Ritiro di dicembre a Tossignano Bologna

COMPRENDERE LA SOFFERENZA  

Ritiro residenziale

Tossignano (BO) 7-10 dicembre

Sono aperte le iscrizioni a questo ritiro residenziale INFO QUI 

Per facilitare l’organizzazione, chiediamo a tutti gli interessati di perfezionare l’iscrizione quanto prima, e comunque entro il 25 novembre. Grazie!

L’accento è sulla coltivazione della presenza mentale nell’arco di tutta la giornata, e su come la meditazione può darci gli strumenti e l’occasione per esplorare direttamente ciò che il Buddha definisce “dukkha”, sostenuti dalla riflessione saggia e dalle qualità salutari coltivate nell’ottuplice sentiero. 

Letture consigliate (clicca sul titolo)

MATERIALI

Audio – Rifugi e Brahmavihara

Testo canti- Brahmavihara Rifugi-e-precetti

Appunti e citazioni dal ritiro dantabhumiMN125

Registrazioni dei discorsi dal ritiro vedi alla pagina AUDIO

 

Afflitto nel corpo, non nella mente

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Traduco di seguito il Discorso a Nakula­pi­ta – Saṃyutta Nikāya 22.1. Il testo pali e le versioni inglesi consultate sono disponibili su  https://suttacentral.net/pi/sn22.1  A breve un post di commento. 

COSI’ HO UDITO. Una volta il Beato dimorava fra i Bhagga a Suṃsumaragira,  nel parco delle gazzelle della foresta di Bhesakaḷa. Allora il laico Nakulapita si recò dal Beato, porse i suoi omaggi, si sedette da un canto e gli disse:

“Sono vecchio, signore, anziano, carico d’anni, all’ultimo stadio, sofferente nel corpo e sovente malato. Raramente ho occasione di vedere il Beato e i monaci degni di stima. Che il Beato mi esorti e mi istruisca, signore, così che torni a mio vantaggio e duraturo beneficio”.

“Proprio così, capofamiglia, proprio così. Questo tuo corpo è afflitto, oppresso, aggravato. Se qualcuno portasse in giro questo corpo affermando che è sano, sia pure occasionalmente, non parlerebbe a vanvera? Perciò, capofamiglia, devi praticare così: ‘Per quanto sia afflitto nel corpo, la mia mente non soffrirà’. Ecco come dovresti praticare”.

Allora Nakulapita, soddisfatto e grato per le parole del Beato, si alzò, porse i suoi omaggi e si recò dal venerabile Sāriputta. Dopo aver salutato il venerabile Sāriputta, si sedette da un canto. Il venerabile Sāriputta disse:

“Capofamiglia, i tuoi sensi sono in pace, il tuo incarnato è chiaro e luminoso. Hai forse ascoltato un discorso sul Dhamma, oggi, alla presenza del Beato?”

“Come no, signore! Proprio adesso son stato asperso con l’ambrosia di un discorso sul Dhamma”.

“E con che genere di ambrosia di discorso sul Dhamma sei stato asperso dal Beato?”

[Nakulapita riferisce la conversazione avuta con il Buddha]

“Ma non hai pensato di chiedere al Beato in che modo si è afflitti nel corpo e nella mente, e in che modo si è afflitti nel corpo, ma non nella mente?”.

“Verrei da lontano per farmelo spiegare dal venerabile Sāriputta. Sarebbe bene se il venerabile Sariputta chiarisse il senso di quelle parole”.

“Allora ascolta e fai bene attenzione, capofamiglia, parlerò”.

“Sì, signore”, replicò Nakulapita. Il venerabile Sāriputta disse:

“E COME SI E’ afflitti nel corpo e afflitti nella mente? Ecco, capofamiglia: una persona ordinaria che non conosce gli insegnamenti, che non frequenta i nobili e non è esperta e addestrata nella nobile pratica, che non frequenta i buoni e non è esperta e addestrata nella buona pratica, considera la forma come il sé, o il sé dotato di una forma, o la forma nel sé, o il sé nella forma. E’ dominata dall’idea ‘Sono la forma, la forma è mia’. Mentre vive dominata da questa idea la forma cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della forma prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Considera la sensazione come il sé, o il sé dotato di una sensazione, o la sensazione nel sé, o il sé nella sensazione. E’ dominata dall’idea ‘Sono la sensazione, la sensazione è mia’. Mentre vive dominata da questa idea la sensazione cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della sensazione prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Considera la percezione come il sé, o il sé dotato di una percezione, o la percezione nel sé, o il sé nella percezione. E’ dominata dall’idea ‘Sono la percezione, la percezione è mia’. Mentre vive dominata da questa idea la percezione cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della percezione prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Considera le volizioni come il sé, o il sé dotato di volizioni, o le volizioni nel sé, o il sé nelle volizioni. E’ dominata dall’idea ‘Sono la volizione, la volizione è mia’. Mentre vive dominata da questa idea la volizione cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della volizione prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Considera la coscienza come il sé, o il sé dotato di coscienza, o la coscienza nel sé, o il sé nella coscienza. E’ dominata dall’idea ‘Sono la coscienza, la coscienza è mia’. Mentre vive dominata da questa idea la coscienza cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della coscienza prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

 “Ecco come si è afflitti nel corpo e afflitti nella mente”.

“E COME SI E’ afflitti nel corpo, ma non nella mente? Ecco, capofamiglia: il nobile discepolo che conosce gli insegnamenti, che frequenta i nobili ed è esperto e addestrato nella nobile pratica, che frequenta i buoni ed è esperto e addestrato nella buona pratica, non considera la forma come il sé, o il sé dotato di una forma, o la forma nel sé, o il sé nella forma. Non è dominato dall’idea ‘Sono la forma, la forma è mia’. Mentre vive non dominato da questa idea la forma cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della forma non prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Non considera la sensazione come il sé, o il sé dotato di una sensazione, o la sensazione nel sé, o il sé nella sensazione. Non è dominato dall’idea ‘Sono la sensazione, la sensazione è mia’. Mentre vive senza essere dominato da questa idea la sensazione cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della sensazione non prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Non considera la percezione come il sé, o il sé dotato di una percezione, o la percezione nel sé, o il sé nella percezione. Non è dominato dall’idea ‘Sono la percezione, la percezione è mia’. Mentre vive senza essere dominato da questa idea la percezione cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della percezione non prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Non considera le volizioni come il sé, o il sé dotato di una volizione, o le volizioni nel sé, o il sé nelle volizioni. Non è dominato dall’idea ‘Sono la volizione, la volizione è mia’. Mentre vive non essendo dominato da questa idea la volizione cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della volizione non prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Non considera la coscienza come il sé, o il sé dotato di coscienza, o la coscienza nel sé, o il sé nella coscienza. Non è dominato dall’idea ‘Sono la coscienza, la coscienza è mia’. Mentre vive senza essere dominato da questa idea, la coscienza cambia e si altera. Con il cambiamento e l’alterazione della coscienza non prova tristezza, pena, disagio, scontento e angoscia.

“Ecco come si è afflitti nel corpo ma non nella mente”.

Così parlò il venerabile Sāriputta. Lieto, Nakulapita apprezzò le parole del venerabile Sāriputta.

Ritiro di Agosto a Tossignano Bologna

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Quiete e Visione profonda

Ritiro di meditazione a Tossignano (Bo)

Villa Santa Maria  19-27 agosto

INFO  tossignanoAGO17

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Sono aperte le iscrizioni per questo ritiro residenziale, adatto a chi ha una pratica regolare e una conoscenza di base del Dhamma. Per facilitare l’organizzazione chiediamo di perfezionare l’iscrizione entro il 6 agosto scrivendo a inforitiri@gmail.com

L’accento è sulla coltivazione della presenza mentale (satipaṭṭhāna) e su come si rafforza e raffina nel processo che porta alla concentrazione o unificazione del cuore (sammā samādhi).

In questo approccio samatha e vipassanā (quiete e investigazione o visione profonda) sono integrate e complementari fin dai primi passi della coltivazione mentale, e applicate in modo organico tenendo presente gli insegnamenti del Buddha degli strati canonici più antichi (sutta), e in particolare quelli sulla pratica della consapevolezza dell’inspirare ed espirare (ānāpānasati).

LETTURE:

Discorso sulla consapevolezza dell’inspirare ed espirare – Ānā­pā­nasa­ti­sutta, Majjhima Nikāya 118   – testo pali e traduzione di Bhikkhu Bodhi disponibile QUI 

Traduzioni in italiano, disponibili online QUI (parziale) e QUI (trad. Thích Nhất Hạnh)

Due libretti di introduzione alla consapevolezza del corpo, secondo gli insegnamenti di Ajahn Sucitto  In appendice uno schema delle 16 istruzioni in pāli e in italiano, più i rifugi e i precetti.

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VEDI ANCHE:

CETANASUTTA

Due tipi di pensiero

Il setacciatore

I quattro jhāna

Abbandonare i cinque impedimenti

Saṃyutta Nikāya 46.52 Affamare e alimentare i 5 impedimenti e i 7 fattori del risveglio  (anche in italiano)

LE REGISTRAZIONI DEI DISCORSI TENUTI DURANTE IL RITIRO SONO ORA DISPONIBILI ALLA PAGINA AUDIO

 

 

 

 

 

Aggiornamenti

  • Si è concluso il Laboratorio Mestre secondo ciclo: la relativa pagina del blog è stata aggiornata con la serie completa degli APPUNTI da scaricare in pdf; alla pagina AUDIO sono disponibili le registrazioni degli incontri.

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  • “Attenzione accurata”: la pagina Ritiro di Giugno a Tossignano Bologna  è stata aggiornata con gli APPUNTI e citazioni dai Sutta relativi ai temi trattati; alla pagina AUDIO troverete il link alle registrazioni dei discorsi.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno aiutato in vario modo a organizzare e sostenere queste due occasioni di studio e pratica; chi ha avuto cura di registrare i discorsi e produrre i file audio;  tutti coloro che hanno partecipato con interesse e impegno.  Questo post è un aggiornamento, ma la riflessione non è nuova: ogni evento emerge da una rete di cause e condizioni. Quando qualità salutari convergono attorno all’intenzione di conoscere e praticare il Dhamma vi sono frutti interiori, ma anche esteriori: guardate a questa pagina e ai suoi contenuti come un piccolo frutto di ciò. tiglio_NG8.jpg

 

Ritiro di Giugno a Tossignano Bologna

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ATTENZIONE ACCURATA

Ritiro di meditazione a Tossignano (Bo)

Villa Santa Maria  1-4 giugno

INFO  tossignanoGIU17

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Sono disponibili posti per questo ritiro residenziale.  Per facilitare l’organizzazione chiediamo a tutti di perfezionare l’iscrizione entro il 24 maggio scrivendo a inforitiri@gmail.com

“Ci sono due condizioni che portano ad acquisire una corretta prospettiva: le parole di un altro, e un’attenzione accurata” AN 2.125-6

L’accento è sulla coltivazione della presenza mentale nell’arco di tutta la giornata, e su come si rafforza e raffina nella meditazione formale in sinergia con gli altri fattori salutari.

In particolare esploreremo il ruolo dell’attenzione approfondita o accurata  rivolta alla nostra esperienza nel presente (yoniso manasikāra) come condizione per giungere a una ‘corretta prospettiva’ (sammā ditthi) sulla pratica dell’ottuplice sentiero e i suoi obiettivi.

In questo approccio samatha e vipassanā (quiete e comprensione) sono integrate e complementari fin dai primi passi della coltivazione mentale e applicate in modo organico tenendo presente gli insegnamenti del Buddha degli strati canonici più antichi (sutta).

APPUNTI (YONISO MANASIKARA)

Le registrazioni dei discorsi dal ritiro verranno pubblicate sulla pagina Audio

 

I quattro jhana

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Riprendiamo la traduzione della sezione centrale del Sāmañ­ña­phala­sutta, il Discorso sui frutti della vita contemplativa (Dīgha Nikāya 2) VEDI ARTICOLO PRECEDENTE.

Superati i cinque impedimenti – qualità non salutari che ostruiscono la consapevolezza e indeboliscono il discernimento – il campo dell’esperienza si semplifica e si chiarifica, la mente si acquieta e la meditazione decolla dando luogo al processo che nell’ottuplice sentiero del Buddha va sotto il nome di retta concentrazione o sammā samādhi.

Le vivide e puntualissime similitudini che descrivono i quattro jhāna (termine frequentemente ma impropriamente tradotto con ‘assorbimento’ o addirittura ‘trance’) si ritrovano altrove nei Nikāya (cfr. p. es. Anguttara Nikāya 5.28 e Majjhima Nikaya 119) e completano il passo standard che definisce ciascuno dei quattro stati contemplativi in termini di graduale ‘alleggerimento’ e pacificazione.

[Primo jhāna

“Separato dagli oggetti dei sensi, separato da qualità non salutari, entra e rimane nel primo jhāna: gioia e piacere della solitudine associati all’applicazione e all’esame. Pervade, permea, satura e soffonde il proprio corpo con la gioia e il piacere della solitudine, così che non vi è parte del suo intero corpo che non sia soffuso di gioia e piacere.

“Grande re, immagina un abile addetto ai bagni, o il suo apprendista, che versa polvere di sapone in un bacile, la spruzza d’acqua e la impasta per formare una palla, così che la palla di sapone sia intrisa d’umidità, pervasa e soffusa d’umidità dentro e fuori senza però gocciolare.  Allo stesso modo, il bhikkhu pervade, permea, satura e soffonde il proprio corpo con la gioia e il piacere della solitudine, così che non vi è parte del suo intero corpo che non sia soffuso di gioia e piacere. Questo, gran re, è un frutto visibile della vita contemplativa, più eccellente e sublime dei precedenti.

[Secondo jhāna ]

“Inoltre, grande re, venendo meno l’applicazione e l’esame entra e rimane nel secondo jhāna: fiducia interiore e concentrazione mentale senza applicazione né esame, gioia e piacere dell’unificazione. Pervade, permea, satura e soffonde il proprio corpo con la gioia e il piacere dell’unificazione, così che non vi è parte del suo intero corpo che non sia soffusa di quella gioia e piacere.

“Grande re, immagina un lago profondo con una sorgente interna, che non riceve immissioni da est, ovest, nord o sud e non è alimentato da piogge stagionali. Ma una corrente d’acqua fresca che sgorga dal basso pervade, permea, satura e soffonde tutto il lago, così che non vi è parte di esso che non sia soffuso d’acqua fresca. Allo stesso modo, il bhikkhu pervade, permea, satura e soffonde il proprio corpo con la gioia e piacere dell’unificazione, così che non vi è parte del suo corpo che non sia soffusa di tale gioia e piacere. Anche questo, grande re, è un frutto visibile della vita contemplativa, più eccellente e sublime dei precedenti.

[Terzo jhāna ]

“Inoltre, grande re, con lo svanire della gioia resta equanime, consapevole e chiaramente cosciente, fisicamente sensibile al piacere; entra e rimane nel terzo jhāna di cui i nobili dicono: “Ha una piacevole dimora chi è equanime e consapevole”.

“Grande re, immagina uno stagno in cui vi siano loti azzurri, bianchi o rossi nati nell’acqua, cresciuti nell’acqua, che non si ergono al di sopra dell’acqua ma fioriscono immersi nell’acqua. Dalla punta delle radici sarebbero pervasi, permeati, saturi e soffusi d’acqua fresca, così che non vi sarebbe parte di quei loti non permeata d’acqua fresca.  Allo stesso modo, il bhikkhu pervade, permea, satura e soffonde il proprio corpo con quel piacere senza esultanza, così che non vi è parte del suo corpo che non sia soffusa di quel piacere senza esultanza. Anche questo, grande re, è un frutto visibile della vita contemplativa, più eccellente e sublime dei precedenti.

[Quarto jhāna]

 “Inoltre, grande re, abbandonati piacere e dolore e tramontate già letizia e mestizia, entra e rimane nel quarto jhāna: né piacevole né spiacevole, presenza mentale purificata dall’equanimità. Siede soffondendo il proprio corpo con una mente pura e limpida, così che non vi è parte del suo corpo che non sia soffusa di una mente pura e limpida.

“Grande re, immagina qualcuno che siede avvolto dalla testa ai piedi in un panno bianco, così che non vi è parte del suo corpo che non sia sfiorata dal panno bianco. Allo stesso modo, il bhikkhu siede soffondendo il proprio corpo con una mente pura e limpida, così che non vi è parte del suo corpo che non è soffusa da una mente pura e limpida. Anche questo, grande re, è un frutto visibile della vita contemplativa, più eccellente e sublime dei precedenti”.

NOTE ALLA TRADUZIONE

“Grande Re”:  Si tratta di Ajātasattu re di Kosala, che vuole capire quali siano i vantaggi e i frutti concreti della vita di rinuncia condotta dal Buddha e dai suoi seguaci rispetto a quelli che si ottengono dedicandosi a mestieri e attività ordinari. Alla figura di questo re parricida e ai suoi rapporti con Gotama Stephen Batchelor dedica interessanti pagine in Confessione di un ateo buddhista (Astrolabio – Ubaldini ed)

Viveka: Qui lo rendo con ‘solitudine’, ma il participio passato del verbo (vivicca) con ‘separato’. Il primo jhana nasce da viveka sia nel senso dell’essere fisicamente appartati e separati dagli stimoli sensoriali (kaya viveka), sia nel senso della solitudine del cuore (citta viveka), felicemente separato da pensieri e qualità non salutari. Un luogo protetto, esternamente e internamente.

“Applicazione ed esame” rendono qui vitakka & vicāra. In alternativa: attenzione applicata e sostenuta. I due termini indicano generalmente un’attività mentale riflessiva o discorsiva e si traducono con ‘pensiero’ (vedi ad esempio il Discorso sui Due tipi di pensiero) Qui però l’espressione si riferisce a una semplice forma di lucida attenzione pre-verbale, un movimento mentale che rende il primo jhāna meno stabile e compatto del secondo.

“Unificazione” (samādhi) e “concentrazione mentale” (cetaso ekodibhāvaṃ) segnano appunto il secondo jhāna, che il Buddha definisce “nobile silenzio”. Qui il controllo e la volontà, ancora attivi nella fase precedente, si placano.  

“Gioia e piacere”: pīti sukhaṃ  La prima è un’inclinazione dell’intenzione, il secondo una tonalità affettiva. La qualità dell’esperienza complessiva varia notevolmente (secondo uno schema riconoscibile) con l’approfondirsi del processo, dal primo al terzo jhana. Varia inoltre a seconda della maturità del meditante. Alternative per pīti: Godimento, gusto, estasi, trasporto, esultanza. Non importa trovare la traduzione perfetta, ma comprendere che i due termini non indicano UNO stato mentale specifico ma additano una direzione: il meditante impara a restare interiormente fermo, rilassato, abbandonato e distaccato mentre l’esperienza psicofisica si intensifica, sciogliendo la naturale reattività e avidità collegata alla sensazione piacevole. La sensazione dunque si modula e infine si placa attraverso il disincanto e il lasciar andare, quindi in dipendenza dall’atteggiamento mentale che tende all’equanimità. Sapere come far emergere, espandere, e poi rifluire la pervasiva gioia della concentrazione è il cuore dell’arte di samatha, che è essenzialmente un gesto di regolazione e intelligenza emotiva.

“Piacere e dolore”: La coppia di opposti sukha – dukkha sta per l’intero spettro della polarità fondamentale (agio – disagio).

“Letizia e mestizia”: La coppia somanassa – domanassa implica qualcosa di più chiaramente psicologico, una valutazione dell’esperienza. Nell’istruzione del Buddha su come stabilire la presenza mentale (satipatthana) è centrale abbandonare domanassa (lo scontento o scoraggiamento nei confronti del mondo) come pure il suo opposto (esaltazione, eccitazione, aspettative, desideri). Qui è un chiaro riferimento alla precedente pratica di consapevolezza, come presupposto della pacificazione (samatha).

“Il proprio corpo” imameva kāyaṃ. Occorre notare che il termine kāya ha il significato letterale di aggregato, collezione, insieme, gruppo, congerie, raccolta ecc. (cfr la nostra accezione di corpus, ad esempio l’insieme o collezione di testi letterari). Per estensione designa anche (ma non solo) il corpo anatomico. Permeare “il corpo” con la gioia il piacere e la pura equanimità della meditazione è chiaramente associato alla pratica di satipatthana nel Discorso sulla consapevolezza del corpo (Kāyaga­tā­sati­sutta, MN 119), e la presenza della formula dei 4 jhāna e di queste stesse similitudini in analogo contesto nei paralleli cinesi attesta l’antichità di questa istruzione accanto alle altre modalità o prospettive da cui contemplare il corpo (come un insieme di organi, dal punto di vista dell’inspirare ed espirare, come un organismo che decade e si decompone, ecc.).

Alcuni (fra cui Bhante Sujato e Ajahn Brahmali, vedi un esempio di discussione QUI)  obiettano a questa interpretazione/traduzione sulla base del fatto che, a fronte dell’unificazione mentale e conseguente cessazione dell’esperienza sensoriale esterna, la percezione del corpo (in senso tattile) si dissolve, e l’estendere la sensibilità/consapevolezza all’intero “corpo” andrebbe in direzione opposta rispetto alla focalizzazione dell’attenzione e all’abbandono dell’attività volizionale che caratterizzano il processo del jhāna.

Inoltre, l’espressione kāyena (strumentale che si può rendere “con il corpo“, o “fisicamente”è frequente nei Discorsi con il valore idiomatico di “personalmente”, “direttamente”, “da sé”; ad esempio dove si parla di sperimentare direttamente la liberazione, o conoscere personalmente gli stati di concentrazione senza forma, ecc. Senza attardarmi in complesse questioni filologiche (chi è interessato può seguire un’interessante discussione dell’argomento QUI) vi sarebbero buone ragioni per intendere i riferimenti a kāya nel contesto dei jhāna semplicemente nel senso di “se stesso” o “la sua persona”, o “la sua esperienza interiore” (il meditante pervade se stesso, si soffonde, permea tutto il campo della coscienza  con la gioia e il piacere della meditazione).

Personalmente credo che in pratica la differenza sia minima: l’esperienza soggettiva di ciò che definiamo ‘corpo’ o ‘me stesso’ si modifica molto a seconda degli stati di coscienza e con l’approfondirsi della meditazione e della quiete, e varia moltissimo da persona a persona. Vi sono alcuni che hanno di norma una vaga e intermittente consapevolezza del proprio corpo, legata al contatto con oggetti esterni o a sensazioni marcate (tipicamente sgradevoli) e tendono a identificare se stessi coi pensieri. Altri partono da una sensibilità globale della presenza corporea, che tende a espandersi, alleggerirsi e sfumare con il progredire della quiete. L’ossessione di determinare che cosa esattamente il meditante “pervade, permea, satura e soffonde … con la gioia e piacere della solitudine” mi pare tipica di una mentalità lontana dall’epistemologia dei Discorsi antichi e dalla visione olistica, esperienziale della meditazione, per cui non si dà una realtà fisica oggettiva separata da una “mente” che la conosce. Sarei tentata di tradurre: “Soffonde questa roba qui con il piacere e la gioia …”. Una sfera di coscienza pulsante è pur sempre “un corpo”, tanto quanto uno gnocco difforme di vario peso e consistenza.

Per una traduzione alternativa, e un dettagliato e utile commento all’intero Discorso DN 2 (per chi legge l’inglese) consiglio il saggio di Piya Tan, scaricabile da QUI

Solitudine e Comunità

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Bodhi-Institute-logo3

SI E’ CONCLUSO il ritiro di studio a Tossignano Bologna (31 marzo-5 aprile) dedicato al tema Solitudine e Comunità vedi locandina del corso 2017 e la presentazione sul sito Bodhi College.

GRAZIE di cuore a tutti  per l’impegno personale e il clima di comunità che avete contribuito a creare, notato e apprezzato da molti partecipanti. Senza il sostanzioso lavoro organizzativo offerto generosamente da alcuni dei partecipanti non sarebbe stato possibile né per gli insegnanti, né per Bodhi College, realizzare questo incontro.

Per chi è interessato ma non ha potuto partecipare questa volta: tenga d’occhio il sito del Bodhi College e il calendario di questo blog per future iniziative.

QUI sotto è disponibile il link ai file audio delle presentazioni tenute da Stephen Batchelor e Letizia Baglioni, che si possono scaricare sul proprio dispositivo oppure ascoltare in streaming (aprendoli in Google-Drive con Google Player) ignorando l’avviso antivirus:

AUDIOSolitudine&ComunitàTossignano2017

INOLTRE, potete scaricare il pdf con alcune citazioni e riferimenti dai sutta del canone pali per proseguire lo studio e l’approfondimento dei temi trattati:

TESTITossignano2017

ALTRI testi utilizzati per questo corso sono stati tradotti VEDI QUI o in via di traduzione su questo blog.

CHI volesse continuare a riflettere su questo tema, da una prospettiva diversa ma complementare,  potrebbe trovare utili gli spunti di pratica e i materiali di un recente LABORATORIO MESTRE attorno alla metafora del VILLAGGIO E LA FORESTA.