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Il blog di Letizia Baglioni

Archivi autore: Letizia Baglioni

Due tipi di pensiero

29 venerdì Mag 2015

Posted by Letizia Baglioni in Sutta

≈ 4 commenti

Tag

consapevolezza dei pensieri, retta intenzione, retto sforzo, sati, Sutta

Dvedhāvitakka Sutta (Majjhima Nikāya 19)

HO UDITO CHE in una certa occasione il Beato risiedeva a Sāvatthī nel boschetto di Jeta, il parco di Anāthapiṇḍika. Lì si rivolse ai bhikkhu: “Bhikkhu!” “Sì, signore”, replicarono quelli.

DISSE IL BEATO: “Bhikkhu, prima del risveglio, quando ero ancora un bodhisatta non risvegliato, ebbi un’idea: “E se dividessi i miei pensieri in due categorie?”. Perciò, misi da una parte i pensieri sensuali, i pensieri ostili e i pensieri crudeli, e dall’altra i pensieri di temperanza, i pensieri non ostili, i pensieri non crudeli. (1)

MENTRE RESTAVO COSI’, vigile, ardente e risoluto, (2) nasceva in me un pensiero associato alla sensualità. Sapevo questo: “È sorto in me un pensiero sensuale. Questo porta alla mia afflizione, all’afflizione di altri, all’afflizione di entrambi; blocca il discernimento, è fonte di problemi e non porta al nibbāna. Quando consideravo che porta alla mia afflizione … all’afflizione di altri … all’afflizione di entrambi, quel pensiero svaniva. Quando consideravo che blocca il discernimento, è fonte di problemi e non porta al nibbāna, quel pensiero svaniva. Ogniqualvolta si presentavano pensieri sensuali, semplicemente li abbandonavo, li disperdevo, me ne liberavo.
Mentre restavo così, vigile, ardente e risoluto, nasceva in me un pensiero associato all’ostilità. Sapevo questo: “È sorto in me un pensiero ostile. Questo porta alla mia afflizione, all’afflizione di altri, all’afflizione di entrambi; blocca il discernimento, è fonte di problemi e non porta al nibbāna. Quando consideravo che porta alla mia afflizione … all’afflizione di altri … all’afflizione di entrambi, quel pensiero svaniva. Quando consideravo che blocca il discernimento, è fonte di problemi e non porta al nibbāna, quel pensiero svaniva. Ogniqualvolta si presentavano pensieri ostili semplicemente li abbandonavo, li disperdevo, me ne liberavo.
Mentre restavo così, vigile, ardente e risoluto, nasceva in me un pensiero associato alla crudeltà. Sapevo questo: “È sorto in me un pensiero crudele. Questo porta alla mia afflizione, all’afflizione di altri, all’afflizione di entrambi; blocca il discernimento, è fonte di problemi e non porta al nibbāna. Quando consideravo che porta alla mia afflizione … all’afflizione di altri … all’afflizione di entrambi, quel pensiero svaniva. Quando consideravo che blocca il discernimento, è fonte di problemi e non porta al nibbāna, quel pensiero svaniva. Ogniqualvolta si presentavano pensieri crudeli semplicemente li abbandonavo, li disperdevo, me ne liberavo.

BHIKKHU, SE UN BHIKKHU PENSA e ripensa spesso a certe cose, il suo cuore prende quella piega. Nella misura in cui intrattiene spesso pensieri sensuali … pensieri ostili … pensieri crudeli, ha abbandonato il pensiero della temperanza … dell’amicizia … della compassione, per coltivare il pensiero sensuale, ostile o crudele, e il suo cuore inclina a pensieri sensuali, ostili o crudeli.

NELL’ULTIMO MESE DEL MONSONE, in autunno, quando matura il raccolto, un bovaro sorveglia da presso le sue vacche pungolandole e picchiettandole ai fianchi col bastone per tenerle fuori dai campi coltivati. Perché? Perché sa che potrebbe essere frustato, imprigionato, multato o rimproverato. Allo stesso modo, nelle qualità malsane io presagivo svantaggio, degrado e macchia, e in quelle salutari presagivo i vantaggi legati alla temperanza e alla purezza.

MENTRE RESTAVO COSI’, vigile, ardente e risoluto, nasceva in me un pensiero di temperanza … di amicizia … di compassione. Sapevo questo: un pensiero di temperanza … di amicizia … di compassione è sorto in me. Questo non porta alla mia afflizione, all’afflizione di altri, all’afflizione di entrambi. Nutre il discernimento, non è fonte di problemi e tende al nibbāna. Seppure intrattenessi questo genere di pensieri per tutta la notte, per un giorno intero, per un giorno e una notte, non ci sarebbe nulla da temere. Senonché, pensare e riflettere a lungo stanca il corpo. Un corpo stanco disturba il cuore (citta). E un cuore disturbato non si concentra. Perciò lo rendevo internamente stabile, quieto, unito e concentrato. Perche? Per non disturbare il cuore.

NELL’ULTIMO MESE DELLA stagione calda, quando il raccolto è già stato portato al villaggio, un bovaro bada alle vacche seduto all’ombra di un albero o all’aperto e gli basta essere consapevole delle sue vacche. Allo stesso modo, ero semplicemente consapevole di quelle qualità.

SORSE IN ME un’energia risoluta, la consapevolezza suscitata era continua, il corpo tranquillo e rilassato, la mente raccolta e unificata. Distaccato dalla sensualità, distaccato da qualità mentali non salutari, entrai e rimasi nel primo jhāna: gioia e piacere nati dal distacco, associati a un’applicazione iniziale e sostenuta. Venendo meno l’applicazione iniziale e sostenuta, entrai e rimasi nel secondo jhāna: gioia e piacere nati dal raccoglimento (samādhija), un cuore unito senza applicazione iniziale e sostenuta, fiducia interiore. Venendo meno la gioia restai equanime, consapevole e chiaramente cosciente (sato sampajāno) fisicamente sensibile al piacere; entrai e rimasi nel terzo jhāna di cui i nobili dicono: “Ha una piacevole dimora chi è equanime e consapevole”. Abbandonati piacere e dolore, ed essendo già venuti meno soddisfazione e scontento, entrai e rimasi nel quarto jhāna: pura consapevolezza ed equanimità, né piacevole, né spiacevole.

QUANDO LA MENTE FU CONCENTRATA, purificata, lucida, senza pecche, non adulterata, duttile, malleabile, stabile e imperturbabile, la rivolsi alla conoscenza del ricordo delle vite precedenti. Ricordai le mie molte vite passate, una nascita … cento … centomila … molti eoni di contrazione ed espansione cosmica: lì avevo quel nome, quella famiglia, quell’aspetto. Così era il mio cibo, la mia esperienza del piacere e del dolore, così ebbe termine la mia vita. Abbandonata quella condizione sono riapparso qui. …. Così ricordai le mie molte vite passate nel carattere e nei dettagli. Questa fu la prima conoscenza, raggiunta nella prima parte della notte. L’ignoranza fu vinta, sorse la conoscenza; la tenebra fu vinta, sorse la luce – come avviene in chi è vigile, ardente e risoluto.
Quando la mente fu concentrata, purificata, lucida, senza pecche, non adulterata, duttile, malleabile, stabile e imperturbabile, la rivolsi alla conoscenza della scomparsa e ricomparsa degli esseri. Vidi, con l’occhio spirituale puro e superiore all’umano, gli esseri che scompaiono e riappaiono, comprendendo come sono inferiori e superiori, belli e brutti, fortunati e sfortunati in accordo con le loro azioni (kamma) …  Questa fu la seconda conoscenza, raggiunta nella seconda parte della notte. L’ignoranza fu vinta, sorse la conoscenza; la tenebra fu vinta, sorse la luce; come succede in chi è vigile, ardente e risoluto.
Quando la mente fu concentrata, purificata, lucida, senza pecche, non adulterata, duttile, malleabile, stabile e imperturbabile, la rivolsi alla conoscenza dell’esaurirsi delle fermentazioni mentali (āsavā). Compresi, in accordo con i fatti, “Questo è stress (dukkha)… questo il sorgere dello stress … questa la fine dello stress … questa la via che porta alla fine dello stress. Queste sono le fermentazioni … Questo è il sorgere delle fermentazioni … Questa è la fine delle fermentazioni … Questa è la via che porta alla fine delle fermentazioni. Conoscendo questo, vedendo questo, il mio cuore fu libero dalla fermentazione della sensualità, libero dalla fermentazione del divenire, libero dalla fermentazione dell’ignoranza. Una volta libero seppi: “Libero”. Capii: la nascita è finita, la condotta pura ha dato frutto, quel che andava fatto è stato fatto. Non resta nulla per questo mondo. Questa fu la terza conoscenza, raggiunta nella terza parte della notte. L’ignoranza fu vinta, sorse la conoscenza; la tenebra fu vinta, sorse la luce: come accade in chi è vigile, ardente e risoluto.

IMMAGINATE CHE IN UNA ZONA boscosa vi sia una vasta conca paludosa presso cui vive un grande branco di cervi. Arriva un uomo che non vuole il loro bene, che non fa i loro interessi, che non li vuole liberi. Chiude il sentiero sicuro e agevole che li fa contenti e apre un falso sentiero, attirandoli con un’esca maschio e approntando una femmina posticcia. Così che il branco di cervi vada sicuramente incontro alla rovina, alla morte e alla decimazione. E immaginate che arrivi a quel branco di cervi un altro uomo che vuole il loro bene, che fa i loro interessi, che li vuole liberi. Riapre il sentiero sicuro e agevole che li fa contenti, chiude il falso sentiero, porta via l’esca maschio, distrugge la femmina posticcia; così che, infine, il branco di cervi possa vivere, crescere e prosperare.
Vi ho dato una similitudine per comunicare qualcosa. Il senso è questo: la vasta conca paludosa è la sensualità. Il grande branco di cervi rappresenta gli esseri. L’uomo che non vuole il loro bene è Māra, il Maligno. Il falso sentiero rappresenta l’ottuplice sentiero sbagliato: prospettiva, propositi, linguaggio, interazioni, mezzi di sussistenza, sforzo, consapevolezza e concentrazione sbagliati. L’esca maschio è l’attaccamento al piacere. La femmina posticcia è l’ignoranza. L’uomo che vuole il loro bene rappresenta il Tathagata, il sentiero sicuro e agevole che li fa contenti è il nobile ottuplice sentiero: prospettiva, propositi, linguaggio, interazioni, mezzi di sussistenza, sforzo, consapevolezza e concentrazione adeguati.

PERCIO’, BHIKKHU, ho aperto il sentiero sicuro e agevole, chiuso il falso sentiero, portato via l’esca e distrutto la femmina posticcia. Tutto quello che un insegnante dovrebbe fare per il bene dei suoi allievi, per premura nei loro confronti, l’ho fatto. Ci sono i piedi degli alberi, ci sono alloggi vuoti. Meditate, bhikkhu, non distraetevi. Che non abbiate a rimpiangerlo poi. Questa è la mia istruzione per voi.

ECCO COSA DISSE il Beato. Soddisfatti, i monaci gioirono delle parole del Beato.

NOTE

1) kāmavitakko, byāpādavitakko, vihiṃsāvitakko; i loro opposti (nekkhammavitakko, abyāpādavitakko, avihiṃsāvitakko) sono espressi al negativo, come assenza o libertà dalle corrispondenti qualità non salutari, ma qui li rendo alternativamente “al positivo” come temperanza, amicizia e compassione per implicare che si  tratta di virtù attive, non della semplice assenza di qualcosa. Nello schema del nobile ottuplice sentiero queste tre costituiscono il secondo fattore, sammāsankappa, “retta intenzione o retti propositi”. Il termine nekkhamma è generalmente reso con ‘rinuncia’, e ha un’assonanza (ma non una corrispondenza etimologica) con il suo contrario kāma (la sensualità). Qui preferisco renderlo con ‘temperanza’, che rende meglio la qualità di non assuefazione alla gratificazione dei sensi, e non contiene le risonanze semantiche negative del termine rinuncia.

2) Qualità che evocano la pratica sostenuta della consapevolezza o satipaṭṭhāna. La prima qualità (qui resa con ‘vigilanza’) è letteralmente l’essere dotati di appamāda (variamente reso con ‘diligenza’, ‘attenzione’, ‘cura’) e ha implicazioni ampie e importanti. Nel famoso verso del Dhammapāda, 21 il Buddha la addita come “la via al senza morte”. E’ l’opposto della ‘ubriachezza’ o ‘sventatezza’ (pamāda) con cui attraversiamo la vita nella distrazione, inconsapevoli della sua natura incostante, inappagante, impersonale, condizionata e della necessità di coltivare il bene e lasciare andare ciò che nuoce.

Potete leggere il sutta nella traduzione inglese di Thanissaro Bhikkhu su http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/mn/mn.019.than.html  alla stessa pagina il link alla versione pāli PTS: M i 114 usata per la versione italiana. Ho abbreviato il passo standard sulle tre conoscenze e omesso qualche ripetizione nel passo sulla contemplazione dei pensieri (segnalati con …). Una traduzione classica è in:The Middle Length Discourses of the Buddha: A New Translation of the Majjhima Nikaya, trans. by Bhikkhu Ñanamoli and Bhikkhu Bodhi (Boston: Wisdom Publications, 1995).

A prova di illusione

29 venerdì Mag 2015

Posted by Letizia Baglioni in Sutta

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consapevolezza del corpo, Mara, metafora, Sutta

Chi ha sviluppato e coltivato la presenza mentale nei riguardi del corpo ha incluso ogni qualità salutare che partecipa al risveglio. Così come chi considera il vasto oceano include ogni corso d’acqua che vi confluisce, allo stesso modo, chi ha sviluppato e coltivato la presenza mentale nei riguardi del corpo ha incluso ogni qualità salutare che partecipa al risveglio.

In chi non coltiva e non sviluppa la consapevolezza del corpo, Māra trova accesso, Māra fa presa.

Immaginate che qualcuno getti una pesante palla di pietra su un monticello di argilla fresca. Che dite, la pesante palla di pietra penetrerebbe nel monticello di argilla fresca?

Sì, signore.

Immaginate un pezzo di legno secco e asciutto, e che arrivi qualcuno con un bastoncino appuntito con l’idea di accendere un fuoco, di produrre calore. Che dite? Sarebbe in grado di accendere un fuoco e produrre calore strofinando il bastoncino contro il pezzo di legno secco e asciutto?

Sì, signore.

Immaginate una caraffa vuota poggiata su un supporto, e che arrivi qualcuno con un secchio d’acqua. Che dite? Sarebbe in grado di versare l’acqua nella caraffa?

Sì, signore.

Allo stesso modo, in chi non coltiva e non sviluppa la consapevolezza del corpo, Māra trova accesso, Māra fa presa.

In chi coltiva e sviluppa la consapevolezza del corpo, Māra non trova accesso, Māra non fa presa

Immaginate che qualcuno tiri un leggero rotolo di spago contro una porta di legno massello. Che dite, il leggero rotolo di spago sfonderebbe la porta di legno massello?

No, signore.

Immaginate un pezzo di legno fresco e bagnato, e che arrivi qualcuno con un bastoncino appuntito con l’idea di accendere un fuoco e produrre calore. Che dite? Riuscirebbe ad accendere un fuoco e produrre calore strofinando il bastoncino appuntito contro il pezzo di legno fresco e bagnato?

No, signore.

Immaginate una caraffa poggiata su un supporto e piena d’acqua fino all’orlo tanto che un corvo potrebbe berla. E che arrivi qualcuno con un secchio d’acqua. Che dite? Riuscirebbe a versarci dentro la sua acqua?

No, signore?

Allo stesso modo, in chi coltiva e sviluppa la consapevolezza del corpo, Māra non trova accesso, Māra non fa presa.

Estratto da: Kāyagatāsati sutta (Majjhima Nikāya 119) PTS M iii 94-95

leggi il sutta completo nella versione inglese di Bhikkhu Sujato

Amore senza etichette

05 giovedì Mar 2015

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

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metta

Come una madre che ha un unico figlio lo proteggerebbe con la propria vita, così coltiviamo verso tutti gli esseri viventi una mente illimitata

Buona visione …

… Fragili o forti, senza eccezione
alti, robusti, medi
bassi, piccoli e grandi,
visti e non visti,
lontani e vicini,
nati e in procinto di nascere:
che tutti siano felici!
Che nessuno inganni l’altro
o disprezzi qualcuno ovunque sia
Che nessuno, per rabbia o odio
auguri il male a un altro … 

(Karaṇīya mettā sutta Sn 1.8)

E buona pratica …

Link a traduzioni del Discorso sulla benevolenza


Ritiro pasquale a Torino

24 martedì Feb 2015

Posted by Letizia Baglioni in Pratica buddhista

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karma, meditazione di consapevolezza, motivazione e intenzione, satipatthana sutta, vipassana, volontà

3 – 6 Aprile 2015
Oasi di Cavoretto – Torino
Ritiro residenziale

“IL POTERE DELL’INTENZIONE: CONSAPEVOLEZZA, KAMMA E LIBERTÀ NELLA VIA DEL BUDDHA”

ci sono ancora posti disponibili per questo ritiro residenziale  vi ricordiamo di perfezionare la vostra iscrizione entro  lunedì  2 marzo info RitiroPasqualeTorino

In questo ritiro cercheremo di mettere a fuoco alcuni aspetti chiave della meditazione di consapevolezza (o satipatthana) così come il Buddha stesso la delinea nel Satipatthana Sutta e in altri luoghi rilevanti del Canone pali. Nelle riflessioni serali e nella pratica formale seguiremo il filo degli insegnamenti circa l’aspetto attivo, volizionale, della mente, e su come “apprendere dall’esperienza” riconoscendo gli effetti sottili o più evidenti delle nostre intenzioni dentro e fuori di noi.

Il ritiro si rivolge prevalentemente a chi già pratica la meditazione di consapevolezza, ma è previsto uno spazio introduttivo per un certo numero di principanti (se è il vostro primo ritiro di vipassana segnalatelo nella mail di iscrizione).

Luogo: l’Oasi di Cavoretto, Strada di Santa Lucia 89/97. Un’antica villa immersa nel verde della collina di Cavoretto in comodato al Gruppo Abele, a circa 30 minuti dal centro di Torino.

scarica traduzione SATIPAṬṬHĀNA SUTTA Majjhima Nikāya 10

 

Un regalo di compleanno

07 mercoledì Gen 2015

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

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Ajahn Sumedho, quattro nobili verità

Il 27 luglio dell’anno appena trascorso Ajahn Sumedho ha compiuto ottant’anni e ha tenuto un breve discorso di ringraziamento ai molti affezionati monaci e laici, asiatici e occidentali, convenuti al monastero Amaravati in Inghilterra per festeggiare. Il testo è stato appena pubblicato sul Forest Sangha Newsletter del 2015. Ho pensato di tradurlo qui quasi integralmente come piccolo regalo di Natale per chi legge il blog (meglio tardi che mai), e come occasione per esprimere con un gesto della mente, avendo mancato l’appuntamento pubblico, gratitudine e apprezzamento per Luang Por e tutto quello che mi ha dato e che continua a germinare. La nascita è inevitabilmente seguita dalla vecchiaia e dalla morte e un compleanno non necessariamente è un’occasione lieta. Ma una vecchiaia raggiunta camminando con integrità, saggezza e compassione è un frutto dolce che merita di essere condiviso e festeggiato, e che ci dona fiducia sulle nostre possibilità come esseri umani. Ci addita le nostre peggiori paure, dimostrandoci che la paura si può incontrare e superare.

NON MI PIACE CONSIDERARE questi cinque volumi di insegnamenti che ho avuto modo di offrire ai presenti oggi come gli insegnamenti di Ajahn Sumedho. Sono solo riflessioni sul Dhamma. Tanto per chiarire: sono gli insegnamenti del Buddha, non qualcosa di originale o personale. Spesso parlo di come ho affrontato problemi emotivi come la rabbia o la paura. Sono solo sumedhoincoraggiamenti da parte di qualcuno che conoscete, una persona che vive adesso, che condivide il suo modo di affrontare le ansie, la preoccupazione, le sue paure e le sue tendenze nevrotiche. A volte le scritture sembrano troppo idealistiche, quando le leggi non ti sembrano applicabili più di tanto al problema personale che vivi sul momento. Ho sempre trovato utilissimo e incoraggiante quando Luang Por Chah parlava di come aveva affrontato problemi o blocchi emotivi di particolare intensità. All’inizio tendevo a idealizzarlo. Pensavo: ma lui è un maestro illuminato, probabilmente non ha mai avuto i problemi che ho io; appena nato camminava su sette fiori di loto, era puro, non ha mai dovuto fare i conti con la rabbia, la paura o cose del genere. Possiamo mettere gli insegnanti su un piedistallo e proiettare su di loro una perfezione originaria. E quando guardiamo noi stessi ci accorgiamo di sentirci dolorosamente inadeguati.

MOLTE DELLE NEVROSI moderne sono solo angosce che creiamo attorno alla nostra vita. Anche nelle società sviluppate come la nostra, dove si fa di tutto per indurre un sentimento di sicurezza, l’ansia cresce. È un comune problema umano. Il Buddha ha messo le Nobili verità basate su dukkha, la sofferenza, nel suo primo discorso. Si può tradurre dukkha con ansia, o paura; è uno stato mentale che creiamo noi, che rende le nostre vite molto infelici e piene di timori e angosce. […] Se tutti gli altri testi, il resto del Tipitaka e via dicendo, improvvisamente scomparissero e non ci restasse altro che le Quattro nobili verità, sarebbe abbastanza. Sono la via alla non-sofferenza. Sono uno strumento che vi incoraggio a usare. L’insegnamento va fatto funzionare, però. Venerarlo, lodarlo, leggerlo e analizzarlo è un conto; non c’è niente di male, ma il punto […] è la paṭipadā: metterlo in pratica, farlo funzionare. Non mi piace vedervi soffrire. Se avessi la bacchetta magica e potessi farvi comprendere alla perfezione le Quattro nobili verità, la userei. Ma non ce l’ho. Posso solo incoraggiarvi, non posso far funzionare l’insegnamento per voi. E naturalmente nemmeno il Buddha. Ci ha solo dato un insegnamento che dobbiamo riportare e applicare nella realtà della nostra vita. È un semplice insegnamento basato sul comune fattore della sofferenza. Questo è il legame che condividiamo con tutte le creature. Tutti siamo soggetti a nascita, vecchiaia, malattia e morte. Abbiamo paure, desideri, invidie, avidità, confusione, e via dicendo. […] E io  sono stato tanto fortunato da avere l’occasione di metterlo in pratica, di prenderlo come maestro per risolvere i problemi, le paure e le abitudini emotive con cui ho dovuto confrontarmi.

LA VITA MONASTICA non è un formula magica, ma è una forma utile che ci ricorda di svegliarci, di prestare attenzione e non perderci in tutti i problemi creati dal mondo, o che creiamo sul nostro essere nel mondo. Dopo averlo adoperato per tutti questi anni ho fiducia e fede in questo insegnamento. È una formula assolutamente perfetta che si può applicare a chiunque, perché prende il fattore comune della sofferenza e, semplicemente cambiando atteggiamento nei suoi confronti, ti fa cominciare a capire la condizione umana. Cominci a capire cosa vuol dire essere una forma sensibile, avere paura della morte, volere il piacere e il successo e non volere il dolore, temere il fallimento e la perdita. Poi c’è il desiderio che le cose siano come non possono essere, cercare di creare un mondo illusorio, un sogno utopico che non potrà mai avverarsi perché non si basa sul Dhamma, sulla realtà, ma solo su ideali altisonanti. […]

ANCHE PRIMA DI imparare il tailandese dovevo sedere per ore ad ascoltare i discorsi sul Dhamma di Ajahn Chah, e una parola che ricorreva sempre era patipat […] che è il loro modo di rendere il termine pali paṭipadā, ossia “pratica”. Non è un credo, o una dottrina confusa che si può sperare di arrivare a comprendere. Ti dice come farlo. Si tratta di prendere l’esperienza più comune – dukkha – e usarla per esplorare il presente: la sofferenza, la paura, l’ansia, la preoccupazione, qualunque sia la cosa che incontriamo nel presente, è così. Da questa semplice pratica derivano l’intuizione, la comprensione e la saggezza che ci guidano nella vita, invece di sforzarci di applicare idee, cercare di migliorare la nostra personalità o reprimere i sentimenti e le emozioni. Si tratta di comprendere con saggezza la dimensione in cui ci troviamo a vivere. Vi offro queste parole come regalo per il mio compleanno.

Apprendere dall’esperienza

28 venerdì Nov 2014

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

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esperienza, Sutta

Penso che in un ritiro di meditazione ci siano almeno due livelli di apprendimento. Nel primo si dà importanza al fatto che c’è un insegnamento del Buddha, ci sono certi schemi, certe mappe, un certo linguaggio: è un po’ come apprendere una nuova lingua e credo sia molto utile e vantaggioso, è un buon addestramento anche solo riflettere su questi insegnamenti, soprattutto nella forma in cui il Buddha li ha dati originariamente, o comunque nel modo in cui sono confezionati nei Discorsi antichi. Perché, a differenza di altri modi suggestivi, strutturati o standardizzati di proporre queste pratiche, lì è tutto molto scarno ma non univoco, a volte un po’ complicato, o denso, come può esserlo un modello scientifico o un assioma matematico. A questo si associano l’uso abbondante di metafore e similitudini, le vignette gustose o ricche di spunti storici, sociologici e psicologici di certi dialoghi, che sollecitano una diversa lettura, l’attivazione del pensiero analogico, sognante, associativo. In ogni caso non troviamo il linguaggio del dogma, o la grandeur della visione metafisica, o la mistica della realizzazione istantanea, paradossale e non categorizzabile, cui ci ha abituato il buddhismo posteriore.

Ma in genere, se si leggono i Sutta li si trova un po’ noiosi, e molto ripetitivi. Il Discorso sulla consapevolezza dell’inspirare ed espirare (Anapanasati Sutta) ad esempio, non dice nulla di particolarmente ispirante: non parla d’amore, creatività, interconnessione, sembra la voce di un navigatore satellitare. Però, proprio perché è una mappa da usare in cammino, si serve di concetti che puntano verso qualcosa, ci dicono: c’è quest’area, c’è questo aspetto del processo. Si può usare un termine pāli, con le sue molteplici risonanze semantiche, per cominciare a fare mente locale, a orientarci verso qualcosa che sappiamo implicitamente o che dobbiamo scoprire o ritrovare. Per esempio sati (presenza mentale o consapevolezza). Posso adottare una definizione di sati o di consapevolezza, al punto di credere di aver capito cos’è o dare per scontato che tutti intendano la stessa cosa in tutti i contesti (come accade oggi per il termine “mindfulness”). O insistere su una traduzione rispetto alle altre. Ma non mi porta da nessuna parte.

Il modo in cui mi piace usare questi insegnamenti e i relativi termini chiave – perchè credo siano nati da quel livello e con quello scopo – è invitare il secondo livello dell’apprendimento, che ha valore esistenziale e affettivo e che appassiona, ossia l’apprendere dall’esperienza. In un ritiro, se siamo fortunati e con un pizzico di abilità, creiamo certe condizioni che incoraggiano e facilitano, per ciascuno di noi, certi tentativi. Uno può dire “vengo a meditare”, ma cosa significa? Io non credo che questo tipo di meditazione abbia come scopo imparare a meditare, perché in fondo cosa facciamo seduti qui in silenzio? Se uno entrasse e non sapesse niente vedrebbe uomini e donne di diversa età, fermi (chi ondeggia, chi si gratta la testa, ogni tanto un sospiro, alcune facce estatiche, alcune facce ingrugnate): bah, che fanno? Se ci pensate è una cosa abbastanza stravagante. E ciascuno di noi, ricevute certe istruzioni, certe idee, poi va sul suo cuscino, sul suo sentiero per la camminata… sì, è vero che in questo spazio possiamo essere più o meno fisicamente vicini, ma ognuno è solo. Cioè, non posso sentire il prurito del piede tuo, vivere la tua gioia o provare dolore al posto tuo, risolvere la tua preoccupazione. Anzi, se sono onesta, devo anche dirmi che non sono del tutto certa di capirti: lascio sempre un certo margine di mistero e di dubbio che quello che tu descrivi corrisponda a quello che penso o sento. Questo modo di stare in ritiro, così nudo, potenzialmente noioso, sensorialmente e intellettualmente poco gratificante, esposti a difficoltà cui è difficile sottrarsi… a volte viene da pensare, ma che sto a fare qui? A volte è solo un lamento, un’espressione di disappunto o di dubbio. Però se uno prende sul serio la domanda, comincia ad aprirsi a ciò che avviene nel momento presente, sentire, riflettere …

Quindi apprendere dall’esperienza ha a che vedere con la disponibilità a entrare in un processo in cui sei rimandato costantemente a ciò che è. E cosa impari? Impari cosa vuol dire essere un essere umano, impari la ricchezza e la sofferenza che comporta, i modi in cui si può amplificarla, crearla oppure non crearla, impari che cosa è veramente di valore e cosa non ha vero valore, impari come ti metti nei guai, e come non metterti nei guai. E tante altre cose che hanno a che vedere con una crescita organica che avviene. Per ciascuno, se vuole, c’è l’occasione per cominciare a mettere le mani in pasta, per cominciare a entrare nel mare dell’esperienza diretta con questa indicazione del Buddha: ci sono delle intenzioni o inclinazioni della mente/cuore… notalo, sentilo, puoi verificare che un certo tipo di intenzione sortisce certi effetti, mentre quest’altro tipo ne sortisce altri. C’è il senso della prigionia e c’è la possibilità di sentirsi liberi senza modificare deliberatamente le condizioni esterne, eliminare o acquisire alcunché. Non è un dogma, non te lo devi neanche ricordare, e infatti te lo dimentichi. Gli insegnanti dicono centinaia di parole, alcune sembrano di grande ispirazione e poi appena volti l’angolo ti sembrano una scemenza, o te le dimentichi, non valgono più niente… quando sei lì, nella tua dimensione, e incontri quella particolare esperienza, quella particolare cosa. Nessuno ti tira fuori dal tuo imbarazzo.

Apprendere dall’esperienza è anche disponibilità a procedere per prova ed errore, come quando si va in montagna e si deve tornare sui propri passi e cercare un’altra strada… si va con una mappa, ma le mappe bisogna saperle leggere, e non sempre quello che c’è scritto corrisponde allo stato attuale del territorio e delle proprie gambe. E poi, sta per piovere, si fa buio, sei agitato, e quindi leggi male, non capisci, non sai… Insomma, c’è un’avventura attorno a questo, che non ha a che vedere con “vado a fare quattro passi in campagna”. La mia speranza è che, almeno per qualcuno, la dimensione del ritiro aiuti a scoprire modi, prospettive, gesti che riguardano come stare con l’esperienza emotiva perché diventi fonte di nuova comprensione ed efficacia, piuttosto che fonte di oscuramento e ripetitività. Il fatto di trovarsi in una certa situazione, parlare di meditazione, fare certe cose seduti su un cuscino, non toglie che ognuno di noi e in momenti diversi possa viverlo con attitudini profondamente diverse, perché apprendere dall’esperienza non è automatico. Credo ci siano alcune condizioni senza le quali non può avvenire. Vorrei provare a menzionarne qualcuna.

Mi pare che nei confronti della meditazione, come anche della propria vita, ci si possa porre come un fruitore o un utente. Valutare le cose nel senso di cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto. Sono un utente, ho dei bisogni, quelli forniscono un servizio, vado, e quindi valuto in base a quanto quell’istituzione (istituzione in senso lato, il centro di ritiro, il buddhismo, quel che volete) soddisfa le mie esigenze. Certamente andando alla ASL ha senso, però quando si viene con questo atteggiamento alla pratica (e mi accorgo che si può venire con questo atteggiamento alla pratica) per un po’ funziona, soprattutto se il contesto lo incoraggia. Ma se il contesto non lo incoraggia, se c’è un po’ di incertezza, cose che non vanno alla perfezione… dopo un po’ non regge, c’è frustrazione, c’è noia. Non è tanto piacevole in certi momenti, c’è confusione. Se invece cambi il punto di vista, nel senso della disponibilità ad apprendere dall’esperienza, vedi che da fruitore o utente diventi il protagonista, diventi l’attore. Vai a bottega e sei pronto a sporcarti di colori o di polvere di marmo. E sei disposto a vedere che i risultati dell’opera delle tue mani, a volte, sono da buttare.

Un punto fondamentale è che ci dev’essere se non altro l’inclinazione a un’onestà di fondo, e dobbiamo poter amare questa onestà di fondo come un valore superiore alla nostra reputazione (di fronte a noi stessi o agli altri). In altri termini, se la paura di perdere la faccia è più forte del piacere e del valore dell’onestà non si può apprendere dall’esperienza. Sarà molto difficile, frustrante e doloroso. E ci si muove poco. Cioè, non posso permettermi il lusso di fare un passo fuori dall’ordinario, fuori da quello che già so, perché potrei farlo male! E se lo faccio male l’idea che ho di me trema. Se invece ho questa inclinazione all’onestà (e non so perché ce l’ho, me la ritrovo) e sono contenta di scoprire come stanno le cose, questo mi aiuta anche a non prendermela troppo quando quello che scopro non è esaltante. Ché un conto è vedere o immaginare la statua già fatta; ma prendere il martello pesa, fa venire i calli, sono disposto a sentire che c’è anche questo aspetto, che magari ho bisogno di rafforzare i polsi (faccio per dire): la piccola cosa.

Un’altra condizione è che il gusto o l’interesse per l’ignoto bilanci (se non superi) il bisogno e il desiderio di comfort, di piacere, e in questo includo la comodità psicologica, il sentimento di sicurezza, di agio. Cercare il piacere psicologico e fisico è naturale, è un istinto di preservazione, ma se questo bisogno prevale, e di gran lunga, sul gusto, interesse, eccitazione, quasi, per l’ignoto, ti muovi poco. Ti muovi poco, quindi apprendere dall’esperienza comincia a diventare difficile, se non impossibile.

Un altro elemento è la disponibilità ad ammettere “così non vado da nessuna parte” e cambiare strada, senza che questo costituisca un problema, ma capire che questo è l’apprendimento. C’è amore per l’applicarsi a un compito (così non funziona, così può funzionare). Puoi rimanere fermo in mezzo a un dilemma, non sapendo che pesci prendere per un po’. Sì, comporta frustrazione, comporta dubbio, però non è una sconfitta. Ti piace farlo. Così puoi apprendere dall’esperienza. Viceversa, cosa succede se predomina (e dobbiamo essere molto onesti nel notare se e in che misura predomina) l’aspetto del “sì, sì, mi muovo per andare, però mi devi dire come andarci, anzi mi devi perfino dire se vale la pena arrivarci; anzi, siccome non so bene neppure io dove voglio arrivare, fammelo piacere, fammi pensare che sia molto bello arrivare là, così io, anche senza muovermi, me lo immagino, mi sembra quasi quasi di esserci”. E’ il motivo per cui a volte fa piacere leggere il libro di ispirazione spirituale; poi però, quando vai tu a fare quella cosa, pensi “ma era così bello quando lo diceva il Dalai Lama…” come se in un certo senso tu, la tua esperienza, la tua avventura, quello che succede a te, non abbia la stessa importanza o lo stesso valore di quello che succede al Dalai Lama. Allora predomina l’ideale, piuttosto che il “posso sbagliare, posso perdermi, posso rimanere fermo non sapendo che fare, ma non mi lascio dire da un altro dove devo arrivare, non mi lascio dire da un altro che cosa c’è lì… c’è la mappa del Buddha, c’è il suo incoraggiamento, però voglio andare a vedere; e come? mah, devo vedere, devo camminare”.

Un altro elemento che rinvia alla possibilità di tollerare l’ignoto riguarda l’autorità e il rapporto che intratteniamo con l’autorità. Perché sia possible apprendere dall’esperienza è necessario trovare un rapporto con l’autorità o la tradizione che non sia di completa sfida o rifiuto (faccio da me, non ho bisogno di nessuno, seguo le mie inclinazioni, i miei pensieri, nessuno mi dica quello che devo fare), quindi così problematico o intenso da fissarmi nell’atteggiamento del ribelle, dell’antagonista, o in uno stolido evitamento dell’intera questione. Un rapporto che, d’altro canto, non dia per scontato l’altro atteggiamento, altrettanto diffuso negli ambienti spirituali (e non solo, ovviamente) ossia amare l’autorità, cercarla, e anzi pretendere, soprattutto inconsciamente, che l’autorità ti tolga dai guai. Noi non ce lo diciamo, perché dircelo ad alta voce ci farebbe sentire infantili; ma in certi momenti di frustrazione, di irritazione o di scoraggiamento, se potessimo veramente ascoltare da dove viene quel sentimento, a volte è come una stizza, “perché nessuno viene a togliermi questo, io non voglio questo dolore, non voglio questa confusione, perché nessuno viene e me la toglie? perché non vengono mamma e papà a tirarmi fuori dai guai, perché l’insegnante non mi dice…”. Un tema caro ad Ajahn Sumedho,(1) un maestro che ha condiviso in modo molto chiaro e onesto quelli che sono i momenti del cammino e anche i fraintendimenti del cammino, e ce li ha posti davanti in modo che ognuno si potesse riconoscere, interrogare. Dobbiamo riconoscere quando aspettiamo l’autorità e ci arrabbiamo e ci sentiamo frustrati perché è come se dicessimo “io sono impotente, come faccio io a prendermi cura dei miei stati mentali, dei miei stati fisici, ho male alle gambe, che devo fare?”.

Nella posizione di dipendenza neghiamo di avere sufficienti risorse, da quella del rifiuto neghiamo la relazione; è un viaggio piuttosto solipsistico dove è ok solo quello che è già nel tuo bagaglio di abitudini e opinioni. Ma non puoi apprendere dall’esperienza seguendo le tue opinioni. Ecco perché è utile avere un insegnamento e una disciplina che aiutino a sospendere per un attimo le opinioni. Cosa accade, effettivamente, mentre siedo qui con l’intenzione di rimanere presente mentre inspiro ed espiro con un atteggiamento di benevola e calma attenzione? Ma sospendere le opinioni fa venire la tremarella. Allora subito voglio l’opinione dell’autorità. E’ come se dicessi: “va bene, metterò da parte la mia opinione, ma dammene subito un’altra da raccontarmi… ah, ok, sono qui per liberarmi dall’attaccamento, non so bene cosa sia questo attaccamento, però ieri lo sapevo, o mi è parso di capirlo quando me lo dicevano”. Ma ora, cos’è?

Dunque sembra che una condizione per apprendere dall’esperienza sia che posso sospendere un’opinione o una spiegazione senza correre a prenderne un’altra di qualcuno sopra di me, o che io sento sopra di me. Ma neanche ripudio qualunque idea o strumento, prendo un’ipotesi, o prendo qualcosa che, gradualmente, mi accorgo che è utile a navigare il terreno in cui la mia aspirazione mi porta. Il Buddha paragonava il suo insegnamento a una zattera. Ma prima di essere un mezzo per attraversare l’acqua (e non, come ricorderete, da trascinarsi dietro sulla terra ferma), una zattera è qualcosa che va assemblato, con tronchi opportunamente selezionati, tagliati a misura, messi insieme e saldamente legati (devo questa intuizione a Stephen Batchelor).(2) La zattera non è bell’e fatta, il Buddha non ha detto: “Eccovi la zattera”. Seguendo il modo molto potente in cui pensava e si esprimeva (o almeno, come le scritture lo rappresentano), immagino che avrebbe detto più o meno: “Ci sono tronchi, ci sono corde, ci sono mani e braccia, ci sono accette, eccetera, si può costruire una zattera”. Ogni pezzo del suo insegnamento, ogni elemento della pratica, va lavorato e assemblato in un certo modo. Allora, apprendere dall’esperienza, in questo campo, è capire che il lavoro è quello.

Quindi ci vuole tempo, ci vuole applicazione, ci vuole soprattutto sentire dentro la turbolenza, il giramento di testa o il vuoto piatto di quando ti senti investito per la prima volta da una cosa come “i dodici anelli dell’origine condizionata – paticca samuppada” (ma che è?). Ma poi cominci a vederli a uno a uno, ascolti le varie interpretazioni, cerchi di capire il principio fondamentale, te lo misuri addosso (come mi sta?): ha senso o non ha senso per me, per ora lo devo mettere da parte? Ma non lo metto da parte perché “tanto a me non serve”. No, lo metto da parte perché per ora non so dove metterlo, e continuo a camminare. Accetto di continuare a camminare con questa continua e strana sensazione di incompiuto, di sospeso, di poco chiaro in cui però ho lì, negli angoli, certe cose. E mi aspetto che un giorno possa dire “ah ah, ecco il pezzo del puzzle che mancava…”.

Con questo ho introdotto un’altra delle condizioni necessarie: il campo aperto, dal punto di vista temporale. Che non significa “eeeh, l’è lunga…”. Ma è il campo aperto. Apprendere è ora, ma so che ho di fronte un tempo x. Non so quanto. Mi dò il tempo. Il che non significa che aspetto a crescere fra dieci anni o la prossima vita, piuttosto che andare a un ritiro di dieci giorni aspettandomi di vedere i risultati in dieci giorni; o che mi dico “beh, so di essere un misero mortale, quindi, forse, seppure avrò dei risultati…”. No, mi interessa il lavoro. Passo dall’atteggiamento del fruitore o dell’utente all’atteggiamento dell’artigiano, dell’apprendista artigiano. Quindi, questo lavoro fa parte della mia vita, è una cosa che faccio perché ho scelto di farla, perché ha senso per me, me ne assumo la responsabilità, e tutti i pezzetti ancora in sospeso, invece di essere un problema, sono parte dell’esperienza di apprendimento.

Poi c’è un ultimo aspetto, che è delicato e non si può ottenere con la volontà. A volte c’è, a volte non c’è, quindi si tratta di essere onesti nel sentire quali sono le proprie possibilità. Apprendere dall’esperienza implica la possibilità di stare soli con se stessi; devo poter essere in grado di tollerare ciò che sono, senza un eccessivo bisogno di conferma o di sostegno da parte degli altri. Posso semplicemente stare, sentire cose a volte piacevoli, a volte spiacevoli, avere i pensieri e le emozioni che ho, senza necessariamente comunicarli, esprimerli, senza cercare il giudizio o il confronto con gli altri. Per quanto sembri banale, non lo è affatto. Vi siete accorti, a volte, come è difficile essere soli? (Il Buddha direbbe che non siamo soli finché c’è “il secondo” della sete, il desiderio compulsivo di consumare, diventare, eliminare qualcosa). Le mie follie e incongruenze: devo poterle non dico conoscere, ma almeno rappacificarmi con la loro innegabile presenza. Nei Discorsi ci sono vari passi in cui si puntualizza che meditare da soli, poter essere soli, non è cosa da poco e non è cosa da principiante.(3) Richiede la capacità di riconoscere e superare con coraggio certe paure e desideri di fondo, è sintomo di maturità.
Quindi, apprendere dall’esperienza ha a che vedere anche con un interesse a misurarsi con questo, imparare a essere soli. La solitudine non la vedo come lo spettro da scongiurare, per cui la mia pratica, il mio cammino, si ferma laddove non mi sento sostenuto e circondato da altri benevoli. Provo ad arrischiarmi. So che devo maturare per essere solo, però mi interessa. Si tratta in gran parte di scelte inconsce. Uno non “decide” di apprendere dall’esperienza. Ma, nel tempo, può riconoscere quali sono le condizioni che lo permettono, e sostenerle con gli strumenti appropriati.

Da un discorso tenuto a Pian dei Ciliegi (PC), luglio 2014

Note

1) Vedi p.es. “Non cercare risposte, non chiedere favori”, in: Achaan Sumedho, Consapevolezza intuitiva, Astrolabio, Roma 2005.

2) Majjhima Nikāya 22.13 (Alagaddūpama Sutta) A essere precisi, la zattera è fatta non di tronchi ma di “erba, fuscelli, rami e foglie” raccolti e assemblati da un uomo che “compie la traversata fino all’altra sponda compiendo uno sforzo con le mani e i piedi”. http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/mn/mn.022.than.html

3) P. es. Majjhima Nikāya 4 (Bhāyabherava Sutta) http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/mn/mn.004.than.html

Ritiro urbano a Torino

29 mercoledì Ott 2014

Posted by Letizia Baglioni in Pratica buddhista

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meditazione di consapevolezza, retta parola, vipassana

RITIRO URBANO di studio e pratica

Torino, 12-18 gennaio 2015

da lunedì a venerdì, ore 19.30-21.30 (seminario)

sabato e domenica ore 9.30-19.30 (intensivo di meditazione)

Il “ritiro urbano” comincia nel momento in cui si formula la chiara intenzione di dedicare – per una settimana – un tempo e una cura particolari alla meditazione e allo studio del Dhamma con il sostegno del gruppo e di un programma condiviso. Integrando l’enfasi su contenimento sensoriale, quiete e riflessione tipica del classico ritiro residenziale con le normali attività e relazioni del quotidiano.

informazioni qui: RITIRO URBANO di pratica e studio del Dhamma – Torino, gennaio 2015 (2)

Scarica testo su LINGUAGGIO ETICO sammavaca AbhayaSutta

ASCOLTA FILE AUDIO SEMINARIO SAMMAVACA

Laboratorio di studio e pratica del Dhamma a Venezia Mestre

27 lunedì Ott 2014

Posted by Letizia Baglioni in Pratica buddhista

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meditazione di consapevolezza, retta parola, satipatthana sutta

Dal 17 novembre 2014 – al 2 marzo 2015

Laboratorio in 5 + 7 incontri settimanali

lunedì ore 18,30 – 20,30

Tema: Samma vaca (retta parola)

informazioni qui: laboratoriomestre2

ascolta gli mp3 degli incontri: AUDIO

SCARICA IL TESTO linguaggio etico: sammavaca AbhayaSutta

scarica il testo del sutta sulla pratica della consapevolezza  SATIPAṬṬHĀNA SUTTAita

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