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Penso che in un ritiro di meditazione ci siano almeno due livelli di apprendimento. Nel primo si dà importanza al fatto che c’è un insegnamento del Buddha, ci sono certi schemi, certe mappe, un certo linguaggio: è un po’ come apprendere una nuova lingua e credo sia molto utile e vantaggioso, è un buon tirocinio anche solo riflettere su questi insegnamenti, soprattutto nella forma in cui il Buddha li ha dati originariamente, o comunque nel modo in cui sono confezionati nei Discorsi antichi. Perché, a differenza di altri modi suggestivi, strutturati o standardizzati di proporre queste pratiche, lì è tutto molto scarno ma non univoco, a volte un po’ complicato, o denso, come può esserlo un modello scientifico o un assioma matematico. A questo si associano l’uso abbondante di metafore e similitudini, le vignette gustose o ricche di spunti storici, sociologici e psicologici di certi dialoghi, che sollecitano una diversa lettura, l’attivazione del pensiero analogico, sognante, associativo. In ogni caso non troviamo il linguaggio del dogma, o la grandeur della visione metafisica, o la mistica della realizzazione istantanea, paradossale e non categorizzabile, cui ci ha abituato il buddhismo posteriore.

Ma in genere, se si leggono i Sutta li si trova un po’ noiosi, e molto ripetitivi. Il Discorso sulla consapevolezza dell’inspirare ed espirare (Anapanasati Sutta) ad esempio, non dice nulla di particolarmente ispirante: non parla d’amore, creatività, interconnessione, sembra la voce di un navigatore satellitare. Però, proprio perché è una mappa da usare in cammino, si serve di concetti che puntano verso qualcosa, ci dicono: c’è quest’area, c’è questo aspetto del processo. Si può usare un termine pali (con le sue molteplici risonanze semantiche) per cominciare a fare mente locale, a orientarci verso qualcosa che sappiamo implicitamente o che dobbiamo scoprire o ritrovare. Per esempio sati (presenza mentale o consapevolezza). Posso adottare una definizione di sati o di consapevolezza, al punto di credere di aver capito cos’è o dare per scontato che tutti intendano la stessa cosa in tutti i contesti (come accade oggi per il termine “mindfulness”). O insistere su una traduzione rispetto alle altre. Ma non mi porta da nessuna parte.

Il modo in cui mi piace usare questi insegnamenti e i relativi termini chiave (perchè credo siano nati da quel livello e con quello scopo) è invitare il secondo livello dell’apprendimento, che ha valore esistenziale e affettivo e che appassiona, ossia l’apprendere dall’esperienza. In un ritiro, se siamo fortunati e con un pizzico di abilità, creiamo certe condizioni che incoraggiano e facilitano, per ciascuno di noi, certi tentativi. Uno può dire “vengo a meditare”, ma cosa significa? Io non credo che questo tipo di meditazione abbia come scopo imparare a meditare, perché in fondo cosa facciamo seduti qui in silenzio? Se uno entrasse e non sapesse niente vedrebbe uomini e donne di diversa età, fermi (chi ondeggia, chi si gratta la testa, ogni tanto un sospiro, alcune facce estatiche, alcune facce ingrugnate): bah, che fanno? Se ci pensate è una cosa abbastanza stravagante. E ciascuno di noi, ricevute certe istruzioni, certe idee, poi va sul suo cuscino, sul suo sentiero per la camminata… sì, è vero che in questo spazio possiamo essere più o meno fisicamente vicini, ma ognuno è solo. Cioè, non posso sentire il prurito del piede tuo, vivere la tua gioia o provare dolore al posto tuo, risolvere la tua preoccupazione. Anzi, se sono onesta, devo anche dirmi che non sono del tutto certa di capirti: lascio sempre un certo margine di mistero e di dubbio che quello che tu descrivi corrisponda a quello che penso o sento. Questo modo di stare in ritiro, così nudo, potenzialmente noioso, sensorialmente e intellettualmente poco gratificante, esposti a difficoltà cui è difficile sottrarsi… a volte viene da pensare, ma che sto a fare qui? A volte è solo un lamento, un’espressione di disappunto o di dubbio. Però se uno prende sul serio la domanda, comincia ad aprirsi a ciò che avviene nel momento presente, sentire, riflettere …

Quindi apprendere dall’esperienza ha a che vedere con la disponibilità a entrare in un processo in cui sei rimandato costantemente a ciò che è. E cosa impari? Impari cosa vuol dire essere un essere umano, impari la ricchezza e la sofferenza che comporta, i modi in cui si può amplificarla, crearla oppure non crearla, impari che cosa è veramente di valore e cosa non ha vero valore, impari come ti metti nei guai, e come non metterti nei guai. E tante altre cose che hanno a che vedere con una crescita organica che avviene. Per ciascuno, se vuole, c’è l’occasione per cominciare a mettere le mani in pasta, per cominciare a entrare nel mare dell’esperienza diretta con questa indicazione del Buddha: ci sono delle intenzioni o inclinazioni della mente/cuore… notalo, sentilo, puoi verificare che un certo tipo di intenzione sortisce certi effetti, mentre quest’altro tipo ne sortisce altri. C’è il senso della prigionia e c’è la possibilità di sentirsi liberi senza modificare deliberatamente le condizioni esterne, eliminare o acquisire alcunché. Non è un dogma, non te lo devi neanche ricordare, e infatti te lo dimentichi. Gli insegnanti dicono centinaia di parole, alcune sembrano di grande ispirazione e poi appena volti l’angolo ti sembrano una scemenza, o te le dimentichi, non valgono più niente… quando sei lì, nella tua dimensione, e incontri quella particolare esperienza, quella particolare cosa. Nessuno ti tira fuori dal tuo imbarazzo.

Apprendere dall’esperienza è anche disponibilità a procedere per prova ed errore, come quando si va in montagna e si deve tornare sui propri passi e cercare un’altra strada… si va con una mappa, ma le mappe bisogna saperle leggere, e non sempre quello che c’è scritto corrisponde allo stato attuale del territorio e delle proprie gambe. E poi, sta per piovere, si fa buio, sei agitato, e quindi leggi male, non capisci, non sai… Insomma, c’è un’avventura attorno a questo, che non ha a che vedere con “vado a fare quattro passi in campagna”. La mia speranza è che, almeno per qualcuno, la dimensione del ritiro aiuti a scoprire modi, prospettive, gesti che riguardano come stare con l’esperienza emotiva perché diventi fonte di nuova comprensione ed efficacia, piuttosto che fonte di oscuramento e ripetitività. Il fatto di trovarsi in una certa situazione, parlare di meditazione, fare certe cose seduti su un cuscino, non toglie che ognuno di noi e in momenti diversi possa viverlo con attitudini profondamente diverse, perché apprendere dall’esperienza non è automatico. Credo ci siano alcune condizioni senza le quali non può avvenire. Vorrei provare a menzionarne qualcuna.

Mi pare che nei confronti della meditazione, come anche della propria vita, ci si possa porre come un fruitore o un utente. Valutare le cose nel senso di cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto. Sono un utente, ho dei bisogni, quelli forniscono un servizio, vado, e quindi valuto in base a quanto quell’istituzione (istituzione in senso lato, il centro di ritiro, il buddhismo, quel che volete) soddisfa le mie esigenze. Certamente andando alla ASL ha senso, però quando si viene con questo atteggiamento alla pratica (e mi accorgo che si può venire con questo atteggiamento alla pratica) per un po’ funziona, soprattutto se il contesto lo incoraggia. Ma se il contesto non lo incoraggia, se c’è un po’ di incertezza, cose che non vanno alla perfezione… dopo un po’ non regge, c’è frustrazione, c’è noia. Non è tanto piacevole in certi momenti, c’è confusione. Se invece cambi il punto di vista, nel senso della disponibilità ad apprendere dall’esperienza, vedi che da fruitore o utente diventi il protagonista, diventi l’attore. Vai a bottega e sei pronto a sporcarti di colori o di polvere di marmo. E sei disposto a vedere che i risultati dell’opera delle tue mani, a volte, sono da buttare.

Un punto fondamentale è che ci dev’essere se non altro l’inclinazione a un’onestà di fondo, e dobbiamo poter amare questa onestà di fondo come un valore superiore alla nostra reputazione (di fronte a noi stessi o agli altri). In altri termini, se la paura di perdere la faccia è più forte del piacere e del valore dell’onestà non si può apprendere dall’esperienza. Sarà molto difficile, frustrante e doloroso. E ci si muove poco. Cioè, non posso permettermi il lusso di fare un passo fuori dall’ordinario, fuori da quello che già so, perché potrei farlo male! E se lo faccio male l’idea che ho di me trema. Se invece ho questa inclinazione all’onestà (e non so perché ce l’ho, me la ritrovo) e sono contenta di scoprire come stanno le cose, questo mi aiuta anche a non prendermela troppo quando quello che scopro non è esaltante. Ché un conto è vedere o immaginare la statua già fatta; ma prendere il martello pesa, fa venire i calli, sono disposto a sentire che c’è anche questo aspetto, che magari ho bisogno di rafforzare i polsi (faccio per dire): la piccola cosa.

Un’altra condizione è che il gusto o l’interesse per l’ignoto bilanci (se non superi) il bisogno e il desiderio di comfort, di piacere, e in questo includo la comodità psicologica, il sentimento di sicurezza, di agio. Cercare il piacere psicologico e fisico è naturale, è un istinto di preservazione, ma se questo bisogno prevale, e di gran lunga, sul gusto, interesse, eccitazione, quasi, per l’ignoto, ti muovi poco. Ti muovi poco, quindi apprendere dall’esperienza comincia a diventare difficile, se non impossibile.

Un altro elemento è la disponibilità ad ammettere “così non vado da nessuna parte” e cambiare strada, senza che questo costituisca un problema, ma capire che questo è l’apprendimento. C’è amore per l’applicarsi a un compito (così non funziona, così può funzionare). Puoi rimanere fermo in mezzo a un dilemma, non sapendo che pesci prendere per un po’. Sì, comporta frustrazione, comporta dubbio, però non è una sconfitta. Ti piace farlo. Così puoi apprendere dall’esperienza. Viceversa, cosa succede se predomina (e dobbiamo essere molto onesti nel notare se e in che misura predomina) l’aspetto del “sì, sì, mi muovo per andare, però mi devi dire come andarci, anzi mi devi perfino dire se vale la pena arrivarci; anzi, siccome non so bene neppure io dove voglio arrivare, fammelo piacere, fammi pensare che sia molto bello arrivare là, così io, anche senza muovermi, me lo immagino, mi sembra quasi quasi di esserci”. E’ il motivo per cui a volte fa piacere leggere il libro di ispirazione spirituale; poi però, quando vai tu a fare quella cosa, pensi “ma era così bello quando lo diceva il Dalai Lama…” come se in un certo senso tu, la tua esperienza, la tua avventura, quello che succede a te, non abbia la stessa importanza o lo stesso valore di quello che succede al Dalai Lama. Allora predomina l’ideale, piuttosto che il “posso sbagliare, posso perdermi, posso rimanere fermo non sapendo che fare, ma non mi lascio dire da un altro dove devo arrivare, non mi lascio dire da un altro che cosa c’è lì… c’è la mappa del Buddha, c’è il suo incoraggiamento, però voglio andare a vedere; e come? mah, devo vedere, devo camminare”.

Un altro elemento che rinvia alla possibilità di tollerare l’ignoto riguarda l’autorità e il rapporto che intratteniamo con l’autorità. Perché sia possible apprendere dall’esperienza è necessario trovare un rapporto con l’autorità o la tradizione che non sia di completa sfida o rifiuto (faccio da me, non ho bisogno di nessuno, seguo le mie inclinazioni, i miei pensieri, nessuno mi dica quello che devo fare), quindi così problematico o intenso da fissarmi nell’atteggiamento del ribelle, dell’antagonista, o in uno stolido evitamento dell’intera questione. Un rapporto che, d’altro canto, non dia per scontato l’altro atteggiamento, altrettanto diffuso negli ambienti spirituali (e non solo, ovviamente) ossia amare l’autorità, cercarla, e anzi pretendere, soprattutto inconsciamente, che l’autorità ti tolga dai guai. Noi non ce lo diciamo, perché dircelo ad alta voce ci farebbe sentire infantili; ma in certi momenti di frustrazione, di irritazione o di scoraggiamento, se potessimo veramente ascoltare da dove viene quel sentimento, a volte è come una stizza, “perché nessuno viene a togliermi questo, io non voglio questo dolore, non voglio questa confusione, perché nessuno viene e me la toglie? perché non vengono mamma e papà a tirarmi fuori dai guai, perché l’insegnante non mi dice…”. Un tema caro ad Ajahn Sumedho,(1) un maestro che ha condiviso in modo molto chiaro e onesto quelli che sono i momenti del cammino e anche i fraintendimenti del cammino, e ce li ha posti davanti in modo che ognuno si potesse riconoscere, interrogare. Dobbiamo riconoscere quando aspettiamo l’autorità e ci arrabbiamo e ci sentiamo frustrati perché è come se dicessimo “io sono impotente, come faccio io a prendermi cura dei miei stati mentali, dei miei stati fisici, ho male alle gambe, che devo fare?”.

Nella posizione di dipendenza neghiamo di avere sufficienti risorse, da quella del rifiuto neghiamo la relazione; è un viaggio piuttosto solipsistico dove è ok solo quello che è già nel tuo bagaglio di abitudini e opinioni. Ma non puoi apprendere dall’esperienza seguendo le tue opinioni. Ecco perché è utile avere un insegnamento e una disciplina che aiutino a sospendere per un attimo le opinioni. Cosa accade, effettivamente, mentre siedo qui con l’intenzione di rimanere presente mentre inspiro ed espiro con un atteggiamento di benevola e calma attenzione? Ma sospendere le opinioni fa venire la tremarella. Allora subito voglio l’opinione dell’autorità. E’ come se dicessi: “va bene, metterò da parte la mia opinione, ma dammene subito un’altra da raccontarmi… ah, ok, sono qui per liberarmi dall’attaccamento, non so bene cosa sia questo attaccamento, però ieri lo sapevo, o mi è parso di capirlo quando me lo dicevano”. Ma ora, cos’è?

Dunque sembra che una condizione per apprendere dall’esperienza sia che posso sospendere un’opinione o una spiegazione senza correre a prenderne un’altra di qualcuno sopra di me, o che io sento sopra di me. Ma neanche ripudio qualunque idea o strumento, prendo un’ipotesi, o prendo qualcosa che, gradualmente, mi accorgo che è utile a navigare il terreno in cui la mia aspirazione mi porta. Il Buddha paragonava il suo insegnamento a una zattera. Ma prima di essere un mezzo per attraversare l’acqua (e non, come ricorderete, da trascinarsi dietro sulla terra ferma), una zattera è qualcosa che va assemblato, con tronchi opportunamente selezionati, tagliati a misura, messi insieme e saldamente legati (devo questa intuizione a Stephen Batchelor).(2) La zattera non è bell’e fatta, il Buddha non ha detto: “Eccovi la zattera”. Seguendo il modo molto potente in cui pensava e si esprimeva (o almeno, come le scritture lo rappresentano), immagino che avrebbe detto più o meno: “Ci sono tronchi, ci sono corde, ci sono mani e braccia, ci sono accette, eccetera, si può costruire una zattera”. Ogni pezzo del suo insegnamento, ogni elemento della pratica, va lavorato e assemblato in un certo modo. Allora, apprendere dall’esperienza, in questo campo, è capire che il lavoro è quello.

Quindi ci vuole tempo, ci vuole applicazione, ci vuole soprattutto sentire dentro la turbolenza, il giramento di testa o il vuoto piatto di quando ti senti investito per la prima volta da una cosa come “i dodici anelli dell’origine condizionata – paticca samuppada” (ma che è?). Ma poi cominci a vederli a uno a uno, ascolti le varie interpretazioni, cerchi di capire il principio fondamentale, te lo misuri addosso (come mi sta?): ha senso o non ha senso per me, per ora lo devo mettere da parte? Ma non lo metto da parte perché “tanto a me non serve”. No, lo metto da parte perché per ora non so dove metterlo, e continuo a camminare. Accetto di continuare a camminare con questa continua e strana sensazione di incompiuto, di sospeso, di poco chiaro in cui però ho lì, negli angoli, certe cose. E mi aspetto che un giorno possa dire “ah ah, ecco il pezzo del puzzle che mancava…”.

Con questo ho introdotto un’altra delle condizioni necessarie: il campo aperto, dal punto di vista temporale. Che non significa “eeeh, l’è lunga…”. Ma è il campo aperto. Apprendere è ora, ma so che ho di fronte un tempo x. Non so quanto. Mi dò il tempo. Il che non significa che aspetto a crescere fra dieci anni o la prossima vita, piuttosto che andare a un ritiro di dieci giorni aspettandomi di vedere i risultati in dieci giorni; o che mi dico “beh, so di essere un misero mortale, quindi, forse, seppure avrò dei risultati…”. No, mi interessa il lavoro. Passo dall’atteggiamento del fruitore o dell’utente all’atteggiamento dell’artigiano, dell’apprendista artigiano. Quindi, questo lavoro fa parte della mia vita, è una cosa che faccio perché ho scelto di farla, perché ha senso per me, me ne assumo la responsabilità, e tutti i pezzetti ancora in sospeso, invece di essere un problema, sono parte dell’esperienza di apprendimento.

Poi c’è un ultimo aspetto, che è delicato e non si può ottenere con la volontà. A volte c’è, a volte non c’è, quindi si tratta di essere onesti nel sentire quali sono le proprie possibilità. Apprendere dall’esperienza implica la possibilità di stare soli con se stessi; devo poter essere in grado di tollerare ciò che sono, senza un eccessivo bisogno di conferma o di sostegno da parte degli altri. Posso semplicemente stare, sentire cose a volte piacevoli, a volte spiacevoli, avere i pensieri e le emozioni che ho, senza necessariamente comunicarli, esprimerli, senza cercare il giudizio o il confronto con gli altri. Per quanto sembri banale, non lo è affatto. Vi siete accorti, a volte, come è difficile essere soli? (Il Buddha direbbe che non siamo soli finché c’è “il secondo” della sete, il desiderio compulsivo di consumare, diventare, eliminare qualcosa). Le mie follie e incongruenze: devo poterle non dico conoscere, ma almeno rappacificarmi con la loro innegabile presenza. Nei Discorsi ci sono vari passi in cui si puntualizza che meditare da soli, poter essere soli, non è cosa da poco e non è cosa da principiante.(3) Richiede la capacità di riconoscere e superare con coraggio certe paure e desideri di fondo, è sintomo di maturità.
Quindi, apprendere dall’esperienza ha a che vedere anche con un interesse a misurarsi con questo, imparare a essere soli. La solitudine non la vedo come lo spettro da scongiurare, per cui la mia pratica, il mio cammino, si ferma laddove non mi sento sostenuto e circondato da altri benevoli. Provo ad arrischiarmi. So che devo maturare per essere solo, però mi interessa. Si tratta in gran parte di scelte inconsce. Uno non “decide” di apprendere dall’esperienza. Ma, nel tempo, può riconoscere quali sono le condizioni che lo permettono, e sostenerle con gli strumenti appropriati.

Da un discorso tenuto a Pian dei Ciliegi (PC), luglio 2014

Note

1) Vedi p.es. “Non cercare risposte, non chiedere favori”, in: Achaan Sumedho, Consapevolezza intuitiva, Atrolabio, Roma 2005

2) Majjhima Nikāya 22.13 (Alagaddūpama Sutta) A essere precisi, la zattera è fatta non di tronchi ma di “erba, fuscelli, rami e foglie” raccolti e assemblati da un uomo che “compie la traversata fino all’altra sponda compiendo uno sforzo con le mani e i piedi”. http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/mn/mn.022.than.html

3) P. es. Majjhima Nikāya 4 (Bhāyabherava Sutta) http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/mn/mn.004.than.html

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