FORUM 2019

Immagine1Letture dai Sutta: seminario online  14 gennaio – 25 febbraio 2019 

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Introduzione e link utili

Anālayo Bhikkhu, Satipaṭṭhāna: The Direct Path to Realization cap. X  ESTRATTO IN ITALIANO   (I cinque aggregati nei testi del buddhismo antico)

Glossario pali-inglese

Nyanatiloka’s Buddhist Dictionary

Dizionario dei nomi propri

Schema Canone pali e cinese

DOCUMENTI

INFORMAZIONI PER I PARTECIPANTI

SCHEDA DEL SEMINARIO

Khandhasutta  ita

Mahāpuṇṇamasutta ita

Chanda: il desiderio (app. 1 a SCHEDA DEL SEMINARIO)

Comprendere dukkha  (Achaan Sucitto)

Ditthi – la selva delle opinioni (estratti – trad. Thanissaro)

Comprendere dukkha: attenzione accurata (Letizia B. – audio)

KOSAMBI-MN48 (sulla retta visione – estratto ita)

KHEMAKA-SN 22:89 trad. Bhikkhu Bodhi

Māna:  Io sono (app. 2 a SCHEDA DEL SEMINARIO)

L’ISOLA (estratti)

SN 22.43 Be Your Own Island (trad. Sujato)

Cetanasutta e schema dello sviluppo del sentiero (app. 3 a SCHEDA DEL SEMINARIO)

SN 22.1 Afflitto nel corpo, non nella mente

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38 risposte a “FORUM 2019”

  1. Emanuela ha detto:

    Cara Letizia,
    ti ringrazio ancora una volta per la tua conoscenza e comprensione dei testi antichi e per la generosità e abilità con cui ce le trasmetti.
    L’insegnamento sugli upadanakkhandha e la costruzione dell’identità, e l’intero ricchissimo webinar mi sta aiutando molto nella pratica e forse più ancora nella vita quotidiana. E’ stato un bel salto di qualità nella mia comprensione del Dhamma e dei processi che condizionano l’esperienza.
    Come ti ho accennato a fine ritiro, ascoltando il webinar mi era sorta una domanda che si è ripresentata a Tossignano.
    Un paio di volte, in questi sette incontri, hai usato la parola “citta” come sinonimo di coscienza, e istantaneamente mi ero chiesta: “perché citta e non vinnana?” e poi “dov’è citta nel modello dei cinque khandha?” Citta e vinnana sono termini assai diversi e il Buddha non usava le parole a caso – e nemmeno Letizia Baglioni.
    Mentre ancora questo dubbio aleggiava sullo sfondo, ho letto il brano del satipatthana su cittanupassa che avevi postato fra il materiale da leggere prima del ritiro, e avevo ragionato sul fatto che avidità, rabbia, illusione ecc. rientrano nel gruppo dei sankhara – programmi, intenzioni, volizioni. Poi durante il ritiro hai usato la parola “intenzione” come sinonimo di “citta”. Anche qui evidentemente non si tratta di mere scelte lessicali, ma di una questione di sostanza. Potresti chiarirmela, per favore?

    • https://www.cittaviveka.org/index.php/teaching/articles/193-ajahn-sucitto-realisation-is-in-the-citta

      A questo link trovi un articolo di Achaan Sucitto che forse può chiarire ulteriormente l’ambito esperienziale ricoperto dal termine citta nei Discorsi. Come dicevo al ritiro, i modelli usati nei Discorsi antichi sono diversi, e servono a sostenere diversi tipi di contemplazione. Nel sistema degli khandha, vinnana è il termine che si riferisce al fenomeno delle 6 coscienze sensoriali. Citta è più complesso e allo stesso tempo più diretto: noi sperimentiamo il conoscere o la coscienza sempre associata a un elemento intenzionale o dinamico che la qualifica. L’eccezione è costituita dalla ‘pacificazione di tutti i sankhara’, la mente liberata o il non costruito: nibbana.

      E’ importante capire che il linguaggio dei sutta, a differenza dall’abhidhamma o psicologia buddhista è polisemico e non si riferisce a ‘cose’, funzioni, o stati considerati esistenti in senso assoluto. Termini diversi possono essere usati per mettere in evidenza, di uno stesso processo, aspetti diversi.
      Nella pratica di concentrazione, o di satipatthana, ad esempio, è il citta che si calma, si unifica, si espande o viceversa contrae. Percezioni e sensazioni sono definite come citta-sankhara, ciò che tende a plasmare, condizionare e ‘muovere’ citta. Rispondere o reagire in questo o quel modo, salutare o non salutare, oppure disidentificarsi dagli khandha è qualcosa di dinamico, che implica intenzionalità. Chi ha familiarità con la visione psicoanalitica classica può meglio comprendere il livello di intenzionalità di cui si parla qui (non necessariamente conscia o deliberata).
      Figurativamente, si può dire che è il citta (‘il cuore’) che risponde, e al tempo stesso è condizionato dal flusso dell’esperienza. Questo linguaggio aiuta ad abbandonare l’idea di un soggetto: ma neanche citta va reificato. Noi immaginiamo che a ogni parola corrisponda ‘qualcosa’. Il processo di vipassana mostra che il linguaggio può solo alludere a diverse modalità di costruire l’esperienza.

      • Emanuela ha detto:

        Grazie, la tua risposta in un certo senso mi ha rasserenato. Si tratta di lasciare andare l’attaccamento alle parole e praticare, servono ad orientarsi ma non sono il “punto”.
        Leggo Sucitto e aspetto fiduciosa un ritiro sui khandha.

  2. Roberta ha detto:

    Carissima Letizia e carissimi tutti,
    siamo giunti alla fine di questo meraviglioso webinar, ricchissimo e molto molto stimolante sia in termini di conoscenza teorica (che per me è importantissima) sia circa l’esperienza interiore.
    In quest’ultima settimana ho cercato di tirare un po’ le fila di tutto il discorso e vorrei condividere quanto segue, basandomi sull’esperienza delle mie ultime pratiche quotidiane: la conoscenza è solo una tappa del percorso, una tappa importante ma non risolutiva. Prendere coscienza dei meccanismi della mente e dei nostri in particolare, riconoscerli cioè, può avviare il processo di consapevolezza, ma non è scontato che questo avvenga, poiché la conoscenza non è sufficiente, anche se è un enorme aiuto.
    Per la consapevolezza è necessario sperimentare quello “spazio” che si crea tra noi, il fenomeno e noi dentro il fenomeno. L’esperienza di questo “spazio” mi ha ricordato khumbaka, l’apnea durante la pratica di pranayama nello yoga, ma anche lo “spazio” creato dalle pause in una partitura musicale o gli spazi bianchi in una composizione poetica, il Silenzio, insomma. Questo “spazio” lega e separa le cose tra loro, allo stesso tempo.
    In questo “spazio” non c’è tempo sequenziale e tutto è contemporaneo: gli khandha, noi nel fenomeno, noi che osserviamo, il fenomeno che accade. Siamo tutti lì, tutti insieme e la brama scompare perché ciò che si prova è che non si può essere che lì in quel momento, quindi non vi è desiderio né scontento. Questo procura un enorme sollievo e una profonda gioia.
    Perdonate lo stile forse un po’ enfatico … ma tutto ciò mi procura una gran meraviglia!

  3. Ho aggiornato l’area DOCUMENTI con materiale che leggeremo nel corso della settima e ultima sessione del seminario. Arrivederci lunedì alle 18.30!

  4. patriziarani ha detto:

    cari tutti ,scusate la pedanteria ma ci riprovo con i 5 khanda di cui mi sembra di cominciare a capire il funzionamento. La domanda utile da cui partire e’ ” di che cosa abbiamo esperienza?” la risposta e’ di processi; poiché tuto cio’ di cui si fa esperienza e che si vive e’ transitori0, mutevole e temporaneo. Tutto sorge, tutto cessa e anche quando c’e’ muta. I 5 khanda sono quindi 5 processi fisici che compongono ogni nostra esperienza; il nostro mondo e’ cio’ che sperimentiamo, un mondo fatto di transitorieta’, di cambiamenti ,di processi. Un mondo in divenire . Non possono quindi essere considerati oggetti o parti di una persona. inoltre il primo khanda comprende non solo i sensi ma anche gli oggetti dei sensi e quindi va oltre quello che e’ il limite fisico della persona.
    I 5 khanda sono in fiamme perché legati al fuoco della passione , dell’odio e della illusione .Quando questi fuochi si estinguono si sperimenta la beatitudine. Per fare si che si estinguano bisogna togliere il combustibile che li alimenta, il desiderio. Bisogna quindi cominciare ad osservare l’esperienza ossia cio’ che c’e’ in quel momento nella sua mutevolezza e transitorieta ‘per capire i meccanismi che ci legano al desiderio.
    .La cognizione ha luogo quando i 5 sensi hanno contatto con gli oggetti dei sensi,la coscienza e’ coinvolta(dice c’e’ qualcosa) e poi sorge la sensazione piacevole, spiacevole o neutra; la volizione e’ coinvolta perché i sensi sono sempre a caccia di oggetti e poi la percezione che identifica l’oggetto dandogli un nome (dice cos’e quel qualcosa). Sembra di capire che sia sensi che la coscienza siano come il fuoco, sempre in cerca di qualcosa da afferrare e generano desiderio-sete, la volizione invece puo ‘avere anche un valenza etica perché comprende l’intenzione che puo’ generare azioni di significato diverso (buone, cattive etc) e quindi e’ Kharma..
    Da una settimana sto facendo meditazione mettendomi in ascolto su quello che sorge e osservando cio’ di cui sto facendo esperienza in quel momento;;e’ che qualcosa sia cambiato. mi sembra di cominciare a vedere un po’ piu’ da vicino i movimenti della mente verso qualcosa, capire come sorgono molti costrutti e forti emozioni. Da coltivare anche nella pratica perché ‘ permetterebbe di avere pieno controllo delle azioni con grande beneficio per tutti.

    • Nessuna pedanteria …. anzi grazie del commento. mi permetto solo di chiarire un punto
      “Sembra di capire che sia sensi che la coscienza siano come il fuoco, sempre in cerca di qualcosa da afferrare e generano desiderio-sete”

      In realtà, non sono i sensi o la coscienza che generano il desiderio; il desiderio (nandi-raga) nei confronti degli khandha porta all’afferrare e all’identificazione (upadana). Questo è qualcosa che si può vedere in meditazione, quando l’attenzione si fissa su qualcosa e le varie esperienze vengono riferite a un ‘sé’.
      Forse l’immagine dei due buoi aggiogati, sulla Scheda del seminario, chiarisce questo punto. Il vincolo fra i sensi e il loro oggetto è qualcosa che può essere lasciato andare (altrimenti non ci sarebbe liberazione in questa vita, e neppure la possibilità della pace della meditazione quando i sensi ancora funzionano: è solo che non c’è più contatto, in altri termini gli stimoli non vengono recepiti perché non c’è interesse per gli oggetti dei 6 sensi, qui includiamo anche l’attività del pensiero).
      Il desiderio, in tutte le sue forme, più o meno salutari, fa parte del gruppo dei sankhara (volizioni, intenzioni, formazioni o tendenze)

  5. Sandra ha detto:

    Ciao a tutti, anche questa è una comunicazione di servizio. Invito tutti i partecipanti al webinar che volessero versare un dana con bonifico, ad indicare come causale semplicemente “erogazione liberale”, senza ulteriori specificazioni. Per motivi contabili vi chiedo inoltre di fare il versamento possibilmente entro l’8 marzo. Grazie a tutti.

  6. ANNUNCI E COMUNICAZIONI AI PARTECIPANTI AL SEMINARIO: Dopo la prossima sessione già in programma (lunedì 25) se ne terrà un’altra LUNEDI 4 MARZO alla stessa ora. Questo ci darà modo di completare le Letture con materiale che non sono riuscita a ‘infilare’ nelle 6 puntate previste, e di aprire la discussione per una riflessione (semi-) finale.

    Chi ha seguito in differita ma desiderasse partecipare in diretta lunedì 4, scriva a vipassanaroma@gmail.com e riceverà il link per accedere alla sala virtuale.

    LE REGISTRAZIONI delle sessioni resteranno a disposizione degli iscriti FINO AL 23 MARZO, dopodiché i link saranno inattivi perché il nostro abbonamento ad Adobe scade.

    IL FORUM resterà comunque aperto per consultare il materiale e proseguire la discussione fra i partecipanti e con Letizia (vi prego di non indirizzare domande o commenti ai miei recapiti mail e di ‘convertire’ in post eventuali comunicazioni personali).

    MEDITAZIONE gli aspetti legati alla pratica in generale e alla contemplazione degli khandha in particolare si possono trattare meglio non online, ma in un ritiro o comunque attraverso la coltivazione personale e supervisionata da un insegnante delle meditazioni satipatthana, che sono la base per poter intraprendere l’investigazione sistematica descritta dai sutta. Consultate la sezione LINKS di questo blog per ottimo materiale audio e pdf sui 4 satipatthana e meditazioni guidate del ven. Analayo.

    SUL PROSSIMO E PREVEDIBILE FUTURO Alcune domande e interessi emersi non sono ‘condensabili’ in questo webinar e richiederebbero uno spazio a parte. Uno di questi temi è il concetto di SANKHARA e dei collegati temi della causalità, della volontà e del karma nel pensiero del buddhismo delle origini.
    Sto pensando di dedicare a questo un prossimo seminario online ….

    REGISTRAZIONI WEBINAR 2018 e 2019 Grazie al contributo tecnico di generosi partecipanti stiamo pensando a come rendere disponibili su un canale You Tube versioni editate dei due webinar fin qui svolti. Ci vorrà un po’, ma sarete avvisati tramite il blog degli sviluppi.

  7. Sandra ha detto:

    Condivido con il blog le riflessioni da me fatte nel corso di queste due settimane sull’argomento della 4° sessione del webinar.
    Mi sembra che il punto chiave per comprendere Samma Ditthi sia che tutte le opinioni circa il sé non sono errate in quanto tali, ma in quanto non utili a progredire sul sentiero e giungere alla liberazione.
    Devo dire che già solo ascoltare questa affermazione per me è estremamente liberante, mi libera da un fardello che appesantisce considerevolmente il cammino: non occorre che me ne occupi! Mi riporta al fine ultimo della nostra pratica che non è un semplice “star bene” o “star meglio” qui ed ora (star meglio che comunque c’è perché il sentiero, come ricorda spesso Letizia, dà comunque i suoi frutti anche durante il percorso). Ma lo scopo finale è la liberazione e dunque a che servono speculazioni indimostrabili (ognuna di esse può essere facilmente confutata con il suo contrario) circa l’esistenza o la non esistenza del sé? Circa il fatto che il sé sia contenuto nella coscienza o la coscienza contenga il sé e così via? A ben guardare sono solo inutili sprechi di energia che distolgono dal vero obiettivo.
    Il pragmatismo del Buddha ci dice invece che ai fini della liberazione è necessario piuttosto comprendere che i 5 khandha sono dukkha, che osservando con presenza mentale i loro programmi automatici condizionati si può comprendere l’origine di dukkha e, comprendendo questo, dukkha può cessare percorrendo il Sentiero, che è la nostra via di fuga. Mi piace molto pensare al Sentiero come alla via di fuga, come ad una uscita di salvezza in una sala affollata in caso di incendio, ma naturalmente per imboccare la via di fuga è necessario accorgersi dell’incendio, è necessario che ci sia una sirena di allarme.
    La metafora di Steven Batchelor della baracca in giardino ha contribuito ad inserire un altra tessera nel puzzle che si sta componendo. Anche questa metafora mi dice che il Buddha ci invita ad abbattere quella baracca non perché essa non abbia una qualche utilità (in fondo ci si possono riporre gli attrezzi da giardino) ma perché è un ostacolo ad una visione più ampia e veramente liberante, il vero scopo della pratica che non va mai dimenticato.
    Mi sembra che il comprendere attraverso la presenza mentale, sorridendo, con leggerezza, il funzionamento condizionato del programma dei cinque Khandha costituisca già un depotenziamento dei suoi automatismi e permetta di usarlo nel modo più appropriato, permetta di spostare l’attenzione dalla baracca al panorama retrostante.

    • Roberta ha detto:

      Anche per me è stato molto importante il chiarimento circa le Ditthi che non sono erronee di per sé, bensì non utili alla liberazione.
      In un certo senso … mi ha liberato!
      Questo è l’aspetto che più mi convince ed entusiasma dell’insegnamento del Buddha: il non stabilire cosa è bene e cosa è male in assoluto, bensì cosa è salutare e cosa non lo è per la situazione e lo scopo che uno/a persegue in un determinato momento.

      Se si tratta della liberazione (uno scopo non da poco!), allora è opportuno abbandonare le proprie teorie del Sé, diversamente, è utile riconoscerle e considerarle come tali. Almeno, questo è quel che mi sembra di aver compreso…

      Ho cercato in questi giorni di approfondire, nella pratica quotidiana, la differenza tra INTENZIONE e VOLIZIONE/DESIDERIO, che era stata sollevata nell’incontro di lunedì scorso; vorrei ora sottoporla alla vostra attenzione. Mi è sembrata una differenza di tipo, come dire, “energetico”, legata al livello di consapevolezza che le sottende. Nel caso dell’INTENZIONE interviene la SCELTA e vi è pertanto consapevolezza del moto verso cui si procede; nel caso della VOLIZIONE/DESIDERIO, invece, vi è una spinta emotiva non consapevole, non vi è una scelta, bensì un “moto verso” determinato da un’esigenza ignota, solitamente, e, anche qualora se ne diventasse consapevoli, non facilmente controllabile.
      Ricordo una volta in cui Letizia ha posto l’attenzione sulla differenza tra Intenzione e Obiettivo: per me è stato illuminante riconoscere la diversità dell’energia che si mette in moto. Dal Desiderio si resta catturati, mentre dall’Intenzione ci si può liberare quando si sceglie diversamente.
      Mi sembra quasi di percepire “fisicamente” questa diversità, come se il Desiderio mi portasse fuori di me, mentre l’Intenzione mi mantiene in me, rimango “compatta”, “integra”.
      In realtà, però, nel dizionario pali le due parole si esprimono entrambe con la parola Chanda , quindi sembra che non sia prevista una differenza tra i due moti della mente/cuore, a meno che non si intenda, appunto, il Desiderio come Tahnā, la “sete”, dove l’investimento emotivo è automatico e molto profondo.

      • Si, Roberta, la differenza fra tanha come sete o attaccamento al desiderio inconsapevole e il retto sforzo o intenzione direzionata in modo saggio è quella che descrivi. nel sistema degli khanda tutti gli aspetti dinamici della mente e le tendenze acquisite rientrano nella categoria sankhara: sta al discernimento e alla consapevolezza riconoscere le diverse modalità dell’energia, i loro effetti, e la via d’uscita o libertà nel vedere la natura condizionata e impermanente di ogni volizione/intenzione, sia salutare che non salutare.

        • Riprendo qui una domanda posta da Roberta: “Potrei identificare vedana come le sensazioni piacevoli, spiacevoli e neutre e sanna come il “ricordo”, con il relativo significato, che mi attiva la loro percezione? In meditazione vedo che tra i due momenti c’è uno spazio, ma, ad esempio, per le sensazioni che scaturiscono dalla mente come 6° senso, mi è più difficile riconoscerlo.”

          Vedanā è la risonanza piacevole, spiacevole o neutra di un’esperienza e dipende dal contatto a una qualunque delle 6 porte sensoriali. Il “significato” di un’esperienza (sia essa un ricordo in senso proprio, come un’immagine mentale o una catena di pensieri, o il riconoscimento, ad esempio, di un oggetto visivo come “un gatto nero”, appartiene alla sfera di saññā o percezione.

          Lo spazio che percepisci è dovuto probabilmente al fatto che l’attenzione coglie in successione due aspetti diversi dell’esperienza (quello affettivo e quello cognitivo, ossia: come mi fa stare? che cos’è?) per lo più, in mancanza di sati, non si ‘coglie’ alcunché: c’è solo una reazione abituale (sankhara) a una rappresentazione mentale stereotipata che si scambia con ‘un fatto’ che accade a un ‘soggetto’ (es: un brutto ricordo del mio passato; amo i gatti neri)

          Lo scopo della meditazione satipatthana è innanzitutto coltivare presenza mentale e chiara coscienza del flusso dell’esperienza per quella che è “lasciando andare desiderio e scontento nei confronti del mondo”; prevenire e superare i cinque impedimenti consentendo il silenzio e la concentrazione del cuore; sostenere la visione profonda dell’impermanenza e della condizionalità del flusso dell’esperienza, senza reificare o afferrare (notando perciò che “la coscienza conosce nama-rupa” – la sensazione di un soggetto sorge e cessa)

          L’esito, come vedremo alla prossima puntata del webinar, è disincanto, disinvestimento, lasciar andare e libertà.

    • Pierina ha detto:

      Mi riaggancio alla metafora di Steven Batchelor della baracca in giardino, in queste settimane ho realizzato di avere un accampamento di baracche e, a volte, tra l’una e l’altra intravedo degli spiragli di liberazione. Ciò che mi aiuta maggiormente nella consapevolezza è la presenza ancorata al corpo. È proprio il corpo a segnalarmi le baracche dell’io e del mio, perché percepisco tensioni dovute ad attaccamenti e spiragli di liberazione quando, ad esempio, nel sentire il corpo che respira, un sorriso si forma nel mio volto.
      Grazie Letizia per queste opportunità e grazie al Sangha per la presenza e gli scambi

  8. Ho aggiornato l’area DOCUMENTI con l’estratto su DITTHI (quarta videoconferenza) e la registrazione di un mio discorso sul tema dell’attenzione accurata e i cinque khandha.

    Sulla retta visione ho poi tradotto in italiano, parzialmente, il Kosambiya Sutta (MN 48)

    Arrivederci al 18 febbraio!

    • Boris ha detto:

      Per me, il lavoro sui khandha proposto da letizia è stato un modo interessante e produttivo di osservare l’esperienza, man mano che si presentava, in particolare quando veniva avviata da pensieri connessi a desideri o avversioni.

      Interessante perché ho cominciato ad osservarla con un certo distacco, da un “vertice” nuovo, trovando in questo processo un’evidente soddisfazione.

      Produttivo perché accorgendomi nella quotidianità di pensieri, intenzioni, desideri da questa nuova distanza, mi sembra si produca un significativo disinvestimento dell’oggetto, desiderio o pensiero; forse l’energia “investita” viene in parte trasferita sul vertice di osservazione, sul conoscere.
      Questo spostamento produce un piacere che probabilmente deriva dal riconoscere ciò che tali pensieri, desideri e oggetti avrebbero portato: ripetizioni, insoddisfazioni, disagi; dukkha in sintesi. Piccoli flash sulla prima nobile verità?

  9. Sto leggendo con grande interesse il testo di Sucitto e traduco un brano sui sankhara e la formazione del sè dal sesto capitolo:

    “Nella misura in cui c’è ignoranza, le nostre azioni tendono a diventare automatiche, compulsive, reattive, legate al “mio modo di vedere le cose”, piuttosto che alle esigenze della situazione. L’ignoranza, quindi, è connessa a tendenze volizionali produttrici di kamma (sankhara) – le quali includono attività del corpo, della parola e della mente.
    Non facciamo altro che creare. Quando parliamo, creiamo noi stessi nella mente dell’altro, e questo vale anche per le nostre azioni. L’ignoranza condiziona le azioni trasformandole in attività di un sé. Quando c’è ignoranza agiamo, consciamente o inconsciamente, con lo scopo di asserire o potenziare il nostro io. Misuriamo le nostre azioni e parole in termini di un sé – ci aspettiamo risultati e successo per noi stessi e per le persone con cui siamo identificati. Difendiamo e giustifichiamo le nostre azioni o diamo loro un significato che potrebbero non avere. Oppure possiamo essere estremamente critici nei confronti di noi stessi.
    Questa “nozione del sé” del sankhara fa sì che non riusciamo a misurare il vero valore o l’effetto di azioni e pensieri. Ciò rafforza l’abitudine ad agire in modo irriflessivo. Non scorgiamo chiaramente la motivazione che sta dietro l’azione, o la natura mutevole e impersonale delle energie e percezioni che la alimentano. L’azione diviene un’attività abituale e inizia a formare la nostra identità.
    Vi accorgete che la vostra vita presenta modelli ripetitivi, scenari simili seppure con persone diverse? Sperimentiamo a quanto pare cicli emotivi sempre uguali in situazioni differenti, e abbiamo schemi di pensiero ricorrenti – pensieri e abitudini che sono sempre gli stessi – quindi pensiamo “io sono così”.
    Le attività abituali, anche i pensieri nella mente, sono elementi che forgiano il kamma – attività che legano e definiscono il sé dando forma alle nostre vite.
    Qualsiasi identità, positiva o negativa, è soggetta a sofferenza, frustrazione, dolore e morte; se il kamma non è abile, sorgeranno ulteriori problemi, come il senso di colpa, la paura e l’ostilità del prossimo. Agiremo allora in modo da nascondere azioni compiute in precedenza o porvi rimedio, partendo ancora una volta dalla nozione di un sé. In tal modo si viene a creare ulteriore kamma, rafforzando il senso dell’identità, buona o cattiva che sia. E’ questo l’effetto proliferante del sankhara.
    Soltanto quando comprendiamo che la motivazione sorge da energie quali l’avidità o l’amore, piuttosto che dall’esistenza di un sé, solo allora raggiungiamo una chiara visione e possiamo uscire dal vortice. Questa libertà ci dà l’opportunità di agire e parlare in modo equanime – secondo il Dhamma e non secondo i sankhara.

  10. Marisa ha detto:

    Il riferimento a Boggart è stato illuminante e ricordando il webinar sulle fonti della gioia è sorto un collegamento tra i due rispetto ai possibili mondi da abitare e creare, alle diverse possibili apparenze che una forma assume
    Se l’esistere è legato sempre alla relazione stimolo coscienza (almeno quando parliamo della modalità di conoscenza della condizione umana) allora appare chiaro il rapporto di interdipendenza
    Cosa è il desiderio? La contemplazione rivolta alla dinamica del desiderio non è sufficiente. Direi che come per la gioia anche per il desiderio è importante riconoscere la sua origine.
    Le parole di Ajahn Sucitto mi sembrano un invito in questa direzione “Le nostre motivazioni, i parametri in base a cui qualcosa ci piace, ci ispira o ci sembra utile (come pure il contrario) risiedono in un’altra dimensione della psiche. Entrare in contatto con tale dimensione è essenziale, se vogliamo vivere in modo meno confuso”
    Gli automatismi sostenuti da abitudini e mancanza di presenza nutrono l’ignoranza. La domanda:
    come sorge per me l’esperienza, riporta al presente, all’ incontro con il fenomeno; la consapevolezza
    della motivazione, lo stato di citta e il discernimento a partire dal quale costruisco la conoscenza
    condizionano l’apparenza del “mutaforma”.
    Il desiderio, soggetto a cause e condizioni, come i 5 khanda è un processo in continuo fluire e se è possibile riconoscere la qualità del desiderio e interrompendo la spola tra “senza desiderio la vita è piatta” e “il desiderio è da tenere a bada” è possibile fare esperienza/conoscere un momento di libertà.

    • Marisa ha detto:

      Ancora solo una brevissima riflessione sul profondo nesso tra il percorso del webinar e l’ultimo articolo pubblicato sul blog.
      Con gratitudine

    • Roberta ha detto:

      Carissimi/e tutti/e,
      ho cercato durante la settimana di osservare come sorge il Desiderio e ho visto un flusso continuo e inarrestabile di cui non mi ero mai resa conto così chiaramente; è veramente “alla radice di tutte le cose”!
      L’ho riconosciuto come una “spinta verso” legato a una sete di esistenza che si traduce nella continua ricerca di azione, di “esserci nel mondo” al punto che, nella non-azione, vi può essere un momento di sgomento, di paura di non esserci più.

      Contemplando ciò che stava accadendo, però, ho avvertito come una ‘protezione’ (forse Sati?) che mi ha permesso di ritirare l’intenzione e l’attenzione senza paura di ‘perdere’ il mio posto nel mondo. Ecco, è stato brevissimo, ma ho sperimentato una grande pace e libertà.

      Riprendendo la riflessione, ho cercato di identificare il desiderio ‘eticamente neutro’ dal momento che riuscivo a riconoscere quello salutare e quello non salutare, come ci ha presentato Letizia lunedì scorso con gli esempi tratti dalla vita reale. Non sono riuscita a individuare, invece, una volizione ‘eticamente neutra’,
      Cosa si intende?
      Grazie a tutti/e per gli stimoli!

      • “E qual è il kamma né oscuro né luminoso che non ha effetti né oscuri né luminosi e porta alla fine del kamma? Retta visione, retta motivazione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta presenza mentale, retta concentrazione” — AN 4.237

        “come una ‘protezione’ (forse Sati?) che mi ha permesso di ritirare l’intenzione e l’attenzione senza paura di ‘perdere’ il mio posto nel mondo. Ecco, è stato brevissimo, ma ho sperimentato una grande pace e libertà”

        Precisamente. Cessazione.

        c’è poi un altro modo di intendere un desiderio eticamente neutro, come ad esempio quello di mangiare quando si ha fame e mille attività di pura manutenzione che non vengono appropriate e non qualificano il sorgere di un mondo.

  11. Salve a tutti. Ho aggiornato l’area DOCUMENTI con il link a un breve articolo in questo blog. Ho pensato che può essere utile come introduzione al concetto di ‘dukkha’ e alla prima nobile verità (“i cinque gruppi di appropriazione sono dukkha” – vedi SCHEDA del seminario) per chi magari non ha letto integralmente quel discorso.

    I cinque khandha sono un modello per descrivere ciò che viene conosciuto, o il mondo dell’esperienza, nel suo fluire, alla luce della consapevolezza. Non ‘costituiscono’ il sé.
    Al contrario, in tutti i Discorsi il Buddha ribadisce che nessuno dei 5 gruppi (insieme o singolarmente) è il sé o appartiene a un sé’.

    Lo vedremo nel prosieguo della nostra Lettura …

  12. patrizia ha detto:

    Ciao a tutti e grazie per la condivisione. Sottopongo quello che mi sembra aver capito per eventuale conferma e chiarimenti.

    I 5 khandha siamo noi, un sistema complesso in cui molteplici e differenti componenti che il Buddha organizza per dare un ordine in 5 gruppi o”mucchi” interagiscono fra di loro; ogni parte dell’insieme e’ interdipendente ed inscindibile dalle altre e nessuna parte ha senso come entita’ separata. Ogni singola parte dell’insieme, ma anche anche il risultato finale del processo di insieme e’ impermanente. Ne deriva un sistema con un livello informativo superiore alla somma dei singoli componenti e con un interazione dinamica delle sue componenti.. Inoltre non si tratta di un sistema isolato ma inserito in un contesto sociale, culturale, ambientale.
    La connessione fra i 5 Khandha genera il se’ : cio’ non costituisce un problema ma semplicemente “e’ “: io sono io e sono diversa da un’altra persona.I problemi sorgono con l’ignoranza e l’illusione quando ai 5 Khandha si associa il desiderio ,il concetto di impermanenza e il senso dell’ “io e mio” legato a opinioni che ci portano ad aspettarci dei risultati che potrebbero non arrivare o qualora arrivassero sarebbero comunque temporanei e comunque ci portano a soffrire perché non si ha o non si e’ come si vorrebbe avere o essere, origine di dukkha.
    Attraverso la meditazione e praticando la consapevolezza intuitiva si comincia a deporre ed ad abbassare il desiderio( e’ un dato esperienziale) e si comincia a diventare consapevoli dei movimenti e dei meccanismi e delle inclinazioni della mente
    e a prenderne atto e distanza: Permette di dire ” e’ cosi'” privandoli di quel coinvolgimento emotivo in prima persona che e’ causa di reattivita’ e di aspettative.
    La coscienza “conosce” ,la consapevolezza ci aiuta a mettere a fuoco i movimenti della mente e poi la saggezza panna ci permette di discriminare. Tutto cio’ ci permette di prendere atto che quello che sto vivendo o che sono in questo momento “e’ cosi” e basta.
    Tutto questo con grande compassione verso noi stessi e gli altri, anche nei momenti in cui si ricade nelle vecchie abitudini.

  13. Isabella palumbo ha detto:

    Grazie Letizia
    grazie a tutti i partecipanti

    • Santina ha detto:

      Grazie Sandra per questi versi del Dhammapada, danno conforto, oltre ad indicare una direzione.
      In quella direzione dell’estinzione del desiderio riconosco fondamentale l’intenzione. L’intenzione di “sospendere” l’investimento che segue in automatico (effetto degli asava?) il riconoscimento: “forma”, “sensazione” etc. Non andare oltre, fermarsi e lasciare che i Khandha sorti si decantino e seguano il naturale movimento del sorgere e cessare. Lasciarli stare, non aderire oltre il movimento del riconoscimento.
      Letizia chiedeva : “cos’è che genera la pace? qual è il movimento interno che non genera la pace?”
      Ecco, mi pare di riconoscere che è il disinvestimento il movimento pacificante, mentre è l’aggrapparsi che genera la sofferenza. Sono movimenti interni, che riesco a cogliere nel silenzio della pratica formale. Uno è una pausa, uno spazio vuoto, l’altro è un protendersi. Uno è salutare e l’altro no. Il primo richiede energia, presenza mentale, l’altro sorge e prende campo appena cala la presenza. Il retto sforzo è l’unica ancora in questo mare di Khandha in continuo movimento.

    • Elizabeth Manning ha detto:

      E’ lunedì di nuovo! Vedo/sento il vedana piacevole al pensiero dell’incontro fra poco e subito che sono lì pronti altri pensieri(per es. aspettativi) che vogliono invadermi, ma c’è sati e rimango qui sentendo la mente/cuore pieno di gratitudine e apprezzamento.

      Ho seguito il consiglio dato da L. alla fine dell’ultimo incontro di leggere i sutta lasciando resonare le parole del Buddha e di lasciare andare l’idea che dobbiamo capire tutto subito. E’ stata una settimana ricca. Ho cercato di ridurre le trappole dove sati scompare e sono “impossessata” dal upadana,(tipo leggere un articolo dal Guardian online sul Brexit che diventa un’altra poi un’altra), per dare spazio invece alla lettura dei sutta. Scegliere di non dare spazio a quello che non mi può portare nulla di salutare e stare invece vicino al dharma ha avuto effetti benefici nella pratica formale. Capisco adesso che il fatto che questo quasi mi sorprende è perchè ho “sankharizzato” l’idea che non so meditare ma comincio a chiedermi in diversi situazioni su varie cose durante la giornata, ‘è veramente cosi’? C’è un senso di apertura e energia che alimenta la fiducia.

      Una domanda, quando nella Satipatthana Sutta c’è scritto, “he abides independently, not clinging to anything”, “independently” significa solo senza clinging, o anche fidandosi della proprio esperienza della pratica?
      A presto.

  14. Sandra ha detto:

    E’ stata messa molta carne al fuoco durante l’ultima sessione.
    Durante la settimana ho cercato di riflettere su alcuni punti del discorso di Letizia che mi avevano dato più risonanza.
    Il primo punto che ha stimolato la mia riflessione è stato quello descritto nel Mahapaunnamasutta in cui il desiderio, alla base degli upadanakhandha, viene riferito al futuro. Upadana è un movimento una attivazione, una forma di energia, un insieme di aspettative di gratificazioni e di fughe dalla non gratificazione immediata. E la direzione del futuro dà esattamente la descrizione del movimento verso qualcosa da afferrare, perché desideriamo ciò che riteniamo non sia qui presente, già in nostro possesso.
    Attraverso la meditazione ho imparato a percepire questo movimento continuo, questa forza, una volontà di fare, conquistare qualcosa, arrivare da qualche parte. E’ un’energia salutare quando si traduce nel retto sforzo, ma quando è pura voglia di fare, di afferrare, di ricerca di gratificazione è solo e profondamente dukka. L’ho percepita come dukka e nel momento in cui ho provato a sopprimere questa energia, ho sperimentato un senso di spaesamento ancora più doloroso, mi sono imbattuta in vibhava tanha.
    Allora bisogna ritornare al punto fondamentale, alla Prima Nobile Verità, perché se non si può estinguere il fuoco con la forza di volontà, se non si può combatterlo né fuggire, non rimane altro che fermarsi e vedere il fuoco, comprendere dukka a fondo, direi immergersi in dukka, per capire quanta poca effimera gratificazione possa derivare dal programma sviluppato dai cinque Khandha, e un po’ alla volta, forse, arriverà il disinvestimento totale :-))
    Il discorso dell’ultima sessione mi ha portato alla mente un famoso brano del Dhammapada che solo negli ultimi tempi ho cominciato a comprendere nel suo significato profondo:
    “Per vite innumerevoli ho vagato
    Cercando invano
    Il costruttore della casa
    Della mia sofferenza
    Ma ora ti ho trovato, costruttore
    Di nulla da oggi in poi
    Le tue assi sono state rimosse
    E spezzata la trave di colmo
    Il desiderio è tutto spento;
    Il mio cuore, unito all’increato.”
    (versi 153-154)

  15. Marisa ha detto:

    La pratica è stata guidata dalla domanda suggerita da Letizia: come nasce la conoscenza. La lettura del testo di Bhikkhu Cintita è stata un sostegno nella riflessione su come i bocconcini di conoscenza si sviluppano grazie all’incontro di uno stimolo e della porta sensoriale che lo accoglie. Alla luce della presenza mentale , qualunque sia “la fascina” di cui fa parte, non brucia. Infatti la presenza permette di riconoscere rupa in quanto tale e previene il sorgere del desiderio. O meglio permette di farne esperienza in cui vedana ha un carattere né piacevole né spiacevole.
    In presenza di queste condizioni il desiderio non sorge, è possibile vedere il fenomeno con distacco liberandolo dall’illusorietà e liberando il processo conoscitivo “dall’incantamento” Usando le parole di Bhikkhu Cintita citate da Sandra “Le qualità del nostro mondo esperienziale che si evidenziano con i khanda sono la sua costrizione e la sua inconsistenza poiché è una realtà fragile
    Nei momenti in cui il desiderio nasce -per esempio quando si sviluppa il gruppo di appropriazione della coscienza- è di nuovo grazie alla presenza mentale che si estingue il combustibile.
    E, dunque, come nasce la conoscenza? Per l’esperienza vissuta ed osservata nella pratica (nei momenti di presenza mentale e consapevolezza), l’ipotesi è che nasca abbandonando schemi precostituiti, facendo tesoro della conoscenza sviluppata dai maestri del pensiero (senza sviluppare attaccamento alle opinioni che inevitabilmente ha prodotto)e delle facoltà legate alla condizione umana, spostando l’attenzione da “chi conosce cosa” a come si conosce. Al continuo processo di interazione e di contatto attraverso cui si attiva un processo di cambiamento e apprendimento.
    Grazie a tutti per i preziosi spunti di riflessione

  16. Sandra ha detto:

    A proposito della definizione dei 5 khanda come “gruppi di appropriazione”, vorrei condividere una osservazione fatta durante la pratica: osservando il corpo solo come forma, la sensazione solo come sensazione…riflettendo sulla loro impermanenza e la loro condizionalità è sorta pace e gioia.

  17. Isabella palumbo ha detto:

    Chiedo scusa, qualche parolina è rimasta nella tastiera…
    riscrivo

    La proliferazione di atti, parole, pensieri,
    è questo un altro modo per descrivere il fuoco che arde?

    Se è così, come spegnerlo dunque?

  18. Isabella palumbo ha detto:

    La proliferazione di atti, parole, pensieri,
    è questo un altro modo per descrivere il fuoco che arde?

    Come spegnerlo dunque?

  19. Sandra ha detto:

    Ho trovato veramente interessante, nella prima sessione del webinar, la citazione dal testo di Cintita,
    Vorrei qui riportare, i brani su cui mi sono soffermata, riprendendo in parte anche quello tradotto da Elizabeth.
    Cintita dice:
    “Il Buddha dà la priorità al mondo soggettivo: è il mondo in cui sorge la sofferenza”
    E più avanti: “….la domanda ‘che cosa esiste?’ Non si applica, ma solo la domanda ‘che cosa sorge e in quali circostanze’ .
    Ancora:
    “Le qualità del nostro mondo esperienziale che si evidenziano con i khanda sono la sua costrizione e la sua inconsistenza poiché è una realtà fragile, costruita in piccoli incrementi cognitivi, bocconcini di conoscenza.”
    Ed è veramente fragile e inconsistente la realtà costruita dalla nostra coscienza attraverso gli altri aggregati, ed è carica di sofferenza, di fuga da ciò che non piace, di rammarico per avere perso ciò che piace, di concetti e idee illusorie.
    Penso che niente come la contemplazione dei khanda sia in grado di condurre alla comprensione di dukka, anicca e anatta.
    In questi giorni, seguendo il suggerimento di Letizia, ho rivolto la mia pratica alla contemplazione della coscienza. Mi è apparsa come un grande contenitore, un grande insieme contenente i sottoinsiemi degli altri aggregati, silenziosa ed accogliente in meditazione, ma sempre mutevole. E soprattutto condizionata. Pronta a creare immagini illusorie partendo da un contatto con un suono, un odore, una forma… Sono proprio “bocconcini di conoscenza” quelli che ci fornisce.

  20. Sebastiano ha detto:

    Vorrei sottoporre a Letizia una questione in relazione all’articolo di Bhikkhu Cintita, che ho trovato molto interessante, specie per la sottolineatura della valenza pratica dei khandha: mi riferisco alla distinzione tra “mondo esterno” e “mondo interno” (pp. 6-7 della versione in pdf), che mi pare problematica. Capisco bene che cosa l’autore vuole dire, e cioè il fatto che, nella prospettiva buddhista, la nostra esperienza non giustifica l’attribuzione di sostanzialità a ciò di cui facciamo esperienza, tuttavia il riferimento non può che essere all’esperienza tout court (“trascendentale”, per dirlo con un altro lessico), non certo a un’esperienza “interna” (a un soggetto psicofisico) in contrapposizione a un’esperienza “esterna” (l’autore stesso sembra riconoscerlo ad es. a p. 6, seconda riga, dove parla semplicemente di “experienced world”).
    A tale riguardo, nella fenomenologia di Husserl (lo stesso Bhikkhu Cintita sembra riferirsi alla fenomenologia, o quanto meno alla tradizione kantiana, nella nota 9, dove accenna alla distinzione tra fenomeno e noumeno) si sostiene che propriamente l’esperienza non è né interna né esterna; si tratta piuttosto di comprendere che è attraverso gli atti soggettivi (ma di un soggetto trascendentale, di una coscienza che, nel suo operare, non è soltanto “mia”) che gli oggetti si manifestano a noi in quanto esistenti, per cui è a partire da tali atti che si dovrà rendere conto dell’esistenza in sé degli oggetti (il Buddha direbbe invece: di quella che a noi appare, in maniera ingiustificata, come l’esistenza in sé degli oggetti), del loro essere “trascendenti” rispetto alla coscienza. Per Husserl l’“enigma” della trascendenza (intesa in questo senso specifico, che ovviamente non è l’unico possibile) è rappresentato dal fatto che in atti immanenti (al soggetto) si manifesta un mondo trascendente, oggettivo. Certo, questa forma di “realismo” fenomenologico (peraltro, il pensiero husserliano è stato interpretato, non senza ragioni, anche in chiave “idealista”) appare distante dalla concezione buddhista; ciò nondimeno, la contrapposizione tra un mondo esterno e uno interno, nei termini in cui la pone Bhikkhu Cintita, mi sembra discutibile.
    L’articolo è invece convincente dove si legge che “i khandha rispondono alla domanda: come facciamo esperienza?” (p. 12). Riferendosi a questo passo, nella scheda del webinar Letizia chiosa che si tratta di una “domanda epistemologica” (e non ontologica), anche se forse sarebbe meglio dire “gnoseologica” (ma in inglese si usa “epistemology” con questo significato). Tuttavia, la distinzione tra un’indagine ontologica e una epistemologica risulta sensata nella misura in cui non è riferita a una contrapposizione tra mondo interno e mondo esterno (come invece fa l’autore a p. 7), ma indica due diverse modalità di interpretare l’esperienza.

  21. Elizabeth Manning ha detto:

    Ciao a tutte/i, e grazie Letizia per il bel primo incontro.
    Cerco di tradurre una parte dell’articolo ‘Am I My Five Khandas?’ di Bhikkhu Cintita che mi è stato utile a mettere a fuoco l’importanza di questi insegnamenti per chi non ha facilità a leggere in inglese.
    “Noi viviamo in due mondi, un mondo interiore (ajjhatta), soggettivo, di esperienza diretta, e un mondo esterno, obiettivo, che immaginiamo esista con o senza di noi. Gli khandha appartengono solo al mondo interiore”……… ” è essenziale che noi riconosciamo questo distinzione perchè il Bhuddha ha data priorità al mondo soggettivo: è il mondo in cui sorge il dukkha, in cui cerchiamo liberazione; in cui ci immergiamo quando ci sediamo sul cuscino e in cui ci risvegliamo. Dato che questo mondo è interamente esperienza, la domanda, “Che cosa esiste?” non e applicabile, solo la domanda, “Che cos’è che sorge, in quali circostanze?” Scusatemi gli errori!

  22. Andrea M ha detto:

    Il seminario di Lunedì scorso mi ha dato modo di esplorare la mia esperienza attraverso il “framework” del Buddha. Ho iniziato da uno dei cinque Khanda, vedanā. Ho esplorato le sensazioni durante la giornata e durante la corsa, un’attività notoriamente piena di vedanā spiacevoli! Devo dire che inizialmente non riuscivo ad inquadrare la qualità affettiva come piacevole, spiacevole e neutra. Osservavo inizialmente come questa qualità si manifestasse in senso diffuso (la fascina di legna) piuttosto che solamente centrato sul cuore ma che, in un certo senso, la somma di tante piccole qualità affettive contribuissero a creare uno stato emotivo più ampio. All’inizio mi era più facile identificare le qualità affettive negative come “paura”: la paura associata alle piccole sensazioni dolorose casuali che si verificano nel corpo, la paura che permea un pensiero o la paura a livello del diaframma derivante dalla mancanza di aria durante la corsa. Elementi che,senza la paura, sarebbero nient’altro che sensazioni fisiche (cfr. la freccia che colpisce due volte) o movimenti della mente. Poi addentrandomi in queste “paure” mi è sembrato di stare attribuendo un nome che mi interessava di più, paura, rispetto ad un nome che percepivo distante, vedanā, ma in realtà ciò che c’era era semplicemente un’atmosfera emotiva intorno alle sensazioni fisiche che poteva avere qualità differenti. Stessa cosa per il piacere/piacevole. Non posso dire di più perché questa indagine richiede tempo e a volte la lucidità mentale non è sufficiente per osservare senza “inquinare”. Mi sembrava opportuno dare un feedback, per quanto derivante dalla memoria e di scarso valore rispetto l’immediatezza del presente, e se qualcuno vorrà condividere altri aspetti sulle cose che abbiamo appreso insieme sarò curioso di leggerli.

  23. INFO SULLE NOTIFICHE COMMENTI: Come vi ho scritto non è possibile ricevere avvisi automatici via email quando ci sono nuovi commenti su questa pagina, quindi bisognerà seguire la discussione direttamente sul FORUM … e non appare l’apposita casella da barrare ☹

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