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La paura nasce dall’armarsi. Guarda la gente che combatte! Ti dirò del turbamento che mi ha scosso. Vedendo gli esseri dibattersi come pesci in secca, reciprocamente ostili, vedendo questo, ebbi paura. Sutta Nipata 4.15

Nel suo intervento sul Corriere della Sera, il noto fisico Carlo Rovelli spiega perchè  “Leggere il Mein Kampf apre gli occhi” (o almeno, li ha aperti a lui), con riferimento alla recente polemica sulla scelta del Giornale di allegare al quotidiano un’edizione del famigerato diario. Leggi Carlo Rovelli su corriere.it

Non tutti i lettori sono come Rovelli (ma questa è una constatazione banale) e le ‘provocazioni’ facevano pensare forse fino a trent’anni fa, mentre oggi è più facile che vadano ad addensare e rimestare una sbobba emotiva indigeribile dove il pensiero si impastoia come un gabbiano nel catrame. Ciò premesso, ho apprezzato il tono sereno, ma moralmente e politicamente non equivoco, con cui mette a fuoco la paura e la debolezza come emozioni dominanti e scatenanti della violenza fascista (nelle sue varie edizioni) e ci incoraggia a riconoscerle anche dentro di noi: “Il motivo per cui bisogna dominare gli altri è il terrore che altrimenti ne saremo dominati. Il motivo per cui preferiamo combattere che collaborare è che siamo spaventati dalla forza degli altri. Il motivo per cui bisogna chiudersi in un’identità, un gruppo, un Volk, è per costruire una banda più forte delle altre bande ed esserne protetti in un mondo di lupi.”

Si dirà: non è nuovo, né originale. A cominciare da Psicologia di massa del Fascismo di W. Reich  (1933 1.ed), innumerevoli sono i tentativi di inquadrare il pensiero totalitario, il razzismo, le ideologie dell’estrema destra, su su fino ai più recenti sviluppi del fondamentalismo armato o di Stato e della violenza xenofoba sondando la sfera delle emozioni, delle patologie individuali e delle dinamiche di gruppo, accanto alle analisi socio-economiche, antropologiche, storiche e politiche. E la paura e l’identità sono ingredienti obbligati del discorso. Ma se analizzare i comportamenti degli altri (perché i diagnosti non sono, in genere, nazisti o xenofobi, anche quando usano il ‘noi’) bastasse a indurre il cambiamento, assisteremmo all’attuale revival dell’estrema destra e di forme di pensiero a essa tradizionalmente associate, in Europa e negli USA? O non avremmo messo a punto, collettivamente, nuove e più efficaci strategie o anticorpi per gestire e contenere il fenomeno, invece di reagire con la solita gamma di reazioni  (dalla paura all’esecrazione al paternalismo all’antagonismo al lassismo alla superiorità al menefreghismo all’analisi sociologica … ?). A dire il vero, qualcosa di buono dobbiamo averlo fatto, grazie anche a quelle analisi, perché la situazione è critica, ma non una semplice replica del passato.

Cosa abbiamo fatto che funziona, anche se c’è sempre molto da fare? La democrazia, la libertà, la tutela della persona umana e dei suoi diritti sono valori degni, ma chiedono un sacco di lavoro e di maturità da parte di ciascuno, nel privato dei propri sentimenti non meno che nella sfera dell’agire pubblico, richiedono dignità e coraggio, vitalità e creatività, moderazione dei bisogni e delle ambizioni individuali e piacere della condivisione e del mutuo supporto, la capacità di tollerare il conflitto, il disordine, la frustrazione, la diversità e l’incertezza senza invocare o agitare il manganello; cercare alternative, giorno per giorno, caso per caso, al dominare o essere dominato. Invece, perdere tempo ed energia accusando o raddrizzando (nella fantasia, per lo più) i torti e le follie degli altri o del governo, cedere alla depressione, al vittimismo, al risentimento, all’ansia, all’avidità, a quelli che nel buddhismo si chiamano ‘inquinanti mentali’ non aiuta la democrazia e non protegge dai nuovi fascismi. Inseguire o pretendere piacere, comodità e sicurezza in un mondo che non è fatto per darceli ci espone ai ricatti del consumismo e dell’arrivismo sociale e ci rende naturalmente ansiosi, punitivi e intolleranti verso coloro che immaginiamo ce li tolgano o non li proteggano abbastanza. Coltivare un’immagine ideale del mondo o di se stessi toglie energia a quel poco di bene autentico che si potrebbe fare, quando non alimenta il fanatismo.

Cosa ci insegna questo? Penso che quello che ci insegna è che ciò da cui bisogna difendersi per evitare le catastrofi non sono gli altri: sono le nostre paure degli altri. Sono queste che sono devastanti. È la paura reciproca che rende gli altri disumani e scatena l’inferno. (Carlo Rovelli)

Tutti abbiamo le nostre ferite e difficoltà, e a volte ci sentiamo deboli e timorosi: forse, la differenza sta in come rispondiamo a quella debolezza, e soprattutto, cosa immaginiamo come primaria fonte di pericolo. Chi è attaccato ai beni teme il ladro o la povertà; chi è attaccato al proprio io teme gli altri; chi ama la dignità e la libertà teme di più la paura, e il cedere a pensieri, parole e azioni che imprigionano e degradano. Non sottovaluto le bande neonaziste e i terroristi islamici (e neppure Donald Trump e i giornali di destra); ma il potenziale nocivo di una mente indisciplinata e un cuore opaco e insofferente nella gran massa di tutti gli altri, la distruttività domestica di noi gente ‘normale’ e con le idee ‘giuste’ mi preoccupa di più, se non altro per motivi numerici. Una cultura autenticamente democratica esige che siamo noi a farci carico del problema, a usare ogni strumento a disposizione per restare sani, umanamente integri, capaci di amore, gioia e curiosità e che aiutiamo gli altri a fare altrettanto: se ignoriamo il problema o lo scarichiamo su un’autorità o potere esterno (accusandolo peraltro di essere o incompetente o corrotto) o imputiamo il problema ai cattivi di turno delegittimiamo il sistema che diciamo di voler difendere, ci condanniamo all’impotenza e al risentimento, ci chiudiamo in un gioco circolare e pericoloso da cui non possiamo uscire se non con la violenza, diretta fuori o dentro di noi, al nostro gruppo o al gruppo ‘alieno’, nella famiglia e nella coppia o nell’arena pubblica e politica.

Nell’Attadaṇḍa Sutta (Sn 4.15) il Buddha capovolge il senso comune per cui armarsi (letteralmente impugnare il bastone, daṇḍa, metonimia per aggressione, punizione o oppressione) è la risposta naturale a una minaccia percepita, un gesto di difesa. Mi armo perché ho paura. Certo. Ma la violenza genera paura. O meglio, seguendo la traduzione di A. Olendzki che sfrutta la scarna ambiguità dell’espressione pali, “la paura nasce dall’armarsi”. Come sa chi si occupa di strategia militare, armarsi può essere un deterrente, ma spesso scatena l’aggressione esterna, crea il nemico che si voleva tenere a bada. E quando mi armo, psicologicamente, contro l’altro, giustifico la mia paura e invece di sentirmi più forte ribadisco la mia debolezza e congelo la mia efficacia e la capacità di rispondere in maniera appropriata (il mio reale potere). Che chi impugna il bastone di un potere oppressivo sia condannato ad avere paura è una verità ben illustrata nella nostra cultura, dalla tragedia greca, a Machiavelli, a Shakespeare. Questo Discorso, però, ci colpisce soprattutto perché il Buddha parla in prima persona della paura e del turbamento da lui stesso provati alla vista del conflitto, della competizione e dell’avversione onnipresenti e pervasivi. La scena è desolante: i pesci in “acque basse” o “in secca” evocano il comune destino di morte e insieme l’aridità emotiva in cui si consuma il vano e pietoso dibattersi. Nei versi successivi dirà di aver cercato inutilmente un luogo sicuro e che non fosse reclamato da qualcuno.

Ma Gotama, evidentemente, non cerca di vincere la paura impugnando a sua volta il bastone (o il manganello ideologico che presume di raddrizzare ciò che è storto), né si identifica con la parte debole, con il manzoniano “vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Al contrario, “depone il bastone e la spada”, come si dice nei sutta parlando della compassione, e la paura e l’angoscia lo motivano a ricercare le cause profonde di questo gioco distruttivo; sono l’onda che, abbracciata con silenzioso coraggio e con determinazione, lo trasporta sull’altra sponda, fuori dal gioco, nella libertà:

Il saggio non si considera superiore, pari o inferiore. In pace, senza invidia, non accetta e non disprezza 

https://suttacentral.net/en/snp4.15  Il testo pali e una traduzione inglese alternativa del Sutta

 

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