Chi siamo “noi”? (2)

Al volo e praticamente a caso dalle notizie di oggi, due esempi di cosa succede a uscire dalle proprie caselle – non è altruismo, né idealismo: è intelligenza politica sociale ed economica!

E’ sempre l’empatia il primo passo: trovare un elemento in comune che mi connette al diverso o alla ‘naturale’ controparte, qualcosa che parla alla mia esperienza. Riconoscere il proprio interesse nell’interesse dell’altro, al di là di logiche e schieramenti prefissati, di identità unilaterali, crea nuove alleanze e mina vecchi conflitti, aprendo squarci salutari dove è possibile respirare pensare e agire in modo creativo e più efficace. 

“Quello è il mio Rabbino!” New York: Portano distintivi con su scritto “Anche noi eravamo rifugiati” e applaudono ai 19 rabbini, cantori e attivisti del gruppo T’ruah arrestati mentre inscenano un pacifico sit-in contro la politica anti-islamica di Trump. leggete QUI

“Licenziarono mia moglie, non sarò come loro” – Mestre: un imprenditore assume una donna incinta al 9 mese. Come un gesto contro-intuitivo accende l’entusiasmo e crea un circolo virtuoso nell’azienda – leggete  QUI

Un consiglio dall’antica saggezza del Buddha (Sutta Nipata 2.4): “Associarsi ai saggi, non associarsi agli stolti; onorare ciò che è degno di essere onorato: questa è una grande protezione”.

Cercate e condividete con gli altri le notizie che vi ispirano, contribuite alla salute emotiva e al pensiero libero dei vostri amici e delle vostre comunità fisiche o virtuali! La rabbia, l’indifferenza, l’avidità, la paura e la stupidità non sono l’unico mondo possibile. Contribuisci a creare il mondo in cui vive il tuo cuore.   

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Chi siamo “noi”?

Condivido volentieri un video realizzato dalla TV danese ma che spero vi parli nella vostra lingua come ha parlato a me (anche se ha i sottotitoli in inglese…) al posto di “Danimarca” possiamo mettere “Italia” o qualunque altro paese o comunità dove ogni giorno la sfida è immaginare e poi scoprire tutto ciò che abbiamo in comune …

Cosa succede quando smettiamo di incasellare le persone?

 

Ritiro di dicembre a Tossignano (BO)

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CIRCOLI VIRTUOSI 

Borgo Tossignano (Bologna)

Villa Santa Maria, 7-11 dicembre 2016

INFO QUI

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L’accento è sulla coltivazione della presenza mentale nell’arco della giornata e su come si rafforza e raffina nel processo che porta la mente/cuore alla quiete della meditazione profonda.

“In tal modo, da una qualità nasce l’altra, una qualità perfeziona l’altra, al fine di passare da questa all’altra sponda” Anguttara Nikaya 11.2

Vedremo come la “concentrazione appropriata” (sammā samādhi) insegnata dal Buddha sia parte di una dinamica circolare che impegna diversi fattori dell’ottuplice sentiero: in particolare le intenzioni appropriate (temperanza, gentilezza, compassione)  lo sforzo appropriato e la presenza mentale che si associa a una corretta prospettiva. I fattori etici del sentiero (il modo di esprimersi, di interagire e di lavorare) si innestano in questa dinamica preparando il terreno e gettando i semi che fioriranno nella meditazione formale. Le esperienze difficili o appaganti della seduta o di un ritiro diventano a loro v0lta segni e specchio degli schemi emotivi, dei valori e delle tendenze – più o meno sani e costruttivi – che guidano inconsciamente la nostra vita, incoraggiandoci a prendercene cura.

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MATERIALI

Audio– Rifugi e Brahmavihara

Testo canti- Brahmavihara Rifugi-e-precetti

Citazioni – retta concentrazione e retta intenzione

 

 

 

 

 

 

 

Il setacciatore

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Quel che segue è una versione italiana (con qualche abbreviazione per facilitarne la lettura) del Paṃsu­dho­vaka­ Sutta (Aṅguttara Nikāya 3.101) un discorso dove il Buddha illustra il processo della meditazione (adhicitta – lett.: la mente/coscienza superiore, o evoluta) paragonandolo al lavoro che è necessario compiere per estrarre e raffinare l’oro, liberandolo dai materiali ai quali si trova mescolato in natura. Come spesso accade nelle similitudini del Buddha tratte dal mondo dei mestieri, il realismo dei dettagli tecnici è funzionale alla comunicazione di un saper fare basato sull’esperienza.

Quindi mi è sembrato utile se non indispensabile affiancare al testo immagini che diano un’idea degli attrezzi e dei gesti di cui si parla e del contesto generale del lavoro (ai tempi del Buddha non esisteva Youtube, quindi ci accontentiamo di approssimazioni contemporanee). L’immaginazione, unita alla conoscenza diretta della vostra mente e all’esperienza della meditazione intensiva, farà il resto! Una cosa però sarà chiara a tutti: non è un lavoretto facile e ‘pulito’, richiede tanto applicazione, perseveranza, ripetizione, tempo, quanto sapienza e conoscenza della ‘materia’. Richiede le mani in pasta ed economia di movimenti, non il distacco del sapere in teoria o uno sperpero inconsulto di energie.

NEL VIDEO QUI SOTTO LA PARTE INTERESSANTE SUL LAVAGGIO COMINCIA AL MINUTO 7.27- spostate il cursore in avanti se non volete vederlo tutto!

Chiunque abbia provato a lasciar decantare i propri pensieri, a staccarsi da un ragionamento a vuoto, una fantasia allettante, un rancore, una preoccupazione, a sottrarsi al sottile dominio di un buon sentimento o all’ansia di ‘praticare’ e di ‘vedere’, sa di che cosa parlo. E chi pensa che samatha abbia a che fare con la ‘calma’ dia un’occhiata al documentario qui sotto: come produrre oro a 24K! Scherzi a parte, l’intensa attività e l’alta temperatura della fucina (l’oro fonde a 1064 gradi!) rendono bene il lavoro psichico non visibile (ma a volte avvertibile), lo stato fluido o caotico del sistema in trasformazione e l’energia sprigionata dal processo.

Due sono le figure implicate nella similitudine: il lavatore o setacciatore (paṃsu­dho­vaka – da pamsu = terriccio, fango, sporcizia) che dà il nome al Discorso; e l’orafo, che subentra una volta che dal processo di filtraggio emerge l’oro grezzo. Nel primo stadio, preliminare, la purificazione mentale è associata all’immagine dell’acqua e del lavare; nel secondo al fuoco e al fondere, che modificano strutturalmente la materia prima. Infine, la mente “duttile, malleabile e splendente” è pronta al lavoro di investigazione che logora i legami e i condizionamenti profondi. Tipicamente, il sutta si conclude ‘in gloria’ con la liberazione dell’arhat, oltre a elencare benefici collaterali del perfezionamento di samatha.

Uno schema analogo del progressivo abbandono dei pensieri distraenti, culminante nella quiete energica e luminosa della mente unificata si trova nel famoso Discorso sui due tipi di pensiero (tradotto su questo blog) che include il passaggio standard sui quattro jhāna. La metafora della raffinazione dell’oro tramite fusione e separazione dai metalli ‘vili’ si ritrova anche in un altro discorso: Aṅguttara Nikāya 5.23 Upak­kilesa­sutta  Qui è esplicito il riferimento ai ‘cinque impedimenti’, qualità o schemi energetici e psicologici che ostruiscono la consapevolezza, offuscano il discernimento e vanno abbandonate insieme alla stimolazione sensoriale perché la mente possa accedere alla meditazione profonda. Potete leggere questa e altre similitudini per i cinque impedimenti cliccando QUI

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Ci sono tre impurità grossolane dell’oro: sabbia sporca, pietrisco e ghiaia. Il setacciatore o il suo apprendista lo mette in un bacile e le lava via sciacquando e risciacquando. Una volta eliminate quelle, restano le impurità mediane: ghiaino e sabbia grossa. Il setacciatore le lava via sciaquando e risciaquando. Una volta eliminate quelle, restano le impurità sottili: sabbia fine e polveri nere. Il setacciatore le lava via sciacquando e risciaquando. Una volta fatto questo, resta solo la polvere d’oro. Allora l’orafo, o il suo apprendista, mette l’oro grezzo nel crogiolo e soffiando lo fonde eliminando le scorie.  th-gold_smith__2230611fFinché non è stato fuso e separato dalle impurità, finché non è raffinato e privo di scorie, l’oro non è duttile, malleabile o splendente. E’ friabile e non si presta a essere lavorato. Ma arriva il momento in cui l’orafo ha fatto quel che doveva fare per liberarlo dalle impurità e l’oro – raffinato e privo di scorie – è duttile, malleabile e splendente. Non è friabile, e si presta a essere lavorato. Allora, qualunque ornamento l’orafo abbia in mente – una cintura, una collana, un paio di orecchini – l’oro servirà al suo scopo.

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Allo stesso modo ci sono tre impurità grossolane del monaco che si dedica alla meditazione: azioni scorrette, parole scorrette, modi di pensare scorretti. Il monaco coscienzioso e intelligente se ne astiene e fa in modo di eliminarle. Una volta abbandonate queste, restano le impurità mediane: pensieri sensuali, pensieri ostili, pensieri violenti. Il monaco coscienzioso e intelligente se ne astiene e fa in modo di eliminarli. Una volta abbandonati questi, restano pensieri sulla famiglia, la patria, la reputazione. Il monaco se ne astiene e fa in modo di eliminarli.

Una volta abbandonati questi, restano solo pensieri connessi alla pratica. La sua concentrazione non è calma o raffinata, non ha raggiunto il perfetto riposo o la convergenza, ed è tenuta insieme da un deliberato sforzo di volontà. Ma arriva il momento in cui la mente si stabilizza, si raccoglie e si unifica. La concentrazione è calma e raffinata, raggiunge il perfetto riposo e la convergenza, e non è più tenuta insieme da uno sforzo di volontà. Allora, qualunque forma di conoscenza speciale desideri ottenere, potrà farne esperienza quando c’è l’occasione.

[Segue il passo standard sulle 6 abhiñ­ñā o “conoscenze speciali” che possono essere ottenute, per quanto non da tutti i praticanti, come esito del perfezionamento della meditazione di quiete (jhāna): poteri psichici; chiaroveggenza; comprensione della mente degli altri; ricordo delle vite precendenti; comprensione del kamma degli esseri; conoscenza dell’esaurimento delle fermentazioni (āsava) o liberazione]

Se vuole, esaurite le fermentazioni mentali, dimora nella liberazione del cuore e nella liberazione nata dal discernimento che sono prive di fermentazioni, avendola conosciuta e realizzata nel presente. E ne può fare esperienza ogniqualvolta c’è l’occasione.

Una versione dell’intero sutta, in inglese, si può leggere QUI

Da quella pagina (cliccando sul menù in alto a sinistra) si può accere al testo in pāḷi e ad altre letture sull’argomento. Un saggio particolarmente dettagliato su questo Discorso è quello di Piya Tan

Nella sezione AUDIO di questo blog troverete un mio discorso tenuto durante un recente ritiro a Tossignano (Le cinque facoltà) e intitolato Purificare l’Oro.

Bhikkhu Bodhi sulle elezioni USA

Questo intervento del Ven. Bhikkhu Bodhi, a cui siamo tutti debitori per aver dischiuso in una lingua occidentale il tesoro dei Discorsi del Buddha, parla non solo agli Americani che si confrontano con un difficile momento della loro storia politica e sociale, ma a tutti noi che amiamo e pratichiamo il Dhamma e ci sforziamo di capire come coniugare il sentiero della pace del cuore con la partecipazione sensibile e intelligente al turbolento spazio della polis – dove apprendiamo l’inevitabile connessione della nostra vita a quella degli altri, e impariamo che le scelte, i valori, i pensieri e le emozioni agiscono ben al di là dei limiti di questa pelle, di questa ‘testa’, di questo paese. Non ho il tempo di tradurlo, ma se qualcuno vuole provarci (anche in parte) posti come commento a questo articolo. Se  cliccate in alto a destra su Commenti leggerete intanto un piccolo stralcio in italiano

Buddhist Global Relief

Ven. Bhikkhu Bodhi

It was with feelings of shock and dismay that early this morning I woke up to learn that Donald Trump had been elected president of the United States. Although, as a monk, I do not endorse political candidates or align myself with political parties, I feel that as a human being inhabiting this fragile planet, I have an obligation to stand up for policies that promote economic and social justice, respect for the innate dignity of all human beings, and preservation of the earth’s delicate biosphere. By the same token, I must oppose policies detrimental to these ideals. I see politics, not merely as a naked contest for power and domination, but as a stage where great ethical contests are being waged, contests that determine the destiny—for good or for ill—of everyone in this country and on this planet.

Trump’s presidential campaign challenged each of the ethical…

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L’ultima frontiera

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Jurij Gagarin, 1961

Oggi pomeriggio alle 16.48 è previsto l’arrivo su Marte della sonda Schiaparelli  a completamento della prima fase della missione Exomars La diretta dell’evento si può seguire su http://livestream.com/ESA/marsarrival/videos/1390137 Exo come exobiology: la branca della biologia che studia le possibilità di vita su mondi non terrestri. Certo, Schiaparelli non incontrerà gli alieni di Star Trek, ma se tutto va bene microbi o tracce dei loro antenati. Però la mission di Exomars, sul piano simbolico ed emotivo, tocca una corda che fino a poco fa trovava espressione solo nella fantasia e nel celebre motto della mitica Enterprise: “Esplorare strani, nuovi mondi, cercare nuova vita e nuove civiltà, andare audacemente dove nessuno è mai andato prima”.

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La mia generazione è nata e cresciuta con le missioni spaziali, con Jurij Gagarin e il suo “la Terra è blu” nel cuore e nell’immaginazione, e uno dei ricordi più emozionanti della mia infanzia è collegato alle immagini televisive di Neil Armstrong che compie il primo passo sulla luna, il 20 luglio 1969. Un anno importante per l’ampliamento delle frontiere, anche per altri versi. Come altri miei coetanei, da grande volevo fare l’astronauta. Quindi non è un caso che provi una certa resistenza di fronte all’indifferenza o ai mugugni scettici di chi non trova nulla da celebrare in questa recente impresa scientifica, anche italiana. Di chi nell’esplorazione dello spazio vede solo un’esportazione o estensione dei nostri terrestri guai oltrefrontiera (come se non bastessero le colonie, e gli imperialismi di casa nostra; un altro pianeta da sfruttare, invece di riparare ai danni fatti al nostro; soldi buttati quando c’è tanta povertà; la scienza asservita agli interessi economici e politici dei poteri forti … ecc.).

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E a proposito … quale delle due foto in questo articolo è stata scattata su Marte?

Nella pratica buddhista il sentimento di sano orgoglio, apprezzamento e soddisfazione per i propri e altrui successi si chiama mudita – e la coltivazione meditativa di questa gioiosa apertura mentale, quando è stabilizzata nella retta concentrazione, tende a un’espansione della coscienza che decentra e relativizza il mondo percettivo abituale. E’ possibile, forse indispensabile, immaginare un’espansione delle frontiere del conoscere che trasforma il nostro modo di stare al mondo e fa appello alle risorse migliori della nostra specie: perché immaginare solo un presente e un futuro dove l’avidità, l’odio e l’illusione distruggono la Terra, gli scienziati sono tutti pazzi, e la tecnologia rende schiavo l’uomo? Il futuro è già qui. Dunque, auguri a Schiaparelli. E molta mudita per i conseguimenti e l’eccezionale lavoro dei numerosi membri della nostra famiglia umana che si sforzano di traghettarla in un più ampio universo.

La prima immagine: Afghanistan, di Franco Pagetti, tratta da Panorama

La seconda è una pic del Beauty Crater di Marte scattata dal Rover Curiosity, tratta dal sito della NASA

Aggiornamenti

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  • E’ stato aggiornato il Calendario del blog con le date dei ritiri e seminari previsti nel 2017
  • Sono state aggiunte al menu del blog due nuove pagine: Letizia (contiene il mio profilo e il link ad alcuni miei scritti sul Dhamma disponibili in rete) e Focusing (info generali e un documento sul mio lavoro in questo campo). La pagina di introduzione Sul blog è stata modificata con indicazioni spero più chiare sui contenuti e su come usare il blog.
  • Sono ancora disponibili posti per praticanti non principianti al ritiro residenziale di meditazione che si terrà dal 28 ottobre al 1 novembre a Tossignano (Bo)  per INFO vedi QUI
  • E’ in corso il primo ciclo del Laboratorio Mestre 2016-17, dedicato al Dhamma della Foresta.  I relativi materiali verranno condivisi sul blog alla pagina  Laboratorio Mestre 2016-17 (1)
  • Infine …

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Solitudine e Comunità: Un ritiro di studio con Stephen Batchelor e Letizia Baglioni  31 marzo – 5 aprile 2017  – “Villa Santa Maria” Borgo Tossignano (BO)

Le informazioni sul corso sono disponibili alla pagina italiana del sito BC  Le domande di partecipazione vanno indirizzate via mail esclusivamente a corsi@bodhi-college.org compilando e allegando il modulo che si scarica dal sito del Bodhi College

Laboratorio Mestre 2016-17 (1)

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Su questa pagina, che aggiornerò periodicamente, troverete materiali e appunti relativi al Laboratorio Mestre– Primo ciclo – che è iniziato a ottobre. Le registrazioni degli incontri saranno via via disponibili alla pagina AUDIO I partecipanti possono condividere qui domande, commenti e riflessioni sui temi del laboratorio (clicca in alto a destra di questo articolo per lasciare un Commento)

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Achaan Chah e Achaan Sumedho

Nei primi otto incontri esploreremo temi centrali della pratica meditativa attraverso gli insegnamenti e le biografie di figure rappresentative della tradizione tailandese ‘della foresta’, un movimento contemplativo che ha avuto un ruolo importante nella trasmissione di valori e pratiche buddhiste in occidente nella seconda metà del novecento. Vedremo se e in che modo l’esperienza di monaci itineranti del sud-est asiatico rurale possa parlare alla nostra condizione di laici inseriti in una società complessa e globalizzata.

Per accostarsi al tema: 

Introduzione alla vita e agli insegnamenti di Achaan Chah

  1. Un profilo storico: La tradizione della foresta

Il Buddha arriva in Sussex: (in inglese con sottotitoli)

La stessa storia, con molti spunti di riflessione e di pratica, è raccontata in: Achaan Sumedho, Lasciar andare il fuoco, Astrolabio, Roma 1992. 

1a) Il villaggio e la forestaappunti 

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Pindapat

2)  Tudong: in cammino – appunti

  3) Ascoltare e apprendere dalla natura e dall’ambiente – appunti

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Achaan Chah e un cerbiatto

   4) Buddho – appunti

5) Solitudine e cooperazione – appunti

6) La battaglia interiore e la pace affidabileappunti

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Achaan Lee Dhammadaro

7) Lasciar andare  appunti

Irrealtà aumentata?

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POKEMONLa polizia municipale di Bari fronteggia un’ invasione di mostriciattoli e assembramenti non autorizzati di cacciatori dei medesimi in pieno centro: fantascienza nostrana? No: è arrivata Pokémon Go un’applicazione gratuita per smartphone che sfrutta la  Realtà Aumentata o AR per finalità ludiche e lucrative (di soggetti diversi e complementari, s’intende). Come i Google Glass o altre versioni di occhiali ‘intelligenti’, consente di sperimentare, andando a zonzo per la città, una sovrapposizione fra elementi reali e virtuali, con la possibilità di interagire attivamente con essa. E consente di fare meglio quello che chi pratica la meditazione di consapevolezza si sforza di disfare (con più o meno successo): compiere una o più azioni pensando ad altro, gestire flussi dissociati di informazione a livello subliminale, sovrapporre agli stimoli sensoriali ed emotivi del presente una o più storie o fantasie che producono stimoli sensazioni e reazioni che innescano storie e fantasie che producono sensazioni e reazioni (e così via …).

Chi, come me, ignora allegramente i Pokémon e non gioca con i telefonini ma è incuriosito, dia un’occhiata a questo vecchio video tenendo presente che gli ‘effetti speciali’ sottoposti agli ignari passanti e pendolari sono più rozzi di quelli attualmente possibili e prevedibili grazie a questa tecnologia

 

e per inquadrare il fenomeno può leggere un articolo su Internazionale dello scorso luglio  che non lo demonizza, né discute la realtà aumentata in sé e per sé e i vantaggi che offre in molti campi (didattici, pubblicitari, comunicativi, medico-chirurgici, scientifici, militari, ecc.) ma propone uno scenario e suscita alcune domande.

La realtà aumentata non è altro che uno strato che sta tra noi e il mondo.

Ricordo quando per strada si camminava, si fumava, ci si baciava, si guardavano le vetrine o i monumenti, si mangiava il gelato, si chiacchierava, si giocava a pallone, si stava seduti in macchina ad ascoltare le musicassette; o ti sedevi al bar e al giardinetto a leggere il giornale, di quando in quando stiracchiandoti e alzando gli occhi a uno squarcio di cielo e ai tetti delle case, cogliendo un odore di pioggia o di fritto, il rombo di una motoretta truccata, la forma di una rosa, stralci di telecronaca della partita di calcio, un litigio fra due sconosciuti. In strada si lavorava, anche, se consegnavi merci o arrostivi castagne o vendevi borsette, e si chiedeva la carità. Alcune attività si potevano combinare (star seduto in macchina con la radio accesa a fumare e pensare aspettando un amico, ad esempio); alcuni di noi, fra le tante cose, combattevano gli alieni aspettando l’autobus, ma in genere lo facevano da soli e non ne parlavano volentieri.

Prima di schierarci a difesa dell’innovazione o scuotere il capo sospirando i bei tempi andati, vale la pena chiederci: siamo coscienti dell’entità e della natura dello ‘strato’ posto fra noi e l’esperienza presente (senza l’ausilio di una app) dal monologo interno, dal multitasking, dalla disincarnazione abituale, dalla reattività emotiva, dalla fretta, dai condizionamenti percettivi non esaminati e da quella che il Buddha, in una parola, definiva inconsapevolezza o ignoranza? In che modo nutrire avidità, avversione e illusione attraverso un giochino è diverso o più nocivo che nutrire certe abitudini mentali tramite le nostre fantasie inconsce e la realtà virtuale proiettata sullo schermo della nostra mente? Condividere la proliferazione emotiva e concettuale (quella che in pali si definisce papañca ) su Facebook è diverso che farlo dal parrucchiere o in ufficio? Non ho risposte pronte in un senso o nell’altro, ma mi interessa sapere cosa ne pensa chi pratica il Dhamma e la meditazione.

Una prima differenza che emerge, per me, è che ammazzare alieni (o quel che sia) tramite una app piuttosto che nella nuda fantasia nutre certe relazioni sociali e poteri economici. E che anche il fantasticatore più incallito ma privo di supporti elettronici o del rinforzo sociale corre il rischio di incontrare se stesso e le proprie azioni prima o poi, attraverso gli altri, uno stimolo fisico, le emozioni indotte da un libro o da un film, o la multa di un vigile. Ma chissà dove ci porta l’evoluzione umana, e il rapporto con la realtà sensoriale potrebbe divenire col tempo meno importante.

Il risveglio al tempo dei Pokémon …. Attendo  vostre osservazioni.

 

Ritorno al futuro (2)

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Riprendiamo il discorso sul buddhismo delle origini, che abbiamo lasciato con Beethoven e le esecuzioni musicali filologiche o ‘storicamente consapevoli’ (vedi il post precedente Ritorno al futuro). In quel movimento abbiamo colto qualcosa che non ha a che fare con l’idealizzazione del passato o la pretesa di riprodurre un’esperienza, ma col far vivere nel presente le intenzioni e lo spirito del compositore, liberandolo da prassi esecutive e tradizioni interpretative legate ad altre epoche e altri valori. L’intento non è conservare inalterato nel tempo un feticcio musicale, ma esporsi al rischio della crisi e della trasformazione che il contatto con la grande arte comporta; attivare pensiero, emozioni ed energie che interagiscono con il nostro presente e confluiscono nella trama del futuro. Va da sé che il rigore e l’autenticità della ricerca, più il talento specifico e le altre risorse e discipline che i musicisti portano all’impresa sono determinanti per la qualità del risultato, e garantiscono che l’inevitabile soggettività non si traduca in arbitrio, dogmatismo, o mero spirito iconoclasta. Tutto ciò sembra valere anche per chi si accosta oggi agli insegnamenti del Buddha con la dovuta umiltà, ma con la consapevolezza di doversi assumere la responsabilità di come leggere ed eseguire la partitura del Dhamma nella propria vita.

Perché vale la pena di disfare (o quanto meno rilassare) alcuni dei significati e metodi ereditati da scuole e insegnanti buddhisti e rivolgersi alle fonti più antiche? E perché queste dovrebbero essere rilevanti per chi non è uno studioso, ma è interessato alla pratica per motivi personali o esistenziali? In parte, credo che alcune risposte emergano già da quanto detto fin qui, ma forse è utile provare a dire qualcosa in più su questa scelta. Riflettendo su queste domande sono emerse cinque caratteristiche degli insegnamenti più antichi che ritengo si siano perdute o oscurate nelle formulazioni successive. Sono precisamente le caratteristiche che, se ben comprese, ci permettono di trarre utili indicazioni dai sutta pali (o dai loro equivalenti in altre lingue) malgrado il divario socio-culturale e di formularle e applicarle in modi nuovi e personali oggi.

La mia premessa: il Dhamma è ‘ben esposto’ (svākkhāta). È un insegnamento che mira a promuovere e sostenere uno specifico processo evolutivo, così come emerge effettivamente nell’individuo e nel gruppo, generando nel contempo un linguaggio e modelli concettuali per descriverlo e mapparlo. Quindi, non è una religione o un’utopia filosofica. Il suo approccio è essenzialmente maieutico, più che prescrittivo. L’insegnamento (Dhamma) si accompagna a una disciplina (Vinaya), ma la disciplina, o la pratica, non determina o definisce le trasformazioni che sono oggetto del Dhamma. Quindi, non è un antico manuale di tecniche psico-spirituali. Richiede invece lo sforzo creativo di adattare la disciplina alle situazioni della vita reale.

Come uno splendido uccello, il Dhamma va accostato con cura e delicatezza (niente gesti bruschi o rozzi) per non farlo volare via o fargli male. Come un serpente velenoso, non è mite o innocuo. Come ogni organismo vivente, richiede il giusto ambiente per fiorire; pur adattandosi, tenderà a mantenere la sua coerenza interna. Mi interessa il Dhamma bio, che ha frutti irregolari dal gusto inconfondibile. Il Dhamma OGM è forse più elegante o facile da coltivare, ma altrettanto insipido.

Dai testi traspaiono il genio e le realizzazioni di Gotama, ma il Dhamma del buddhismo antico non è né opera di un singolo pensatore (come i Dialoghi di Platone), né la rivelazione di un profeta o un dio (come il Vangelo). Piuttosto, si presenta come il recupero di una sapienza disponibile agli umani (l’“antico sentiero nella foresta”)[1], si sviluppa all’interno di una matrice relazionale (rappresentata al suo primo stadio dal gruppo dei Cinque Bhikkhu più Gotama stesso) e attraversa un lungo processo di trasmissione orale e sperimentazione prima di diventare parola scritta.

I testi antichi celebrano il Tathāgata come modello e come colui che “mostra la via”, ma il Dhamma non appartiene a lui, né fonda la propria validità sull’autorità del maestro,  o perfino sul fatto che ci sia o no un Buddha [2] – un po’ come avviene per Newton e la legge di gravità. Il Dhamma appartiene a chiunque lo faccia vivere nel proprio tempo e luogo, accettando la responsabilità di tenere aperto il sentiero.

Ora i cinque punti. A questo stadio sono semplici affermazioni, un po’ secche, che non mi fermo a dimostrare e neppure a spiegare. Servono come supporto alla riflessione e all’indagine, e spero incoraggino qualcuno che indugia sulla soglia ad avventurarsi in questo mondo affascinante. Le citazioni testuali sono solo alcuni dei luoghi che avevo in mente mentre scrivevo l’articolo.

1) LA FIGURA FRATTALE – Il Dhamma presenta lo stesso disegno globale su scale diverse. Donare (dāna), rinunciare (nekkhamma), la quiete della mente raccolta (samādhi) e l’estinzione della sete (nibbāna) ruotano attorno a una medesima esperienza: lo stress dell’afferrare e aggrapparsi, il sollievo del deporre e lasciar andare. Questa è una metafora fisica, propriocettiva, la cui validità e le cui implicazioni nel regno del cuore e del comportamento vanno intuite e verificate, più che un ideale da raggiungere o uno stato a cui tendere. L’immagine del sentiero è potente, ma non dice tutto. Se presa alla lettera (e in senso lineare) può perfino essere fuorviante. Più che eseguire o ‘accumulare’ una serie di passi verso una meta desiderata che immagini (o ti hanno detto) essere al termine del percorso, si tratta di riconoscere il gusto della felicità e libertà di cui parla Gotama; si tratta di apprezzare il ‘gesto’ da cui scaturisce e procedere da lì, affrontando gli ostacoli via via che si presentano e sviluppando le risorse necessarie a superarli.

2) IL PRINCIPIO DELLA REGOLARITÀ (dhammaniyāmatā) – Il risveglio di Gotama è riproducibile, ma non si produce a volontà. Che i pulcini sguscino dalle uova ben covate è nell’ordine delle cose, non dipende dal desiderio della chioccia.[3] Dunque, l’insegnamento possiede un ordine intrinseco che rispecchia un processo naturale, impersonale, non legato a specificità culturali. “Dato A, è possibile B”; “in assenza di A, non si dà B” (per quanti sforzi tu faccia). Lo ‘sguardo del Dhamma’ coglie schemi e ricorrenze nella dimensione psichica, legami significativi ma ‘deboli’, cioè non obbligati deterministicamente né rigorosamente lineari, nella rete delle condizioni e delle forze che plasmano il flusso dell’esperienza. La prospettiva del ‘processo naturale’ è controbilanciata dalla complementare prospettiva al punto 3.

3) IL PRINCIPIO DELLA COMPETENZA (kusalatā) – Gli insegnamenti sono validi o efficaci quanto lo permettono le reali capacità e risorse delle persone. Dunque non sono universalmente ‘veri’. Tuttavia, le competenze o abilità richieste (tipicamente raggruppate in serie, come le “5 facoltà” o i “7 fattori del risveglio”) si possono sviluppare e temprare associandosi ad “amici ammirevoli” (kalyāamitta). Il bene e la maturità spirituale si valutano sul metro di un discernimento o saper fare affine a quello richiesto da un mestiere o un’arte. Le metafore e le similitudini tratte dal mondo del lavoro, che abbondano nei sutta, suggeriscono che, dopotutto, la mente cosciente e la volontà svolgono un ruolo (nel bene o nel male). La prospettiva della ‘competenza’ è bilanciata dalla complementare prospettiva al punto 2.

4) COMPLESSITÀ, NON UNIVOCITÀ – I Discorsi presentano non una dottrina (p.es le “quattro nobili verità”, o la “vacuità”) o un sistema di meditazione (p.es. vipassanā), ma una serie di modelli parzialmente sovrapponibili che affrontano la materia da diverse angolature, o a fasi diverse di sviluppo e coltivazione. Di qui le ambiguità, le incoerenze e le lacune che vanno risolte, per così dire, non teoricamente, ma nel contesto della propria pratica mentre si evolve. Le classificazioni degli abhidhamma, le tradizioni commentariali e le scuole buddhiste cercano di far quadrare tutto secondo chiavi interpretative e definizioni di esperienze contemplative che ambiscono a essere autorevoli, univoche e normative; ma l’effetto è paradossalmente fuorviante. Se il Dhamma è come una zattera, secondo una famosa similitudine,[4] il compito è proprio quello di costruirla assemblando il materiale sparso a disposizione, e verificare se è sufficientemente ben fatta da stare a galla e farti attraversare il fiume. Altra cosa è prendere un traghetto o farsi imprestare una zattera; se si trattasse di questo, forse il Buddha non si sarebbe dilungato a descrivere il lavoro dell’uomo che raccatta fronde e rami, li lega, eccetera.

5) IL LINGUAGGIO POLISEMICO – Gli insegnamenti dei Discorsi fanno ampio uso di concetti esperienziali.[5] In breve, i concetti esperienziali non rappresentano o designano qualcosa (unità, oggetti, realtà, entità logiche, stati, fenomeni, ecc.). Piuttosto, attingono a una riserva condivisa di conoscenza implicita suscitando certe risposte cognitive e affettive. A loro volta, tali significati soggettivamente sentiti orientano l’atteggiamento e l’azione, fra cui le azioni sottili e intime della meditazione. Termini come nibbāna, ta, dukkha, sono metafore basate su osservazioni di vita quotidiana. Sono fatti per essere compresi intuitivamente da qualunque persona interessata e svolgono certe funzioni nel discorso, più che essere sezionati e impartiti come concetti filosofici, categorie psicologiche o dogmi religiosi. Un esempio per tutti è il termine sati, che non può essere ridotto a un’unica funzione mentale (come la ‘nuda attenzione’): se sei svagato o trascurato, significherà “ricorda il tuo compito, o le tue priorità”; se ti fai trascinare o sopraffare dalle tue reazioni e pensieri, implica restare “vigile e protettivo come il guardiano di una città”; se sei irrequieto e iperattivo, vorra dire “bada alle tue vacche stando seduto da un canto” (e via dicendo).[6] La molteplicità dei significati non rende vago il linguaggio o arbitraria l’interpretazione; vi è un fine ordine implicito che si rivela nella consequenzialità e appropriatezza del risultato, quando la risposta o l’azione (anche solo mentale) scaturisce dalla comprensione delle condizioni presenti.

Va da sé che interagire con persone reali che fanno tutto questo e forniscono sia il necessario  contesto etico, sia il beneficio della loro esperienza, è parte integrante del processo di decodifica. I testi antichi implicano non un maestro o una tradizione esegetica, ma un Sangha vivente ed esperto che ti aiuti a capire il Dhamma; ma soprattutto, che capisca te, mentre lo applichi nella tua vita.

[1] Saṃyutta Nikāya 12.65.

[2]Saṃyutta Nikāya 12.20.

[3] L’immagine si trova in Saṃyutta Nikāya 22.101.

[4]  Majjhima Nikāya 22.13.

[5] Per una discussione dei vari ‘tipi’ di concetti e dei termini ‘esperienza’ e ‘implicare’ nel senso in cui li uso qui, rimando a E. T. Gendlin, Experiencing and the Creation of Meaning, 1962, e opere successive. Per una rapida consultazione  http://www.focusing.org/ecmpreface.html

[6] Per queste e altre immagini di sati nei sutta, cfr Bhikkhu Anālayo, Satipatthana: The Direct Path to Realization, Windhorse : Birmingham 2003, pp. 53 segg.