo paure, desideri, invidie, avidità, confusione, e via dicendo. […] E io  sono stato tanto fortunato da avere l’occasione di metterlo in pratica, di prenderlo come maestro per risolvere i problemi, le paure e le abitudini emotive con cui ho dovuto confrontarmi.

LA VITA MONASTICA non è un formula magica, ma è una forma utile che ci ricorda di svegliarci, di prestare attenzione e non perderci in tutti i problemi creati dal mondo, o che creiamo sul nostro essere nel mondo. Dopo averlo adoperato per tutti questi anni ho fiducia e fede in questo insegnamento. È una formula assolutamente perfetta che si può applicare a chiunque, perché prende il fattore comune della sofferenza e, semplicemente cambiando atteggiamento nei suoi confronti, ti fa cominciare a capire la condizione umana. Cominci a capire cosa vuol dire essere una forma sensibile, avere paura della morte, volere il piacere e il successo e non volere il dolore, temere il fallimento e la perdita. Poi c’è il desiderio che le cose siano come non possono essere, cercare di creare un mondo illusorio, un sogno utopico che non potrà mai avverarsi perché non si basa sul Dhamma, sulla realtà, ma solo su ideali altisonanti. […]

ANCHE PRIMA DI imparare il tailandese dovevo sedere per ore ad ascoltare i discorsi sul Dhamma di Ajahn Chah, e una parola che ricorreva sempre era patipat […] che è il loro modo di rendere il termine pali paṭipadā, ossia “pratica”. Non è un credo, o una dottrina confusa che si può sperare di arrivare a comprendere. Ti dice come farlo. Si tratta di prendere l’esperienza più comune – dukkha – e usarla per esplorare il presente: la sofferenza, la paura, l’ansia, la preoccupazione, qualunque sia la cosa che incontriamo nel presente, è così. Da questa semplice pratica derivano l’intuizione, la comprensione e la saggezza che ci guidano nella vita, invece di sforzarci di applicare idee, cercare di migliorare la nostra personalità o reprimere i sentimenti e le emozioni. Si tratta di comprendere con saggezza la dimensione in cui ci troviamo a vivere. Vi offro queste parole come regalo per il mio compleanno.

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