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Prossimi incontri di Spazio Aperto mercoledì3 e 17 dicembre
Questi ultimi due incontri del ciclo autunnale saranno dedicati alla discussione degli insegnamenti di Achaan Sumedho contenuti nei volumi Consapevolezza intuitiva e Il suono del silenzioCalendario delle letture vedi QUI
In particolare, mercoledì 3 dicembre ci focalizzeremo sui discorsi intitolati La sofferenza va accolta, e La fine della sofferenza è adesso (Consapevolezza intuitiva, Astrolabio, pp. 61-76; pp. 86-98) mercoledì 17 dicembre su Osservare l’attaccamento (pp.139 segg).
Può essere utile, per meglio inquadrare il tema della ‘sofferenza’ nel contesto di questi insegnamenti, leggere anche il post Comprendere dukkha
Come sempre, il focus non è teorico ma presuppone la motivazione a esaminare, correggere e maturare il proprio approccio agli insegnamenti buddhisti e alla pratica meditativa come strumento di trasformazione ed evoluzione personale. Tutti gli interessati sono invitati a seguire le letture durante la settimana e a mettere a fuoco brani o insegnamenti da condividere a Spazio Aperto, come pure esperienze e domande su come integrarli nella pratica di consapevolezza.
Illustrazione di Achaan Sucitto, The Dawn of the Dhamma
Come sa chi studia e pratica il Dharma, il termine pali dukkha (scr duḥkha) è tanto ricorrente negli insegnamenti del Buddha quanto sfuggente, difficile da tradurre univocamente, fonte di fraintendimenti e di dubbi. Ma alla fine, quel che conta non è tanto trovare la perfetta traduzione (‘sofferenza’ è la più comune) quanto usare questo concetto come un dito che punta alla luna della nostra condizione. Nei Discorsi antichi appare come un segno stenografico che va esplicitato e interpretato dall’ascoltatore alla luce della propria esperienza di vita e della comprensione dell’intero insegnamento del Buddha. Di seguito traduco alcuni brani dal capitolo 5 di The Dawn of the Dhamma di Ajahn Sucitto (1). Vedrete come nel passaggio sulla Prima nobile verità la libera resa del termine da parte dell’Autore allevia la stereotipia della formula tradizionale, rilasciando un senso a cui tutti possiamo rapportarci con immediatezza.
Dukkha non è una realtà fisica oggettiva come la malattia o la carestia. A volte possedere poco va bene o è perfino rasserenante. Altre volte, ci angosciamo per una macchia sulla tovaglia. Entrare in contatto con quella sensazione è una via d’accesso alla spiritualità perché ci offre un indizio di dove e come le esperienze della vita ci toccano realmente. Possiamo credere di essere guidati da principi razionali, ma scegliamo di essere razionali solo quando un atteggiamento calmo e obiettivo ci conviene. Le nostre motivazioni, i parametri in base a cui qualcosa ci piace, ci ispira o ci sembra utile (come pure il contrario) risiedono in un’altra dimensione della psiche. Entrare in contatto con tale dimensione è essenziale, se vogliamo vivere in modo meno confuso.
Mettendo l’accento su dukkha il Buddha mette in risalto un fatto che spesso non notiamo o di cui abbiamo un assaggio solo in relazione a situazioni particolari. Non sta dicendo che la vita è dolorosa: la maggior parte delle cose presenta un misto di piacere, dolore e neutralità. Tuttavia, la qualità di fondo è una certa irrequieta ansietà, un sentimento di mancanza: “Non basta”, “C’è qualcosa che non va”. Nella felicità il retrogusto è il desiderio di averne di più, l’attaccamento o il tentativo di prolungare lo stimolo in quanto, di per sé, è destinato a cambiare. E quando la fonte della felicità svanisce, cominciamo a provare noia o insoddisfazione e a cercare qualcos’altro. Se non troviamo nulla, ci sentiamo peggio. […]
Un sentimento di mancanza permea le nostre vite. A volte abbiamo la sensazione che ci manchi qualcosa, o un’insoddisfazione che può andare da un lieve senso di stanchezza all’estrema disperazione. Può essere innescata da sensazioni fisiche o da impressioni mentali riguardanti noi stessi o gli altri. E’ caratterizzata dal sentire che quello che c’è non basta. Se siamo in salute fisicamente e mentalmente possiamo sentirci frustrati perché la vita non ci offre abbastanza, o non ne stiamo facendo buon uso, o non facciamo abbastanza. O perché non abbiamo tempo, spazio e libertà a sufficienza. Possiamo provare ansia per le condizioni del pianeta e dell’ambiente: la nostra percezione del presente e del futuro non è rassicurante e spensierata. Anche avere ‘troppo’ significa non avere spazio, futuro o tranquillità. La lista è interminabile. Provate a riflettere sulle vostre attività e i vostri progetti: notate che c’è uno sforzo costante per modificare o fronteggiare situazioni sgradevoli e ricercare il benessere. E’ una condizione universale.
Per molti di noi, la spinta a intraprendere un cammino spirituale è data dal prendere atto che questo è lo stato d’animo prevalente in tutto ciò che facciamo e ovunque andiamo, inclusa la pratica spirituale! L’ho constatato di persona. Vivere come monaco contemplativo in un luogo tranquillo senza dovermi preoccupare di nulla non mi impediva di irritarmi perché una rana gracidava: “Ma che avranno da gracidare ‘ste rane, perché non stanno zitte e non la smettono di disturbarmi!”. Non è una risposta intenzionale e deliberata, è una reazione istintiva. Crediamo di essere fatti così, e ogni possibilità di cambiamento, quand’anche desiderassimo cambiare, appare remota. Abitudini e istinti definiscono la nostra identità, ed è qui che dukkha ci rode dentro più profondamente.
Bhikkhu, c’è questa nobile verità dell’insoddisfazione. Nascere è problematico, invecchiare è duro e morire è difficile da accettare. Tristezza, rimpianto, dolore fisico, angoscia e disperazione sono egualmente dolorosi. Essere uniti a ciò che non piace è sgradevole; essere separati da ciò che piace è sgradevole; non ottenere ciò che vogliamo è frustrante. In breve, i cinque aggregati a cui ci si afferra sono insoddisfacenti.
‘Afferrare’ è un’efficace metafora di quello che altrove si definisce ‘attaccamento’. Significa trattare qualcosa come se fosse permanente o assoluto mentre in realtà non lo è. Quando sei attaccato alle sigarette, per esempio, le consideri assolutamente necessarie alla tua vita. Devi sempre averne un pacchetto a portata di mano. In realtà, però, le sigarette non sono necessarie. Quindi, in cosa consiste l’attaccamento agli aggregati [i 5 khandha: forma, sensazioni, etichette/significati, intenzioni, coscienza] che li rende insoddisfacenti?
La sensazione di esistere come persone si basa interamente sull’afferrare i cinque aggregati come nucleo personale, come il nostro sé. Malgrado l’introvabilità di questo ‘nucleo’, che in realtà è solo uno stato d’animo generato dall’attaccamento agli khandha, gli attribuiamo la paternità di pensieri e sentimenti, il possesso e la responsabilità del corpo, la direzione e il controllo dei sensi. Avendo creato un’identità attorno agli khandha, ci aspettiamo che ci gratifichino. Partiamo dal presupposto istintivo che troveremo appagamento nel nostro corpo o in quello di un altro; in sensazioni piacevoli, stimolanti o calmanti; in opinioni e idee brillanti; o in una combinazione di tutte queste cose così come appaiono alla coscienza sensoriale. Malgrado le ripetute delusioni, crediamo che sia una disfunzione occasionale, un incidente di percorso, o che sia colpa nostra. In occidente, colpa e vergogna sono più comuni dell’orgoglio, come espressione della credenza in un io. Se il mondo sensoriale non ci appaga ci sentiamo in difetto, convinti come siamo che dovrebbe appagarci.
Quindi, è facile cadere nell’uno o l’altro dei due estremi: l’ottimismo dell’ingenuità (“alla fine tutto si aggiusta”) o il pessimismo della disperazione (“non ho avuto nulla dalla vita, sono un fallito”). Ed eccoci alla deriva fra due sponde: dare la colpa agli altri sentendoci dalla parte della ragione, condannare la società e giustificare noi stessi; o giudicarci severamente e mettere gli altri su un piedistallo. Forse vorremmo tirarci fuori da questa situazione, in un modo o nell’altro. Ma se la situazione sono io, come me ne tiro fuori? Questo girare a vuoto, questo samsara, sta appunto nell’afferrare i cinque aggregati come il nostro sé.
(1) The Dawn of the Dhamma: Illuminations from the Buddha’s First Discourse, by Sucitto Bhikkhu, Buddhadhamma Foundation, Bangkok 1995. Al momento, l’edizione digitale del volume risulta introvabile. E’ però disponibile una pubblicazione illustrata che rielabora lo stesso materiale, dal titolo Turning the wheel of Dhamma, al seguente link