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Il blog di Letizia Baglioni

Archivi tag: quattro nobili verità

Comprendere dukkha

19 mercoledì Nov 2025

Posted by Letizia Baglioni in Dharma & meditazione

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dukkha, khandha, quattro nobili verità

Illustrazione di Achaan Sucitto, The Dawn of the Dhamma

Come  sa chi studia e pratica il Dharma, il termine pali dukkha (scr duḥkha) è tanto ricorrente negli insegnamenti del Buddha quanto sfuggente, difficile da tradurre univocamente, fonte di fraintendimenti e di dubbi. Ma alla fine, quel che conta non è tanto trovare la perfetta traduzione (‘sofferenza’ è la più comune) quanto usare questo concetto come un dito che punta alla luna della nostra condizione. Nei Discorsi antichi appare come un segno stenografico che va esplicitato e interpretato dall’ascoltatore alla luce della propria esperienza di vita e della comprensione dell’intero insegnamento del Buddha. Di seguito traduco alcuni brani dal capitolo 5 di The Dawn of the Dhamma di Ajahn Sucitto (1). Vedrete come nel passaggio sulla Prima nobile verità la libera resa del termine da parte dell’Autore allevia la stereotipia della formula tradizionale, rilasciando un senso a cui tutti possiamo rapportarci con immediatezza.


Dukkha non è una realtà fisica oggettiva come la malattia o la carestia. A volte possedere poco va bene o è perfino rasserenante. Altre volte, ci angosciamo per una macchia sulla tovaglia. Entrare in contatto con quella sensazione è una via d’accesso alla spiritualità perché ci offre un indizio di dove e come le esperienze della vita ci toccano realmente. Possiamo credere di essere guidati da principi razionali, ma scegliamo di essere razionali solo quando un atteggiamento calmo e obiettivo ci conviene. Le nostre motivazioni, i parametri in base a cui qualcosa ci piace, ci ispira o ci sembra utile (come pure il contrario) risiedono in un’altra dimensione della psiche. Entrare in contatto con tale dimensione è essenziale, se vogliamo vivere in modo meno confuso.

Mettendo l’accento su dukkha il Buddha mette in risalto un fatto che spesso non notiamo o di cui abbiamo un assaggio solo in relazione a situazioni particolari. Non sta dicendo che la vita è dolorosa: la maggior parte delle cose presenta un misto di piacere, dolore e neutralità. Tuttavia, la qualità di fondo è una certa irrequieta ansietà, un sentimento di mancanza: “Non basta”, “C’è qualcosa che non va”. Nella felicità il retrogusto è il desiderio di averne di più, l’attaccamento o il tentativo di prolungare lo stimolo in quanto, di per sé, è destinato a cambiare. E quando la fonte della felicità svanisce, cominciamo a provare noia o insoddisfazione e a cercare qualcos’altro. Se non troviamo nulla, ci sentiamo peggio. […]

Un sentimento di mancanza permea le nostre vite. A volte abbiamo la sensazione che ci manchi qualcosa, o un’insoddisfazione che può andare da un lieve senso di stanchezza all’estrema disperazione. Può essere innescata da sensazioni fisiche o da impressioni mentali riguardanti noi stessi o gli altri. E’ caratterizzata dal sentire che quello che c’è non basta. Se siamo in salute fisicamente e mentalmente possiamo sentirci frustrati perché la vita non ci offre abbastanza, o non ne stiamo facendo buon uso, o non facciamo abbastanza. O perché non abbiamo tempo, spazio e libertà a sufficienza. Possiamo provare ansia per le condizioni del pianeta e dell’ambiente: la nostra percezione del presente e del futuro non è rassicurante e spensierata. Anche avere ‘troppo’ significa non avere spazio, futuro o tranquillità. La lista è interminabile. Provate a riflettere sulle vostre attività e i vostri progetti: notate che c’è uno sforzo costante per modificare o fronteggiare situazioni sgradevoli e ricercare il benessere. E’ una condizione universale.

Per molti di noi, la spinta a intraprendere un cammino spirituale è data dal prendere atto che questo è lo stato d’animo prevalente in tutto ciò che facciamo e ovunque andiamo, inclusa la pratica spirituale! L’ho constatato di persona. Vivere come monaco contemplativo in un luogo tranquillo senza dovermi preoccupare di nulla non mi impediva di irritarmi perché una rana gracidava: “Ma che avranno da gracidare ‘ste rane, perché non stanno zitte e non la smettono di disturbarmi!”. Non è una risposta intenzionale e deliberata, è una reazione istintiva. Crediamo di essere fatti così, e ogni possibilità di cambiamento, quand’anche desiderassimo cambiare, appare remota. Abitudini e istinti definiscono la nostra identità, ed è qui che dukkha ci rode dentro più profondamente.

Bhikkhu, c’è questa nobile verità dell’insoddisfazione. Nascere è problematico, invecchiare è duro e morire è difficile da accettare. Tristezza, rimpianto, dolore fisico, angoscia e disperazione sono egualmente dolorosi. Essere uniti a ciò che non piace è sgradevole; essere separati da ciò che piace è sgradevole; non ottenere ciò che vogliamo è frustrante. In breve, i cinque aggregati a cui ci si afferra sono insoddisfacenti.

‘Afferrare’ è un’efficace metafora di quello che altrove si definisce ‘attaccamento’. Significa trattare qualcosa come se fosse permanente o assoluto mentre in realtà non lo è. Quando sei attaccato alle sigarette, per esempio, le consideri assolutamente necessarie alla tua vita. Devi sempre averne un pacchetto a portata di mano. In realtà, però, le sigarette non sono necessarie. Quindi, in cosa consiste  l’attaccamento agli aggregati [i 5 khandha: forma, sensazioni, etichette/significati, intenzioni, coscienza] che li rende insoddisfacenti?

La sensazione di esistere come persone si basa interamente sull’afferrare i cinque aggregati come nucleo personale, come il nostro sé. Malgrado l’introvabilità di questo ‘nucleo’, che in realtà è solo uno stato d’animo generato dall’attaccamento agli khandha, gli attribuiamo la paternità di pensieri e sentimenti, il possesso e la responsabilità del corpo, la direzione e il controllo dei sensi. Avendo creato un’identità attorno agli khandha, ci aspettiamo che ci gratifichino. Partiamo dal presupposto istintivo che troveremo appagamento nel nostro corpo o in quello di un altro; in sensazioni piacevoli, stimolanti o calmanti; in opinioni e idee brillanti; o in una combinazione di tutte queste cose così come appaiono alla coscienza sensoriale. Malgrado le ripetute delusioni, crediamo che sia una disfunzione occasionale, un incidente di percorso, o che sia colpa nostra. In occidente, colpa e vergogna sono più comuni dell’orgoglio, come espressione della credenza in un io. Se il mondo sensoriale non ci appaga ci sentiamo in difetto, convinti come siamo che dovrebbe appagarci.

Quindi, è facile cadere nell’uno o l’altro dei due estremi: l’ottimismo dell’ingenuità (“alla fine tutto si aggiusta”) o il pessimismo della disperazione (“non ho avuto nulla dalla vita, sono un fallito”). Ed eccoci alla deriva fra due sponde: dare la colpa agli altri sentendoci dalla parte della ragione, condannare la società e giustificare noi stessi; o giudicarci severamente e mettere gli altri su un piedistallo. Forse vorremmo tirarci fuori da questa situazione, in un modo o nell’altro. Ma se la situazione sono io, come me ne tiro fuori? Questo girare a vuoto, questo samsara, sta appunto nell’afferrare i cinque aggregati come il nostro sé.

(1) The Dawn of the Dhamma: Illuminations from the Buddha’s First Discourse, by Sucitto Bhikkhu, Buddhadhamma Foundation, Bangkok 1995. Al momento, l’edizione digitale del volume risulta introvabile. E’ però disponibile una pubblicazione illustrata che rielabora lo stesso materiale, dal titolo Turning the wheel of Dhamma, al seguente link

https://www.amaravati.org/dhamma-books/turning-the-wheel-of-dhamma/

Fai clic per accedere a Turning-the-Wheel-of-Dhamma-Ajahn-Sucitto.pdf

Un regalo di compleanno

07 mercoledì Gen 2015

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

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Ajahn Sumedho, quattro nobili verità

Il 27 luglio dell’anno appena trascorso Ajahn Sumedho ha compiuto ottant’anni e ha tenuto un breve discorso di ringraziamento ai molti affezionati monaci e laici, asiatici e occidentali, convenuti al monastero Amaravati in Inghilterra per festeggiare. Il testo è stato appena pubblicato sul Forest Sangha Newsletter del 2015. Ho pensato di tradurlo qui quasi integralmente come piccolo regalo di Natale per chi legge il blog (meglio tardi che mai), e come occasione per esprimere con un gesto della mente, avendo mancato l’appuntamento pubblico, gratitudine e apprezzamento per Luang Por e tutto quello che mi ha dato e che continua a germinare. La nascita è inevitabilmente seguita dalla vecchiaia e dalla morte e un compleanno non necessariamente è un’occasione lieta. Ma una vecchiaia raggiunta camminando con integrità, saggezza e compassione è un frutto dolce che merita di essere condiviso e festeggiato, e che ci dona fiducia sulle nostre possibilità come esseri umani. Ci addita le nostre peggiori paure, dimostrandoci che la paura si può incontrare e superare.

NON MI PIACE CONSIDERARE questi cinque volumi di insegnamenti che ho avuto modo di offrire ai presenti oggi come gli insegnamenti di Ajahn Sumedho. Sono solo riflessioni sul Dhamma. Tanto per chiarire: sono gli insegnamenti del Buddha, non qualcosa di originale o personale. Spesso parlo di come ho affrontato problemi emotivi come la rabbia o la paura. Sono solo sumedhoincoraggiamenti da parte di qualcuno che conoscete, una persona che vive adesso, che condivide il suo modo di affrontare le ansie, la preoccupazione, le sue paure e le sue tendenze nevrotiche. A volte le scritture sembrano troppo idealistiche, quando le leggi non ti sembrano applicabili più di tanto al problema personale che vivi sul momento. Ho sempre trovato utilissimo e incoraggiante quando Luang Por Chah parlava di come aveva affrontato problemi o blocchi emotivi di particolare intensità. All’inizio tendevo a idealizzarlo. Pensavo: ma lui è un maestro illuminato, probabilmente non ha mai avuto i problemi che ho io; appena nato camminava su sette fiori di loto, era puro, non ha mai dovuto fare i conti con la rabbia, la paura o cose del genere. Possiamo mettere gli insegnanti su un piedistallo e proiettare su di loro una perfezione originaria. E quando guardiamo noi stessi ci accorgiamo di sentirci dolorosamente inadeguati.

MOLTE DELLE NEVROSI moderne sono solo angosce che creiamo attorno alla nostra vita. Anche nelle società sviluppate come la nostra, dove si fa di tutto per indurre un sentimento di sicurezza, l’ansia cresce. È un comune problema umano. Il Buddha ha messo le Nobili verità basate su dukkha, la sofferenza, nel suo primo discorso. Si può tradurre dukkha con ansia, o paura; è uno stato mentale che creiamo noi, che rende le nostre vite molto infelici e piene di timori e angosce. […] Se tutti gli altri testi, il resto del Tipitaka e via dicendo, improvvisamente scomparissero e non ci restasse altro che le Quattro nobili verità, sarebbe abbastanza. Sono la via alla non-sofferenza. Sono uno strumento che vi incoraggio a usare. L’insegnamento va fatto funzionare, però. Venerarlo, lodarlo, leggerlo e analizzarlo è un conto; non c’è niente di male, ma il punto […] è la paṭipadā: metterlo in pratica, farlo funzionare. Non mi piace vedervi soffrire. Se avessi la bacchetta magica e potessi farvi comprendere alla perfezione le Quattro nobili verità, la userei. Ma non ce l’ho. Posso solo incoraggiarvi, non posso far funzionare l’insegnamento per voi. E naturalmente nemmeno il Buddha. Ci ha solo dato un insegnamento che dobbiamo riportare e applicare nella realtà della nostra vita. È un semplice insegnamento basato sul comune fattore della sofferenza. Questo è il legame che condividiamo con tutte le creature. Tutti siamo soggetti a nascita, vecchiaia, malattia e morte. Abbiamo paure, desideri, invidie, avidità, confusione, e via dicendo. […] E io  sono stato tanto fortunato da avere l’occasione di metterlo in pratica, di prenderlo come maestro per risolvere i problemi, le paure e le abitudini emotive con cui ho dovuto confrontarmi.

LA VITA MONASTICA non è un formula magica, ma è una forma utile che ci ricorda di svegliarci, di prestare attenzione e non perderci in tutti i problemi creati dal mondo, o che creiamo sul nostro essere nel mondo. Dopo averlo adoperato per tutti questi anni ho fiducia e fede in questo insegnamento. È una formula assolutamente perfetta che si può applicare a chiunque, perché prende il fattore comune della sofferenza e, semplicemente cambiando atteggiamento nei suoi confronti, ti fa cominciare a capire la condizione umana. Cominci a capire cosa vuol dire essere una forma sensibile, avere paura della morte, volere il piacere e il successo e non volere il dolore, temere il fallimento e la perdita. Poi c’è il desiderio che le cose siano come non possono essere, cercare di creare un mondo illusorio, un sogno utopico che non potrà mai avverarsi perché non si basa sul Dhamma, sulla realtà, ma solo su ideali altisonanti. […]

ANCHE PRIMA DI imparare il tailandese dovevo sedere per ore ad ascoltare i discorsi sul Dhamma di Ajahn Chah, e una parola che ricorreva sempre era patipat […] che è il loro modo di rendere il termine pali paṭipadā, ossia “pratica”. Non è un credo, o una dottrina confusa che si può sperare di arrivare a comprendere. Ti dice come farlo. Si tratta di prendere l’esperienza più comune – dukkha – e usarla per esplorare il presente: la sofferenza, la paura, l’ansia, la preoccupazione, qualunque sia la cosa che incontriamo nel presente, è così. Da questa semplice pratica derivano l’intuizione, la comprensione e la saggezza che ci guidano nella vita, invece di sforzarci di applicare idee, cercare di migliorare la nostra personalità o reprimere i sentimenti e le emozioni. Si tratta di comprendere con saggezza la dimensione in cui ci troviamo a vivere. Vi offro queste parole come regalo per il mio compleanno.

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