Ritiro autunnale a Tossignano Bologna

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Compassione: seminario residenziale

Tossignano (Bologna) 31 ottobre – 3 novembre 2019

INFO QUI

Per facilitare l’organizzazione, chiediamo agli interessati di confermare l’iscrizione quanto prima, e comunque entro il 17 ottobre Grazie!

thumbs_broussonetia-papyrifera-3Questo week-end tematico è  l’ideale prosecuzione di quello svoltosi nell’ottobre 2018 La mente amichevole: introduzione alla meditazione di mettā   Chi non ha partecipato al quel ritiro troverà su quella pagina materiali utili come introduzione al ritiro del 2019 (vedi anche sotto)

L’accento è sulla coltivazione della compassione (karuṇā) come base per lo sviluppo della retta concentrazione, e la sua funzione nel contesto dell’ottuplice sentiero.  Il seminario intende introdurre specificamente alla prospettiva degli insegnamenti più antichi della letteratura canonica buddhista (sutta/āgama) sulla pratica e la funzione dei brahmavihāra o appamanā (benevolenza, compassione, gioia partecipe, equanimità). Oltre a esplorare la funzione della compassione nell’ottuplice sentiero, rifletteremo sul suo potenziale come virtù sociale nella nostra realtà contemporanea.

Si richiede a tutti i partecipanti al ritiro una familiarità con alcuni concetti di base e con la pratica della presenza mentale – troverete i testi fondamentali tradotti o linkati sulle seguenti pagine:

LETTURE PRELIMINARI:

La tromba di conchiglia

Abbandonare i cinque impedimenti

METTĀ nei Discorsi antichi

Proteggere se stessi e il proprio mondo (AUDIO dal ritiro La mente amichevole, 2018)

 

APPROFONDIMENTI:

Anālayo, How Compassion Became Painful

Anālayo, Compassion and Emptiness in Early Buddhist Meditation capp. I-III

Le registrazioni dei discorsi saranno disponibili dopo il ritiro alla pagina Audio

 

 

 

 

 

 

Ritiro di Agosto a Tossignano Bologna

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Il post è stato aggiornato con info bibliografiche e materiali di studio (approfondimenti sulla pratica di ānāpānasati) più un PDF contenente le citazioni, i punti chiave e i riferimenti testuali dal ritiro. Gli audio dal ritiro sono pubblicati sulla pagina AUDIO

Quiete e visione profonda: ānāpānasati

Ritiro di meditazione a Tossignano (Bo)

Villa Santa Maria  17-25 agosto 2019

INFO QUI thumbs_broussonetia-papyrifera-3.jpg

In questo approccio, samatha e vipassanā (quiete energica e investigazione, o visione profonda) sono integrate e complementari fin dai primi passi della coltivazione mentale, e applicate in modo organico tenendo presente gli insegnamenti buddhisti degli strati canonici più antichi (sutta/āgama).

In particolare esploreremo le 16 istruzioni sulla consapevolezza di inspirare ed espirare (ānāpānasati). Ma il cuore del ritiro, e l’indispensabile base per la meditazione formale,  è lo sviluppo e la continuità degli atteggiamenti etici, della semplicità dei bisogni, della presenza mentale e degli altri fattori salutari coltivati nelle ordinarie esperienze ‘esterne’ o ‘interne’ di tutta la giornata.

LETTURE PRELIMINARI

SATIPAṬṬHĀNA SUTTA Majjhima Nikāya 10 TRAD IT

ĀNĀPĀNASATI SUTTA Majjhima Nikāya 118 TRAD IT

PER CHI E’ NUOVO A QUESTO APPROCCIO 

può essere utile ascoltare alcuni AUDIO dal Ritiro di Tossignano agosto 2017

Consapevolezza delle posture e attività

I cinque impedimenti

Anapanasati: un’introduzione

APPROFONDIMENTI

PERSPECTIVES ON SATIPAṬṬHĀNA Anālayo 2013  (capp. xi e xii)

Il volume di Bhikkhu Anālayo, Mindfulness of Breathing: A Practice Guide and Translations verrà pubblicato intorno al 10 Settembre 2019 e si può acquistare a questo link  https://www.windhorsepublications.com/product/mindfulness-of-breathing-a-practice-guide-and-translations-paperback/

nel frattempo sono già disponibili i file audio delle MEDITAZIONI GUIDATE (in inglese)

https://www.windhorsepublications.com/mindfulness-of-breathing-audio/

CITAZIONI, FONTI E RIFERIMENTI TESTUALI (utilizzati nei discorsi tenuti al ritiro)

CITAZIONIago19

 

 

 

Aggiornamenti

La pagina CALENDARIO è stata aggiornata con i dettagli di alcune INIZIATIVE AUTUNNALI di pratica e studio del Dhamma –  in particolare segnalo:

  • due GIORNATE DI MEDITAZIONE in Settembre  – rispettivamente a GENOVA e a FELTRE (Belluno)
  • un nuovo ciclo del Laboratorio di studio e pratica del Dhamma a VENEZIA MESTRE, in programma da Ottobre ai primi di Dicembre, dedicato al tema della percezione e della conoscenza liberante.
  • infine, nel ponte di Ognisanti, un Ritiro residenziale a TOSSIGNANO (BOLOGNA) sul tema della COMPASSIONE negli insegnamenti del buddhismo delle origini. Questo week-end tematico è l’ideale prosecuzione di quello svoltosi nell’ottobre 2018 La mente amichevole: introduzione alla meditazione di metta   Chi desidera partecipare troverà su quella pagina i testi e il link agli AUDIO utili come introduzione al ritiro del 2019. Come sempre, farò un post dedicato al ritiro dopo l’apertura delle iscrizioni. 
  • Nel frattempo, segnalo sull’argomento, per chi legge l’inglese, l’articolo di Bhikkhu Anālayo  How Compassion Became Painful (2017) in cui l’autore mette in luce come la coltivazione della compassione (karuṇā), che nel pensiero del buddhismo antico è considerata un’esperienza potenzialmente gioiosa, assume tonalità più dolorose, e con implicazioni filosofiche e dottrinali sostanzialmente diverse, nel buddhismo posteriore.

Le date utili per prenotarsi e l’indirizzo email da contattare per ciascuna iniziativa sono sulla pagina CALENDARIO  Aiuterete molto l’organizzazione segnalando il vostro interesse quanto prima, ma non prima dell’inizio delle iscrizioni. Grazie!

 

 

Migranti

Come pausa estiva concedo a questo blog un piccolo detour dal Canone pali (e simili) per condividere una cosa che avevo scritto dieci anni fa, all’indomani dell’entrata in vigore della legge 94 del 2 luglio 2009 che introduce in Italia il reato di immigrazione clandestina  Non scrivo poesie, e nel caso non le conservo (e se le conservo non le leggo a nessuno); ma questa piccola ballata (con melodia da abbinare a piacere, canticchiando stonati) l’ho ritrovata “per caso” fra vecchi file all’indomani dell’approvazione del Decreto sicurezza bis  quindi si vede che voleva essere ascoltata.

Per me, parla l’io/tu plurimo (non corale) variabile e decentrato che incontro quando medito, o quando sto per la strada o siedo sui treni o nei locali in vigile   consapevolezza in mezzo ai miei simili; a volte, nella mente restano fotogrammi, occhiate scambiate, sensazioni, fantasie, stralci di conversazione; a volte, mentre il tutto scivola verso il silenzio, un pezzetto si appiccica sulla carta (o viene intonato ad alta voce, o col gesto). Voi traetene quel che vi pare (o non vi pare). E scrivetene altre, magari da lasciare davanti al parlamento, al comune, in ufficio, a scuola, o dove volete (sì, le istituzioni con la minuscola, perché è così che le vivo oggi, e vivo il mio paese, l’italia. Spero di tornare alla corretta ortografia quanto prima, o meglio ancora, che ne inventeremo una nuova per ora impensata).

Tu portavi una corona

di rosario intorno al collo

io una catena di pensieri interrotta

e una fame che non puoi comperare

Tu parli una lingua di troppo

la mia è troppo asciutta

ci vorrebbe del vino

la mia è troppo amara

com’è amaro il destino

Da dove vieni?

E dove vai?

Da dove vieni?

E dove vai?

Ti lascio il mio vestito bianco

anche il PC –  quello nero e cromato

(quello rosso e un po’ imbalsamato

l’hanno da tempo rottamato)

Ti lascio i miei Monet

col fieno dorato che fruscia al vento

in dieci in un appartamento

un palmo di terra su cui riposare

Sali sul mio cammello

che ondeggia come il mare

voglio portarti lontano

dove non ci possano trovare

cantami una canzone

non farmi addormentare

ti lascio all’angolo del tuo primo sogno

prima di ripartire

Tu avevi un velo nero

il volto piccolo un po’ affannato

io gli occhi grandi e un giornale spiegazzato

dalle cazzate di un giornalista venduto

Io ho un coltello affilato

tu i denti bianchi che fanno paura

io ho un violino intonato

tu hai ancora voglia di avventura

Da dove vieni?

E dove vai?

Da dove vieni?

E dove vai?

E  i morti invocano

un paese sicuro

senza pudore e senza cordoglio

c’è puzza d’imbroglio

c’è aria di botte:

vuoi essere uno di loro?

Sali sul mio cammello

che ondeggia come il mare

voglio portarti lontano

dove non ci possano trovare

cantami una canzone

non farmi addormentare

ti lascio all’angolo del tuo primo sogno

prima di ripartire.

Tu portavi una corona

di rosario intorno al collo

io una catena di pensieri interrotta

e una fame che non puoi comperare

sì, una fame che non puoi comperare.

MIGRANTI (canzone italiana) luglio 2009

Inno

In maniera fortuita, è tornata oggi alla mia attenzione la bella canzone di Leonard Cohen, Anthem.  Ne ho tradotto qui il testo, e ho aggiunto un video per farvela ascoltare (con molti ringraziamenti all’autore che lo ha postato su YouTube).

Mi sembra che dica, molto meglio di quanto potrei fare io in prosa, qualcosa che abbiamo bisogno di ascoltare quando le circostanze ci chiamano, come oggi (e forse come sempre) a dare il meglio di noi, invece di aggravare il mondo con il peso del nostro rifiuto, della nostra rabbia, della nostra rassegnazione. Aprire gli occhi nell’oscurità – internamente ed esternamente – con consapevolezza e amore rende la mente più forte e fiduciosa che limitarsi a volere la luce. Anche perché (e il Buddha sarebbe d’accordo) “C’è una crepa in ogni cosa…”

Cantavan gli uccelli
al levar del giorno
Ricomincia daccapo
dicevano
Non indugiare
su quel che è stato
o che non è ancora.

Le guerre saranno
combattute ancora
La sacra colomba
verrà catturata
comprata e venduta
e ricomprata ancora:
la colomba non è mai libera.

Suonate le campane che ancora possono suonare
dimenticatevi l’offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Volevamo i segni,
li abbiamo avuti:
la nascita tradita
il matrimonio finito
la vedovanza
di ogni governo –
segni che ognuno può vedere.

Non posso più correre
con il  branco senza legge
mentre gli assassini altolocati
recitano preghiere ad alta voce.
Ma hanno evocato
una nube di tempesta
e mi farò sentire.

Suonate le campane che ancora possono suonare
dimenticatevi l’offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Potete sommare le parti
ma non avrete il tutto
Potete attaccare la marcia
ma senza tamburo
Ogni cuore, ogni cuore
verrà all’amore
ma come un rifugiato.

Suonate le campane che ancora possono suonare
dimenticatevi l’offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Suonate le campane che ancora possono suonare
dimenticatevi l’offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.
è così che entra la luce.
è così che entra la luce.

Aggiornamenti

Illustrazione di Achaan Sucitto, The Dawn of the Dhamma

Ho aggiunto al menu del blog una nuova pagina:  VIDEO   Qui troverete i link alle registrazioni dei seminari online condotti nell’inverno del 2018 e del 2019, insieme alla descrizione del webinar e altri documenti utili. Entrambi i seminari sono basati su materiale testuale relativo agli strati più antichi degli insegnamenti buddhisti e, pur non avendo alcuna pretesa accademica, tengono conto del lavoro corrente di studiosi e insegnanti di Dhamma che uniscono all’approccio critico-comparativo ai Discorsi una verificata fede nell’efficacia e nel valore soteriologico degli insegnamenti del Buddha storico.  Dai video sono state tagliate le parti interattive con i partecipanti al seminario, riferimenti personali o circostanziali e quanto non essenziale allo svolgimento del tema. Chi era iscritto al webinar 2018 o 2019 può continuare ad accedere al Forum di discussione utilizzando il vecchio link e la password. 

Per le date e le modalità di iscrizione ai prossimi seminari online tenete d’occhio il Calendario e gli Aggiornamenti periodici su questo blog. 

Colgo l’occasione per dire che, così come i discorsi tenuti nel corso dei miei ritiri o laboratori, queste videoconferenze nascono nel contesto di un percorso di studio e/o di pratica condotto con e per un gruppo specifico di persone temporaneamente associatesi attorno a un compito;  e non come ‘prodotti’ confezionati e intesi per una fruizione indipendente e, diciamo così, anonima, né come sostituto o equivalente di un ritiro o seminario o della relazione personale con un insegnante. Si tratta di ‘appunti’ che bisogna saper usare con discernimento e sempre nell’ottica di verificarne la rispondenza con gli insegnamenti originali, tenendo conto dei limiti e del progresso della propria personale comprensione.

Sottolineo che la produzione di audio o video tratti da queste occasioni di incontro e lavoro si deve alla libera iniziativa di uno o più partecipanti che ritengono utile poter tornare in un secondo momento sui temi toccati e desiderano condividere con altri certi spunti di riflessione o la possibilità di essere introdotti, in italiano, alla lettura dei testi del buddhismo antico. Pur essendo prodotti amatoriali (e di qualità tecnica variabile)  richiedono comunque tempo e lavoro: in nessun modo lo immagino come un servizio dovuto a me, ai lettori di questo blog o a chi partecipa a un ritiro o seminario, né lo ritengo un necessario corredo alla mia attività di condivisione del Dhamma.

Per finire con una nota augurale (dopo un preambolo un po’ serioso): spero davvero che queste Letture dai Sutta online stimolino e incoraggino alcuni di voi a ‘connettersi’ – non col computer ma nella propria vita – al tesoro degli insegnamenti originari del Buddha, superando una prima, comprensibile timidezza nell’accostarsi a un linguaggio nuovo.

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  • Segnalo che (da qualche tempo, ma mi era sfuggito) è disponibile una traduzione italiana del libretto di Achaan Sucitto Pāramī – Ways to Cross Life’s Flood  a cura delle Edizioni Monastero Santacittarama. Si può scaricare da QUI

La notizia può far piacere a chi di voi ha partecipato al Laboratorio Mestre 2017-18 secondo ciclo dedicato appunto alle 10 pāramī  (‘perfezioni’ o virtù trascendenti)  cimentandosi con il testo inglese, e a chi desidera ascoltare o riascoltare le sessioni di quel Laboratorio disponibili alla pagina AUDIO

 

  • Su un tema affine: chi partecipa per la prima volta a un ritiro di meditazione thumbs_broussonetia-papyrifera-3condotto da me, e non ha familiarità con la tradizione buddhista theravada, può trovare utile qualche informazione preliminare sui 3 Rifugi e i 5 Precetti: sulla locandina di ogni ritiro metto un link a un breve elenco delle linee guida che forniscono la base comune per un comportamento corretto e favorevole alla meditazione; ma sul sito di Saddha (amici e sostenitori del Santacittarama) c’è una pagina con i canti in pali e alcuni articoli di commento che può essere un buon punto di partenza  CLICCA QUI  Su questo blog riferimenti ai 5 precetti per i laici e in generale all’etica del buddhismo antico si trovano cliccando sul tag ETICA BUDDHISTA (versione desktop) o usando la funzione di ricerca (casella in alto nella pagina) inserendo PRECETTI, RETTA PAROLA e simili.

 

Le domande dello yakkha

yakkha

Yaksha Manibhadra  (III-II sec. a.C.) Mathura

Fra le classi di esseri non umani potenzialmente interessati all’insegnamento del Buddha figurano gli yakkha (scr. yakṣa), spiriti potenti che abitano luoghi solitari, foreste, colline e grotte abbandonate in prossimità di villaggi e città. Vengono placati e propiziati con offerte e preghiere e l’erezione di altari e santuari; sovente, la naturale irruenza del carattere si trasforma in benigna forza protettrice per gli umani. La controparte femminile (yakkhinī) è al tempo stesso una feroce divoratrice di bambini e un nume tutelare della fertilità e dell’infanzia (cfr. Gail Hinich Sutherland, Disguises of the Demon: The Development of the Yaksa in Hinduism and Buddhism, 1991; e un interessante articolo di Bhante Sujato sugli echi del culto dell’albero e del sacrificio umano nei testi del buddhismo originario, disponibile qui )

    Nei Discorsi antichi si menzionano diversi yakkha con un nome proprio e una residenza; nella letteratura più tarda sono i protagonisti o i comprimari di racconti a sfondo edificante  (cfr G P Malalasekera, Dictionary of Pāli Proper Names ) Nel tempo l’iconografia dello yakkha confluisce nella figura del ‘protettore del Dharma’ posto a guardia dei templi e dei testi buddhisti. yakkhaguardiano

Nel Saṃyutta Nikāya del canone pāli un intero capitolo – il decimo della prima sezione – contiene conversazioni o episodi riguardanti yakkha, feroci o benevoli, che si rapportano al Buddha o ai suoi discepoli, fornendo lo spunto per insegnamenti di carattere etico e per la celebrazione del potere del Dhamma di trasformare le energie della paura e dell’aggressività con la fede, la gentilezza e la saggezza.

Traduco di seguito l’Aḷavakasutta Saṃyutta Nikāya 10.12 e il Maṇibhaddasutta Saṃyutta Nikāya 10.4    A questi link si possono consultare anche altre versioni, in cinese e pāli, degli stessi testi, nonché traduzioni in lingue moderne. Il primo è incluso fra i canti di protezione (paritta) che vengono ancor oggi eseguiti in certe occasioni dai monaci di tradizione theravāda.

Nell’Aḷavakasutta sono menzionate en passant altri classi di esseri non umani (devā, māra e brahmā) all’interno di un’espressione stereotipata con cui spesso si allude alla totalità del ‘mondo’ con l’intera gamma del bene e del male a ogni possibile livello di esperienza. Per semplicità li ho resi qui con “dèi, demoni e angeli”, ma cfr il già citato Dictionary of Pāli Proper Names per approfondire. 

Il termine yakkha si potrebbe rendere (seguendo la traduzione inglese di Bhante Sujato) con ‘spirito locale’ , che richiama il genius loci della religione romana; è preferibile forse a ‘demone’ e ‘orco’ (specie dopo Il Signore degli Anelli). Poiché, nei sutta, yakkha ricorre anche come epiteto del Buddha, nel senso di uomo potente o vigoroso (in senso spirituale), non sembra che il termine avesse in origine connotazioni negative o di malvagità. Certo, non tutti gli yakkha hanno un bel carattere o sono amici del Sangha, come si evince dal famoso episodio dell’ Udana in cui uno yakkha di passaggio, senza ragione apparente e ignorando i buoni consigli del suo compare, non resiste all’impulso di dare una bastonata in testa al grande monaco Sāriputta che medita al chiaro di luna! Pur non essendo particolarmente belli o buoni, gli yakkha cercano di migliorarsi e di trascendere la sofferenza; sono capaci di fede, di ammirazione, di tenerezza, danno buoni consigli e danno una mano quando possono. A volte, pongono domande su questioni importanti.

Dal canto suo, lo yakkha Maṇibhadda (un ‘ritratto’ del quale si vede nell’illustrazione in alto) esalta i benefici della consapevolezza o presenza mentale (sati); il Buddha lo corregge, in parte: la consapevolezza non basta a vincere l’odio, occorre coltivare amore e compassione.

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Yakkhini – Stupa di Sanchi

 

Con Āḷavaka (SN10.12)

Così ho udito. In una certa occasione il Buddha soggiornava nei pressi di Āḷavī, dov’è di casa lo yakkha Āḷavaka. E lo yakkha Āḷavaka si recò dal Buddha e quivi giunto lo apostrofò così:

“Esci, monaco!”

“Va bene, amico” disse il Buddha, e uscì.

“Entra, monaco!”

“Va bene, amico” disse il Buddha, e rientrò.

Per la seconda volta lo yakkha Āḷavaka disse:

“Esci, monaco!”

“Va bene, amico”, disse il Buddha, e uscì.

“Entra, monaco!”.

“Va bene, amico” disse il Buddha, e rientrò.

Per la terza volta lo yakkha  disse:  “Esci, monaco!” [come sopra]

Per la quarta volta lo yakkha Āḷavaka disse: “Esci, monaco”.  Ma il Buddha rispose: “Non uscirò, amico. Fai quel che devi fare”.

“Monaco, ti farò una domanda: se non risponderai sconvolgerò la tua mente, ti schianterò il cuore o afferrandoti per i piedi ti scaraventerò dall’altra parte del Gange!”.

“Amico, non vedo nessuno in questo mondo con i suoi dèi, diavoli e angeli, i suoi asceti e sacerdoti, principi e gente comune, che possa sconvolgermi la mente, schiantarmi il cuore o scaraventarmi dall’altra parte del Gange afferrandomi per i piedi. A ogni modo, domanda quel che vuoi”.

[Āḷavaka] “Qual è per un uomo il tesoro più grande? Cosa rende felici se ben praticato? Qual è il gusto più dolce?  Di chi si può dire che viva la vita migliore?”

[Il Buddha] “La fede è il tesoro più grande di un uomo. Il Dhamma rende felici se ben praticato. La verità ha il gusto più dolce. Di chi vive con saggezza si può dire che viva la vita migliore”.

“Come si attraversa la piena? Come si attraversa il mare? Come si supera la sofferenza? Come ci si purifica?”

“Con la fede si attraversa la piena. Con la diligenza, il mare. Con l’energia si supera la sofferenza. Con la saggezza ci si purifica”.

“Come si acquista la saggezza? Come si trova la ricchezza? Come si ottiene una buona reputazione? Come si cementano le amicizie? Come si passa da questo all’altro mondo senza angoscia?”

“Con il desiderio di apprendere, con la fiducia nei realizzati e nell’insegnamento che porta alla pace, chi è accurato e riflessivo acquista la saggezza. Facendo ciò che occorre, responsabilmente, chi ha iniziativa trova la ricchezza. La buona reputazione si guadagna con l’onestà. La generosità cementa le amicizie. Così si passa da questo all’altro mondo senza angoscia.

“Il laico fiducioso che ha queste quattro qualità – è veritiero, retto, perseverante, generoso –  muore serenamente. Chiedilo pure ad altri – ai tanti contemplativi e sacerdoti – se ci siano cose migliori di verità, padronanza di sé, generosità e pazienza”.

“Perché mai dovrei chiederlo ai tanti contemplativi e sacerdoti? Oggi ho capito cosa giova alla vita futura. Di certo è per il mio bene che il Buddha è giunto ad Āḷavī. Oggi ho compreso dove un dono reca grande frutto.  Io stesso viaggerò di villaggio in villaggio, di città in città, rendendo omaggio al Risvegliato e all’eccellenza del Dhamma”.

___________

Con Maṇibhadda (SN 10.4)

In una certa occasione il Buddha soggiornava nel Magadha, al santuario Maṇimālika dov’è di casa lo yakkha Maṇibhadda. E lo yakkha Maṇibhadda si accostò al Buddha e in sua presenza recitò questo verso:

“Chi è consapevole ha sempre fortuna

Chi è consapevole è più felice

Chi è consapevole ha un domani migliore

E si libera dall’odio”.

[Il Buddha]

“Chi è consapevole ha sempre fortuna

Chi è consapevole è più felice

Chi è consapevole ha un domani migliore

Ma non si libera dall’odio.

Chi notte e giorno

nutre pensieri di compassione

ed è amorevole verso tutti gli esseri

non odia più”.

Ritiro di aprile a Tossignano Bologna

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Contemplare la mente: le istruzioni satipaṭṭhāna

Ritiro residenziale a Tossignano (BO)  24-28 aprile

Concluso: la pagina è stata aggiornata con i materiali dal ritiro

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Questo è un breve ritiro a tema, adatto a chi ha già qualche esperienza nella pratica della meditazione di consapevolezza e un interesse per lo studio degli insegnamenti del  buddhismo delle origini.

L’accento è su come coltivare presenza mentale e chiara coscienza nell’arco delle attività della giornata, e su come applicare le istruzioni sulla contemplazione della mente/cuore contenute nell’insegnamento sulle “quattro applicazioni della consapevolezza” (satipaṭṭhāna)

LETTURE PRELIMINARI

Contemplare la mente – estratto dal SATIPAṬṬHĀNA SUTTA

(Educare la mente; L. Baglioni 2017)

ALTRI RIFERIMENTI TESTUALI e APPUNTI DAL RITIRO 

Citazioni dai Sutta PDF

Paṃsu­dho­vaka­ Sutta (Aṅguttara Nikāya 3.101) Il setacciatore e l’orafo

La tromba di conchiglia (sui brahmavihāra)

Due tipi di pensiero

Anālayo: satipaṭṭhāna meditation a practice guide AUDIO

Anālayo, Perspectives on Satipaṭṭhāna, Windhorse, 2013 cap. VIII PDF

LE REGISTRAZIONI DAL RITIRO SONO DISPONIBILI ALLA PAGINA AUDIO

 

 

Aggiornamenti

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con i dettagli del prossimo ritiro di meditazione “Contemplare la mente: le istruzioni satipatthana” in programma a Tossignano (BOLOGNA) 24-28 APRILE

e la notizia di una giornata di meditazione a GENOVA “Caos calmo: comprendere l’impermanenza” domenica 31 MARZO

  • La pagina AUDIO  è stata aggiornata

con le registrazioni dei discorsi dal Ritiro di febbraio a Tossignano Bologna

  • Segnalo infine un incontro dedicato al FOCUSING che terrò il 24 marzo a CASTELFRANCO VENETO (TV) c/o Spazio Zephiro INFO

 

 

 

I muri e il labirinto

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L’antisemita ha paura di scoprire che il mondo è fatto male: perché allora bisognerebbe inventare, modificare, e l’uomo si ritroverebbe padrone dei propri destini, provvisto di una responsabilità angosciosa e infinita. Perciò localizza nell’ebreo tutto il male dell’universo. […] È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo […] È un codardo che non vuol confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza al delitto senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effigie o nascosto dall’anonimato di una folla: uno scontento che non osa rivoltarsi per paura della sua rivolta. […]  Sceglie di non acquistare niente, di non meritare niente, ma che tutto gli sia dovuto per nascita – e non è nobile. Sceglie infine che il Bene sia bell’e fatto, fuori discussione, intoccabile: non osa guardarlo per timore d’essere indotto a contestarlo e a cercarne un altro. L’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo. La sua esistenza permette semplicemente all’antisemita di soffocare sul nascere ogni angoscia persuadendosi che il suo posto è stato da sempre segnato nel mondo, che lo attende, e che egli ha, per tradizione, il diritto d’occuparlo. L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana.  (Jean-Paul Sartre, Réflexions sur la question iuive)

Al di là di quanto l’analisi sartriana riesca a gettar luce sulla ‘questione ebraica’ nelle sue ramificazioni storiche,  ho voluto condividere questo brano perché nel Giorno della Memoria quest’accorata denuncia del ’46 suona penosamente attuale. E anche perché tocca un punto sensibile in chi, per scelta o necessità, vive nel mondo con un cuore o uno sguardo autenticamente contemplativo. A tu per tu con quella “paura di fronte alla condizione umana” che evitata e rimossa genera mostri, ma abbracciata e compresa, senza alzare i muri del pregiudizio e delle emozioni preconfezionate, porta frutti di amore e intelligenza, coraggio e liberazione. Cosa ha da offrire un ‘meditante’, alla società, se non un cuore reso più umile, e meno nocivo, dall’incontro quotidiano e spassionato con ciò che tutti tendiamo a fuggire o respingere: se stesso, la sua coscienza, la sua libertà, i suoi istinti, le sue responsabilità, la solitudine, il cambiamento della società e del mondo?

A patto però di non fare dell’antisemita e dei suoi parenti e reincarnazioni (il razzista, sovranista, xenofobo, omofobo ….) una categoria antropologica, o un bersaglio di comodo per consolarsi della propria impotenza e sentirsi buoni a buon mercato. Così facendo (e lo si fa molto, di questi tempi) non si smaschera affatto l’illusione di fondo, non si accetta che “il mondo è fatto male” (e quindi: rimbocchiamoci le maniche, non aspettiamoci miracoli o gratificazioni,  smettiamo di dare colpe a destra e a manca, restiamo sani, facciamo il bene, non mettiamolo su un piedistallo, generiamo e promuoviamo dinamiche sociali virtuose, denunciando quelle violente e nocive, invece di contrapporci in schieramenti pregiudiziali). D’altra parte, l'”antisemita” sartriano si riaffaccia, in spirito se non alla lettera, nel ritratto dell’Italiano dell’ultimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, in particolare nel capitolo intitolato sinistramente  Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria.  Il “sovranismo psichico” è qui definito come “una reazione pre-politica con profonde radici sociali … che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”. Paroloni, per dire quel disagio che tutti sentiamo direttamente o indirettamente e che ci induce a guardare con sospetto il nostro prossimo.

Non che l’antisemitismo vero, nella sua letterale bruttezza, sia estinto o resti in vigore solo come metafora:  per restare a casa nostra, l’Osservatorio del CDEC documenta per l’anno appena trascorso 181 casi di aggressioni, prevaricazioni o manifestazioni di intolleranza contro persone, simboli o luoghi in quanto ebrei o legati all’identità ebraica, molti perpetrati sul web, ma non solo, con un netto crescendo rispetto agli anni precedenti.  Ma la mappa dell’intolleranza e del pregiudizio si estende oggi come allora anche ad altri soggetti:  chiunque perché più povero, più debole, scomodo o semplicemente diverso può divenire un bersaglio. La coscienza dell’inclusione e della ricchezza nella diversità cresce, e di pari passo cresce la reazione.  Oggi decine di barriere dividono popoli e paesi. Sono state innalzate per ostacolare flussi migratori, per creare confini o per difenderli. In gran parte sono successive al 1989 (anno della caduta del Muro di Berlino).

Che dire, che fare? Bollare un intero popolo, un intero Paese, prendersela coi governi, con la crisi economica, con un gruppo o tipologia di persone sartrianamente in fuga dall’angoscia esistenziale?  Prendere ispirazione dalla Storia e dalle storie per trovare le risposte e i percorsi possibili è uno dei valori che io sento legati al Giorno della Memoria.

Un percorso che ho trovato esemplare e su cui è stato bello per me riflettere in questi giorni è quello raccontato nel film  Il labirinto del silenzio (2014), disponibile ancora per poco su RaiPlay (per vederlo bisogna registrarsi gratuitamente al sito http://raiplay.it/). Il film si ispira alle inchieste del giudice Fritz Bauer che portarono nel 1963 al processo di Francoforte (o Secondo Processo di Auschwitz) contro 22 imputati per crimini commessi fra il 1940 e il 1945 nel campo di concentramento. Nel 1958 in Germania nessuno vuole sapere la verità e nessuno riesce a dirla, mentre l’establishment cerca di coprire personaggi influenti compromessi col nazismo. Il protagonista è un giovane procuratore, collaboratore di Bauer, che rischia di smarrirsi nel labirinto del silenzio e dell’angoscia ma si ritrova, dando voce alle vittime e scoprendo che il male è molto più vicino di quanto ognuno fosse pronto a credere, ma può essere vinto dall’amore e dalla forza della verità.