Migranti

Come pausa estiva concedo a questo blog un piccolo detour dal Canone pali (e simili) per condividere una cosa che avevo scritto dieci anni fa, all’indomani dell’entrata in vigore della legge 94 del 2 luglio 2009 che introduce in Italia il reato di immigrazione clandestina  Non scrivo poesie, e nel caso non le conservo (e se le conservo non le leggo a nessuno); ma questa piccola ballata (con melodia da abbinare a piacere, canticchiando stonati) l’ho ritrovata “per caso” fra vecchi file all’indomani dell’approvazione del Decreto sicurezza bis  quindi si vede che voleva essere ascoltata.

Per me, parla l’io/tu plurimo (non corale) variabile e decentrato che incontro quando medito, o quando sto per la strada o siedo sui treni o nei locali in vigile   consapevolezza in mezzo ai miei simili; a volte, nella mente restano fotogrammi, occhiate scambiate, sensazioni, fantasie, stralci di conversazione; a volte, mentre il tutto scivola verso il silenzio, un pezzetto si appiccica sulla carta (o viene intonato ad alta voce, o col gesto). Voi traetene quel che vi pare (o non vi pare). E scrivetene altre, magari da lasciare davanti al parlamento, al comune, in ufficio, a scuola, o dove volete (sì, le istituzioni con la minuscola, perché è così che le vivo oggi, e vivo il mio paese, l’italia. Spero di tornare alla corretta ortografia quanto prima, o meglio ancora, che ne inventeremo una nuova per ora impensata).

Tu portavi una corona

di rosario intorno al collo

io una catena di pensieri interrotta

e una fame che non puoi comperare

Tu parli una lingua di troppo

la mia è troppo asciutta

ci vorrebbe del vino

la mia è troppo amara

com’è amaro il destino

Da dove vieni?

E dove vai?

Da dove vieni?

E dove vai?

Ti lascio il mio vestito bianco

anche il PC –  quello nero e cromato

(quello rosso e un po’ imbalsamato

l’hanno da tempo rottamato)

Ti lascio i miei Monet

col fieno dorato che fruscia al vento

in dieci in un appartamento

un palmo di terra su cui riposare

Sali sul mio cammello

che ondeggia come il mare

voglio portarti lontano

dove non ci possano trovare

cantami una canzone

non farmi addormentare

ti lascio all’angolo del tuo primo sogno

prima di ripartire

Tu avevi un velo nero

il volto piccolo un po’ affannato

io gli occhi grandi e un giornale spiegazzato

dalle cazzate di un giornalista venduto

Io ho un coltello affilato

tu i denti bianchi che fanno paura

io ho un violino intonato

tu hai ancora voglia di avventura

Da dove vieni?

E dove vai?

Da dove vieni?

E dove vai?

E  i morti invocano

un paese sicuro

senza pudore e senza cordoglio

c’è puzza d’imbroglio

c’è aria di botte:

vuoi essere uno di loro?

Sali sul mio cammello

che ondeggia come il mare

voglio portarti lontano

dove non ci possano trovare

cantami una canzone

non farmi addormentare

ti lascio all’angolo del tuo primo sogno

prima di ripartire.

Tu portavi una corona

di rosario intorno al collo

io una catena di pensieri interrotta

e una fame che non puoi comperare

sì, una fame che non puoi comperare.

MIGRANTI (canzone italiana) luglio 2009

Inno

In maniera fortuita, è tornata oggi alla mia attenzione la bella canzone di Leonard Cohen, Anthem.  Ne ho tradotto qui il testo, e ho aggiunto un video per farvela ascoltare (con molti ringraziamenti all’autore che lo ha postato su YouTube).

Mi sembra che dica, molto meglio di quanto potrei fare io in prosa, qualcosa che abbiamo bisogno di ascoltare quando le circostanze ci chiamano, come oggi (e forse come sempre) a dare il meglio di noi, invece di aggravare il mondo con il peso del nostro rifiuto, della nostra rabbia, della nostra rassegnazione. Aprire gli occhi nell’oscurità – internamente ed esternamente – con consapevolezza e amore rende la mente più forte e fiduciosa che limitarsi a volere la luce. Anche perché (e il Buddha sarebbe d’accordo) “C’è una crepa in ogni cosa…”

Cantavan gli uccelli
al levar del giorno
Ricomincia daccapo
dicevano
Non indugiare
su quel che è stato
o che non è ancora.

Le guerre saranno
combattute ancora
La sacra colomba
verrà catturata
comprata e venduta
e ricomprata ancora:
la colomba non è mai libera.

Suona le campane che ancora possono suonare
dimentica la tua offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Volevamo i segni,
li abbiamo avuti:
la nascita tradita
il matrimonio finito
la vedovanza
di ogni governo –
segni che ognuno può vedere.

Non posso più correre
con il  branco senza legge
mentre gli assassini altolocati
recitano preghiere ad alta voce.
Ma hanno evocato
una nube di tempesta
e mi farò sentire.

Suona le campane che ancora possono suonare
dimentica la tua offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Puoi sommare le parti
ma non avrai il tutto
Puoi attaccare la marcia
ma non c’è il tamburo
Ogni cuore, ogni cuore
verrà all’amore
ma come un rifugiato.

Suona le campane che ancora possono suonare
dimentica la tua offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Suona le campane che ancora possono suonare
dimentica la tua offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.
è così che entra la luce.
è così che entra la luce.

Le domande dello yakkha

yakkha

Yaksha Manibhadra  (III-II sec. a.C.) Mathura

Fra le classi di esseri non umani potenzialmente interessati all’insegnamento del Buddha figurano gli yakkha (scr. yakṣa), spiriti potenti che abitano luoghi solitari, foreste, colline e grotte abbandonate in prossimità di villaggi e città. Vengono placati e propiziati con offerte e preghiere e l’erezione di altari e santuari; sovente, la naturale irruenza del carattere si trasforma in benigna forza protettrice per gli umani. La controparte femminile (yakkhinī) è al tempo stesso una feroce divoratrice di bambini e un nume tutelare della fertilità e dell’infanzia (cfr. Gail Hinich Sutherland, Disguises of the Demon: The Development of the Yaksa in Hinduism and Buddhism, 1991; e un interessante articolo di Bhante Sujato sugli echi del culto dell’albero e del sacrificio umano nei testi del buddhismo originario, disponibile qui )

    Nei Discorsi antichi si menzionano diversi yakkha con un nome proprio e una residenza; nella letteratura più tarda sono i protagonisti o i comprimari di racconti a sfondo edificante  (cfr G P Malalasekera, Dictionary of Pāli Proper Names ) Nel tempo l’iconografia dello yakkha confluisce nella figura del ‘protettore del Dharma’ posto a guardia dei templi e dei testi buddhisti. yakkhaguardiano

Nel Saṃyutta Nikāya del canone pāli un intero capitolo – il decimo della prima sezione – contiene conversazioni o episodi riguardanti yakkha, feroci o benevoli, che si rapportano al Buddha o ai suoi discepoli, fornendo lo spunto per insegnamenti di carattere etico e per la celebrazione del potere del Dhamma di trasformare le energie della paura e dell’aggressività con la fede, la gentilezza e la saggezza.

Traduco di seguito l’Aḷavakasutta Saṃyutta Nikāya 10.12 e il Maṇibhaddasutta Saṃyutta Nikāya 10.4    A questi link si possono consultare anche altre versioni, in cinese e pāli, degli stessi testi, nonché traduzioni in lingue moderne. Il primo è incluso fra i canti di protezione (paritta) che vengono ancor oggi eseguiti in certe occasioni dai monaci di tradizione theravāda.

Nell’Aḷavakasutta sono menzionate en passant altri classi di esseri non umani (devā, māra e brahmā) all’interno di un’espressione stereotipata con cui spesso si allude alla totalità del ‘mondo’ con l’intera gamma del bene e del male a ogni possibile livello di esperienza. Per semplicità li ho resi qui con “dèi, demoni e angeli”, ma cfr il già citatoDictionary of Pāli Proper Names per approfondire.

Il termine yakkha si potrebbe rendere (seguendo la traduzione inglese di Bhante Sujato) con ‘spirito locale’ , che richiama il genius loci della religione romana; è preferibile forse a ‘demone’ e ‘orco’ (specie dopo Il Signore degli Anelli). Poiché, nei sutta, yakkha ricorre anche come epiteto del Buddha, nel senso di uomo potente o vigoroso (in senso spirituale), non sembra che il termine avesse in origine connotazioni negative o di malvagità. Certo, non tutti gli yakkha hanno un bel carattere o sono amici del Sangha, come si evince dal famoso episodio dell’ Udana in cui uno yakkha di passaggio, senza ragione apparente e ignorando i buoni consigli del suo compare, non resiste all’impulso di dare una bastonata in testa al grande monaco Sāriputta che medita al chiaro di luna! Pur non essendo particolarmente belli o buoni, gli yakkha cercano di migliorarsi e di trascendere la sofferenza; sono capaci di fede, di ammirazione, di tenerezza, danno buoni consigli e danno una mano quando possono. A volte, pongono domande su questioni importanti.

Dal canto suo, lo yakkha Maṇibhadda (un ‘ritratto’ del quale si vede nell’illustrazione in alto) esalta i benefici della consapevolezza o presenza mentale (sati); il Buddha lo corregge, in parte: la consapevolezza non basta a vincere l’odio, occorre coltivare amore e compassione.

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Yakkhini – Stupa di Sanchi

 

Con Āḷavaka (SN10.12)

Così ho udito. In una certa occasione il Buddha soggiornava nei pressi di Āḷavī, dov’è di casa lo yakkha Āḷavaka. E lo yakkha Āḷavaka si recò dal Buddha e quivi giunto lo apostrofò così:

“Esci, monaco!”

“Va bene, amico” disse il Buddha, e uscì.

“Entra, monaco!”

“Va bene, amico” disse il Buddha, e rientrò.

Per la seconda volta lo yakkha Āḷavaka disse:

“Esci, monaco!”

“Va bene, amico”, disse il Buddha, e uscì.

“Entra, monaco!”.

“Va bene, amico” disse il Buddha, e rientrò.

Per la terza volta lo yakkha  disse:  “Esci, monaco!” [come sopra]

Per la quarta volta lo yakkha Āḷavaka disse: “Esci, monaco”.  Ma il Buddha rispose: “Non uscirò, amico. Fai quel che devi fare”.

“Monaco, ti farò una domanda: se non risponderai sconvolgerò la tua mente, ti schianterò il cuore o afferrandoti per i piedi ti scaraventerò dall’altra parte del Gange!”.

“Amico, non vedo nessuno in questo mondo con i suoi dèi, diavoli e angeli, i suoi asceti e sacerdoti, principi e gente comune, che possa sconvolgermi la mente, schiantarmi il cuore o scaraventarmi dall’altra parte del Gange afferrandomi per i piedi. A ogni modo, domanda quel che vuoi”.

[Āḷavaka] “Qual è per un uomo il tesoro più grande? Cosa rende felici se ben praticato? Qual è il gusto più dolce?  Di chi si può dire che viva la vita migliore?”

[Il Buddha] “La fede è il tesoro più grande di un uomo. Il Dhamma rende felici se ben praticato. La verità ha il gusto più dolce. Di chi vive con saggezza si può dire che viva la vita migliore”.

“Come si attraversa la piena? Come si attraversa il mare? Come si supera la sofferenza? Come ci si purifica?”

“Con la fede si attraversa la piena. Con la diligenza, il mare. Con l’energia si supera la sofferenza. Con la saggezza ci si purifica”.

“Come si acquista la saggezza? Come si trova la ricchezza? Come si ottiene una buona reputazione? Come si cementano le amicizie? Come si passa da questo all’altro mondo senza angoscia?”

“Con il desiderio di apprendere, con la fiducia nei realizzati e nell’insegnamento che porta alla pace, chi è accurato e riflessivo acquista la saggezza. Facendo ciò che occorre, responsabilmente, chi ha iniziativa trova la ricchezza. La buona reputazione si guadagna con l’onestà. La generosità cementa le amicizie. Così si passa da questo all’altro mondo senza angoscia.

“Il laico fiducioso che ha queste quattro qualità – è veritiero, retto, perseverante, generoso –  muore serenamente. Chiedilo pure ad altri – ai tanti contemplativi e sacerdoti – se ci siano cose migliori di verità, padronanza di sé, generosità e pazienza”.

“Perché mai dovrei chiederlo ai tanti contemplativi e sacerdoti? Oggi ho capito cosa giova alla vita futura. Di certo è per il mio bene che il Buddha è giunto ad Āḷavī. Oggi ho compreso dove un dono reca grande frutto.  Io stesso viaggerò di villaggio in villaggio, di città in città, rendendo omaggio al Risvegliato e all’eccellenza del Dhamma”.

___________

Con Maṇibhadda (SN 10.4)

In una certa occasione il Buddha soggiornava nel Magadha, al santuario Maṇimālika dov’è di casa lo yakkha Maṇibhadda. E lo yakkha Maṇibhadda si accostò al Buddha e in sua presenza recitò questo verso:

“Chi è consapevole ha sempre fortuna

Chi è consapevole è più felice

Chi è consapevole ha un domani migliore

E si libera dall’odio”.

[Il Buddha]

“Chi è consapevole ha sempre fortuna

Chi è consapevole è più felice

Chi è consapevole ha un domani migliore

Ma non si libera dall’odio.

Chi notte e giorno

nutre pensieri di compassione

ed è amorevole verso tutti gli esseri

non odia più”.

Contemplare la mente: le istruzioni satipaṭṭhāna

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Ritiro residenziale a Tossignano (BO)  24-28 aprile

Concluso: la pagina è stata aggiornata con i materiali dal ritiro

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Questo è un breve ritiro a tema, adatto a chi ha già qualche esperienza nella pratica della meditazione di consapevolezza e un interesse per lo studio degli insegnamenti del  buddhismo delle origini.

L’accento è su come coltivare presenza mentale e chiara coscienza nell’arco delle attività della giornata, e su come applicare le istruzioni sulla contemplazione della mente/cuore contenute nell’insegnamento sulle “quattro applicazioni della consapevolezza” (satipaṭṭhāna)

LETTURE PRELIMINARI

Contemplare la mente – estratto dal SATIPAṬṬHĀNA SUTTA

(Educare la mente; L. Baglioni 2017)

ALTRI RIFERIMENTI TESTUALI e APPUNTI DAL RITIRO 

Citazioni dai Sutta PDF

Paṃsu­dho­vaka­ Sutta (Aṅguttara Nikāya 3.101) Il setacciatore e l’orafo

La tromba di conchiglia (sui brahmavihāra)

Due tipi di pensiero

LE REGISTRAZIONI DAL RITIRO SONO DISPONIBILI ALLA PAGINA AUDIO

I muri e il labirinto

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L’antisemita ha paura di scoprire che il mondo è fatto male: perché allora bisognerebbe inventare, modificare, e l’uomo si ritroverebbe padrone dei propri destini, provvisto di una responsabilità angosciosa e infinita. Perciò localizza nell’ebreo tutto il male dell’universo. […] È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo […] È un codardo che non vuol confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza al delitto senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effigie o nascosto dall’anonimato di una folla: uno scontento che non osa rivoltarsi per paura della sua rivolta. […]  Sceglie di non acquistare niente, di non meritare niente, ma che tutto gli sia dovuto per nascita – e non è nobile. Sceglie infine che il Bene sia bell’e fatto, fuori discussione, intoccabile: non osa guardarlo per timore d’essere indotto a contestarlo e a cercarne un altro. L’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo. La sua esistenza permette semplicemente all’antisemita di soffocare sul nascere ogni angoscia persuadendosi che il suo posto è stato da sempre segnato nel mondo, che lo attende, e che egli ha, per tradizione, il diritto d’occuparlo. L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana.  (Jean-Paul Sartre, Réflexions sur la question iuive)

Al di là di quanto l’analisi sartriana riesca a gettar luce sulla ‘questione ebraica’ nelle sue ramificazioni storiche,  ho voluto condividere questo brano perché nel Giorno della Memoria quest’accorata denuncia del ’46 suona penosamente attuale. E anche perché tocca un punto sensibile in chi, per scelta o necessità, vive nel mondo con un cuore o uno sguardo autenticamente contemplativo. A tu per tu con quella “paura di fronte alla condizione umana” che evitata e rimossa genera mostri, ma abbracciata e compresa, senza alzare i muri del pregiudizio e delle emozioni preconfezionate, porta frutti di amore e intelligenza, coraggio e liberazione. Cosa ha da offrire un ‘meditante’, alla società, se non un cuore reso più umile, e meno nocivo, dall’incontro quotidiano e spassionato con ciò che tutti tendiamo a fuggire o respingere: se stesso, la sua coscienza, la sua libertà, i suoi istinti, le sue responsabilità, la solitudine, il cambiamento della società e del mondo?

A patto però di non fare dell’antisemita e dei suoi parenti e reincarnazioni (il razzista, sovranista, xenofobo, omofobo ….) una categoria antropologica, o un bersaglio di comodo per consolarsi della propria impotenza e sentirsi buoni a buon mercato. Così facendo (e lo si fa molto, di questi tempi) non si smaschera affatto l’illusione di fondo, non si accetta che “il mondo è fatto male” (e quindi: rimbocchiamoci le maniche, non aspettiamoci miracoli o gratificazioni,  smettiamo di dare colpe a destra e a manca, restiamo sani, facciamo il bene, non mettiamolo su un piedistallo, generiamo e promuoviamo dinamiche sociali virtuose, denunciando quelle violente e nocive, invece di contrapporci in schieramenti pregiudiziali). D’altra parte, l'”antisemita” sartriano si riaffaccia, in spirito se non alla lettera, nel ritratto dell’Italiano dell’ultimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, in particolare nel capitolo intitolato sinistramente  Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria.  Il “sovranismo psichico” è qui definito come “una reazione pre-politica con profonde radici sociali … che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”. Paroloni, per dire quel disagio che tutti sentiamo direttamente o indirettamente e che ci induce a guardare con sospetto il nostro prossimo.

Non che l’antisemitismo vero, nella sua letterale bruttezza, sia estinto o resti in vigore solo come metafora:  per restare a casa nostra, l’Osservatorio del CDEC documenta per l’anno appena trascorso 181 casi di aggressioni, prevaricazioni o manifestazioni di intolleranza contro persone, simboli o luoghi in quanto ebrei o legati all’identità ebraica, molti perpetrati sul web, ma non solo, con un netto crescendo rispetto agli anni precedenti.  Ma la mappa dell’intolleranza e del pregiudizio si estende oggi come allora anche ad altri soggetti:  chiunque perché più povero, più debole, scomodo o semplicemente diverso può divenire un bersaglio. La coscienza dell’inclusione e della ricchezza nella diversità cresce, e di pari passo cresce la reazione.  Oggi decine di barriere dividono popoli e paesi. Sono state innalzate per ostacolare flussi migratori, per creare confini o per difenderli. In gran parte sono successive al 1989 (anno della caduta del Muro di Berlino).

Che dire, che fare? Bollare un intero popolo, un intero Paese, prendersela coi governi, con la crisi economica, con un gruppo o tipologia di persone sartrianamente in fuga dall’angoscia esistenziale?  Prendere ispirazione dalla Storia e dalle storie per trovare le risposte e i percorsi possibili è uno dei valori che io sento legati al Giorno della Memoria.

Un percorso che ho trovato esemplare e su cui è stato bello per me riflettere in questi giorni è quello raccontato nel film  Il labirinto del silenzio (2014), disponibile ancora per poco su RaiPlay (per vederlo bisogna registrarsi gratuitamente al sito http://raiplay.it/). Il film si ispira alle inchieste del giudice Fritz Bauer che portarono nel 1963 al processo di Francoforte (o Secondo Processo di Auschwitz) contro 22 imputati per crimini commessi fra il 1940 e il 1945 nel campo di concentramento. Nel 1958 in Germania nessuno vuole sapere la verità e nessuno riesce a dirla, mentre l’establishment cerca di coprire personaggi influenti compromessi col nazismo. Il protagonista è un giovane procuratore, collaboratore di Bauer, che rischia di smarrirsi nel labirinto del silenzio e dell’angoscia ma si ritrova, dando voce alle vittime e scoprendo che il male è molto più vicino di quanto ognuno fosse pronto a credere, ma può essere vinto dall’amore e dalla forza della verità.

Ritiro di febbraio a Tossignano Bologna

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Pacificare i pensieri distraenti 

Ritiro residenziale a Tossignano (BO)  8 – 10 febbraio 

INFO QUI

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Questo è un breve ritiro a tema, adatto a chi ha già qualche esperienza nella pratica della meditazione di consapevolezza e un interesse per lo studio degli insegnamenti del  buddhismo delle origini.

L’accento è su come coltivare la presenza mentale nell’arco della giornata, e su come pacificare l’attività discorsiva nel processo che porta alla quiete e alla chiarezza della mente raccolta. Esploreremo in particolare le istruzioni contenute in due discorsi del Majjhima Nikāya (MN 20 e 21)

LETTURE SUGGERITE

Apprendere dall’esperienza

Dvedhāvitakka Sutta MN 19

Vitakkasaṇṭhāna Sutta MN 20

Poteri

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leoni

Come vivere con gli altri senza paura? Quando ci sentiamo fragili o impotenti possiamo riflettere su quale crediamo sia la fonte della vera forza; su cosa investiamo e su cosa contiamo per alleviare e superare la nostra insicurezza. Secondo il Buddha, i “poteri forti” non sono le  oligarchie politiche e finanziare, ma qualità personali e relazionali che sviluppate e coltivate donano coraggio e dignità. Senza bisogno di fare i duri e di alzare muri.

Traduco di seguito il Balasutta (Discorso sui Poteri) Aṅguttara Nikāya 9.5  

Ci sono questi quattro poteri. Quali quattro? Il potere del discernimento, il potere dell’energia, il potere dell’irreprensibilità, il potere dell’inclusività.

E qual è il potere del discernimento? E’ aver riconosciuto ed esaminato a fondo le cose salutari e considerate salutari, le cose non salutari e considerate non salutari, le cose riprovevoli … non riprovevoli … scure … luminose … da alimentare … da non alimentare … inadatte ai nobili  …  adatte ai nobili e considerate adatte ai nobili.

Questo è il potere del discernimento.

E qual è il potere dell’energia?

E’ avere la motivazione, è esercitarsi, indirizzare l’energia, applicare la mente e impegnarsi per abbandonare le qualità che sono non salutari e considerate non salutari, le qualità riprovevoli … scure … da non alimentare  …  inadatte ai nobili e considerate inadatte ai nobili.

E’ avere la motivazione, è esercitarsi, indirizzare l’energia, applicare la mente e impegnarsi per ottenere le qualità che sono salutari e considerate salutari; le qualità lodevoli … luminose … da alimentare … adatte ai nobili e considerate adatte ai nobili.

Questo è il potere dell’energia.

E qual è il potere dell’irreprensibilità? E’ quando un nobile discepolo possiede una condotta irreprensibile, che agisca attraverso il corpo, la parola o il pensiero.

Questo è il potere dell’irreprensibilità.

E qual è il potere dell’inclusione? Ci sono quattro modi di essere inclusivi: la generosità, le buone parole, il prendersi cura, la parità.

Il dono migliore è il dono degli insegnamenti. La miglior forma di parola buona è non stancarsi di spiegare il Dhamma a chi è interessato e ascolta attentamente. Il modo migliore di prendersi cura è incoraggiare, indirizzare e consolidare chi è scettico nella fiducia, chi è amorale nella moralità, chi è avaro nella generosità, chi è ignaro nella comprensione. Il miglior tipo di parità è quella fra un entrato nella corrente e un altro entrato nella corrente; fra uno che torna una sola volta e un altro che torna una sola volta; fra un senza-ritorno e un altro senza-ritorno; fra un realizzato e un altro realizzato. Questo è il potere dell’inclusione.

Questi sono i quattro poteri.

Il nobile discepolo che ha questi quattro poteri ha superato cinque paure. Quali cinque? La paura legata al sostentamento materiale, la paura di essere giudicato male, la paura di essere ansioso in mezzo agli altri, la paura della morte, la paura di una rinascita sfavorevole.

Quindi quel nobile discepolo riflette così: “Non ho paura per quanto riguarda il mio sostentamento. Perché mai dovrei avere paura? Ho questi quattro poteri: il potere del discernimento, il potere dell’energia, il potere dell’irreprensibilità, il potere dell’inclusività.

“Chi è superficiale può aver motivo di temere per il proprio sostentamento.  Chi è pigro può aver motivo di temere per il proprio sostentamento. Chi fa cose riprovevoli con il corpo, la parola e il pensiero può aver motivo di temere per il proprio sostentamento. Chi esclude gli altri può aver motivo di temere per il proprio sostentamento.

“Non ho paura di essere giudicato male … Non ho paura di sentirmi ansioso in mezzo agli altri … Non ho paura della morte … Non ho paura di una rinascita sfavorevole.

“Perché mai dovrei avere paura? Ho questi quattro poteri: il potere del discernimento, il potere dell’energia, il potere dell’irreprensibilità, il potere dell’inclusività. Chi è superficiale … pigro … fa cose riprovevoli … esclude gli altri può aver motivo di temere un giudizio negativo … di sentirsi ansioso in mezzo agli altri … della morte … di una rinascita sfavorevole”.

Un nobile discepolo che possiede questi quattro poteri ha superato queste cinque paure.

(Traduzione condotta sul testo pali e sulla versione inglese di Bhante Sujato disponibili su SuttaCentral.net –  vedi anche il Saṅgahasutta AN 4.32 nella traduzione di Bhikkhu Bodhi per una diversa resa dei termini chiave).

Ritiro di ottobre a Tossignano Bologna

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La mente amichevole: introduzione alla meditazione di mettā

Tossignano (Bologna) 31 ottobre – 4 novembre 2018 

INFO QUI

Questo ritiro residenziale si rivolge preferenzialmente a chi già pratica la meditazione di consapevolezza e ha una conoscenza di base del Dhamma

Per facilitare l’organizzazione, chiediamo agli interessati di perfezionare l’iscrizione quanto prima e comunque entro il 17 ottobre Grazie!

thumbs_broussonetia-papyrifera-3L’accento è sulla coltivazione della benevolenza (mettā bhavanā) come base per lo sviluppo della concentrazione  e sostegno per la presenza mentale, con particolare riferimento agli insegnamenti contenuti nei Discorsi antichi sui 4 brahmavihāra o qualità espansive del cuore (benevolenza, compassione, apprezzamento, equanimità).  Oltre a esplorare la funzione della ‘mente amichevole’ nell’ottuplice sentiero, rifletteremo su come declinare questa virtù sociale e comunitaria nella  nostra realtà contemporanea.

LETTURE:

La tromba di conchiglia

Abbandonare i cinque impedimenti

Per chi è nuovo all’argomento:

La pratica dei brahmavihara

La via della benevolenza (discorso di Achaan Chandapalo)

APPUNTI DAL RITIRO:

METTĀ nei Discorsi antichi

CITAZIONI DAI SUTTA

Le registrazioni dei discorsi dal ritiro sono disponibili alla pagina Audio

 

 

 

 

 

 

La tromba di conchiglia

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L’uso di una grande conchiglia spiraliforme come strumento a fiato rappresenta uno dei modi più arcaici e naturali di produzione del suono, principalmente per assolvere a funzioni segnaletiche, in pace o in guerra, o anche in contesti rituali e festivi. In Sicilia, ad esempio, fino a 30-40 anni fa il suono della brogna (trumma o tromba di conchiglia) annunciava l’inizio di attività agricole come il trasporto delle olive nei frantoi o l’avvio dei mulini ad acqua utilizzati per la molitura del grano, e nelle battute di caccia serviva a stanare gli animali selvatici.Risultati immagini per turbinella pyrum trumpet ancient

Turbinella Pyrum

Nei testi del buddhismo antico il suono della conchiglia (saṅkha) – pieno, potente ed espansivo – ricorre come similitudine per la qualità inclusiva e pervasiva della mente che si sviluppa nella meditazione incentrata sui quattro illimitati” (appamāna) o “atteggiamenti sublimi” (brahmavihāra): la benevolenza (mettā) la compassione (karunā) la gioia partecipe o apprezzamento (muditā) e l’equanimità (upekkhā).

E’ come se vi fosse qualcuno che è abile nel suonare la conchiglia. Va in un posto dove nessuno l’ha mai udita prima. Sale sulla cima di un alto monte a mezzanotte e con tutte le forze soffia nella conchiglia. Ne esce un suono meraviglioso che pervade le quattro direzioni. (1)

La capacità del suono di estendersi nello spazio saturandolo con una specifica qualità percettiva rispecchia metaforicamente l’esperienza meditativa di un campo unificato e permeato da un singolo sentimento o sensazione significativa associata all’intento/pensiero di gentilezza, compassione, apprezzamento o equanimità. Questo particolare ‘suono’ tende non solo a colorare, per dir così, la coscienza come se quest’ultima fosse un contenitore statico, ma possiede un intrinseco dinamismo che estende la coscienza dissolvendo i contenuti  che generano misura e posizione: si parla dunque di una ‘mente illimitata’ perché non misurabile attraverso concetti e intenzioni che reificano l’esperienza, generando il confine fra soggetto e oggetto, interno ed esterno.

Così come il suono della tromba di conchiglia si diffonde senza ostacoli  dalla cima del monte e nella notte è chiaramente udibile da chiunque , così l’irradiazione dei brahmavihāra non è circoscritta o rivolta a qualcuno in particolare e presuppone la prospettiva ampia e non ostruita acquisita con il previo abbandono dei cinque impedimenti e dei pensieri distraenti (vedi post precedenti QUI e QUI) .

In questo senso, il metodo di meditazione attestato nella letteratura buddhista posteriore e insegnato in prevalenza anche oggi in occidente, consistente nello sviluppare sistematicamente la benevolenza, eccetera, verso di sé, la persona cara, la persona neutra e la persona non gradita od ostile, per poi estenderla a diverse classi di esseri e infine a tutti gli esseri senza esclusioni, si potrebbe forse intendere come un abile mezzo o addestramento preliminare volto a mettere in luce e superare i pregiudizi cognitivi ed emotivi per cui certi sentimenti o intenzioni positive sono evocati dalle caratteristiche attribuite dal meditante a un particolare oggetto, o comunque legati a una categoria di persone, piuttosto che essere l’espressione di un desiderio autonomo del cuore.

Nei Discorsi antichi, d’altro canto, è a più riprese sottolineato il valore della benevolenza e della compassione espresse con pensieri, parole e atti nei confronti di esseri o individui specifici (ad esempio i propri compagni di pratica, persone che agiscono scorrettamente, animali). Ma ciò sembra riferirsi più a un contesto relazionale e allo sviluppo di qualità e intenzioni etiche nel quotidiano, che non a un metodo di meditazione formale.

Traduco di seguito la sezione del Saṅkhadhama Sutta Saṃyutta Nikāya 42.8 dove ricorre la formula che nei Discorsi descrive invariabilmente la meditazione sui brahmavihāra (qui evidenziata in grassetto) e che termina appunto con la similitudine del suonatore di conchiglia. Il contesto è una conversazione fra il Buddha e il giainista Asibandhakaputta intorno alle conseguenze delle azioni eticamente rilevanti sulla qualità della futura rinascita (2). Il Buddha confuta la nozione semplicistica del kamma enunciata dal suo interlocutore, secondo cui la rinascita dipenderebbe dalle azioni che si compiono abitualmente, dicendo che se così fosse nessuno subirebbe le conseguenze negative dei propri atti nocivi, visto che anche un assassino passa la maggior parte del suo tempo a non uccidere, piuttosto che a uccidere. Tale conclusione paradossale, che nega il nesso di causa ed effetto e la responsabilità personale, è ritenuta insoddisfacente tanto dai buddhisti che dai giainisti, anche se con motivazioni diverse. Il Buddha, poi, mostra come sia possibile abbandonare qui e ora le azioni nocive e intraprendere azioni benefiche; e, oltre a ciò, sviluppare la mente e il cuore con la meditazione in modo da neutralizzare o indebolire gli effetti delle azioni compiute in passato sotto l’influsso di avidità, odio e illusione che limitano e condizionano la coscienza.

Il soggetto del brano seguente è qualcuno che ha ascoltato l’insegnamento del Buddha e ha fiducia di poter cambiare in meglio, superando il rammarico per i comportamenti e gli atteggiamenti non saggi del passato e impegnandosi giorno per giorno a vivere diversamente:

“Smette di uccidere e si astiene dall’uccidere. Smette di rubare e si astiene dal rubare. Smette di comportarsi irresponsabilmente in ambito sessuale e si astiene dal sesso irresponsabile. Smette di mentire e si astiene dal mentire. Smette di seminare zizzania e si astiene dal seminare zizzania. Smette di parlare in modo offensivo e si astiene da un linguaggio offensivo. Smette di chiacchierare inutilmente e si astiene dalle chiacchiere inutili. Abbandonando il desiderio invidioso, non nutre invidia. Abbandonando il rancore e l’odio, non nutre odio. Abbandonando le opinioni scorrette, adotta una prospettiva corretta. (3)

Quel discepolo dei nobili – senza avidità, senza malanimo, vigile, consapevole – pervade la prima direzione dello spazio con una mente colma di benevolenza; e così pure la seconda, la terza e la quarta direzione. In alto, in basso, in mezzo, ovunque, completamente: pervade tutto il mondo con una mente colma di benevolenza, vasta, magnanima, illimitata, non ostile e non aggressiva.   

 [come sopra]  pervade tutto il mondo con una mente colma di compassione: vasta, magnanima, illimitata, non ostile e non aggressiva.

[come sopra] pervade tutto il mondo con una mente colma di apprezzamento: vasta, magnanima, illimitata, non ostile e non aggressiva.

[come sopra] pervade tutto il mondo con una mente colma di equanimità: vasta, magnanima, illimitata, non ostile e non aggressiva.

Come una persona vigorosa che soffia nella tromba di conchiglia si fa sentire senza sforzo in tutte le direzioni, allo stesso modo, quando la liberazione del cuore tramite la benevolenza [la compassione, l’apprezzamento, l’equanimità] è stata coltivata e realizzata in questo modo, qualunque azione limitante del passato non lascia traccia né perdura. “

La temporanea liberazione del cuore (cetovimutti) tramite la benevolenza o le altre tre qualità/intenzioni illimitate è dunque una potente esperienza trasformativa che

‘Imita’ e precorre, esperienzialmente, la condizione ideale di una mente libera che esprime solo risposte sane ed evita intenzioni e reazioni non salutari. Con questo tipo di addestramento le radici delle tendenze della mente a generare karma basato sull’ignoranza si depotenziano dall’interno.(4) 

Una similitudine contenuta in un altro discorso (Aṅguttara Nikāya 3.100) paragona gli effetti di un’azione nociva di poco conto compiuta da qualcuno che ha sviluppato la virtù e ha una mente aperta e incline agli illimitati a un granello di sale disciolto nell’acqua del Gange: essendo l’acqua abbondante, non diventerà salata e inadatta a essere bevuta. Al contrario, un granello di sale disciolto in un bicchier d’acqua (in una mente ristretta) avrà il potere di renderla imbevibile.

Allora il nobile discepolo riflette così: ‘Prima, la mia mente era ristretta e sottosviluppata; ora è illimitata e ben sviluppata’.

A questo punto, secondo la logica dei Discorsi, il praticante che ha maturato una corretta prospettiva circa la sofferenza, le sue cause, la cessazione e il sentiero (ossia le quattro nobili verità) può compiere un ulteriore passo verso la liberazione ‘incrollabile’ esaminando l’esperienza meditativa del brahmavihāra alla luce della visione profonda o vipassanā, che mina il desiderio e la possibilità di aderire, identificarsi o aggrapparsi a un qualunque stato mentale o condizione di esistenza: (5)

‘Questa liberazione della mente tramite la benevolenza (ecc.) è condizionata e prodotta intenzionalmente; ma tutto ciò che è condizionato e prodotto intenzionalmente è impermanente, soggetto a cessazione’. Se persiste in ciò, ottiene l’esaurimento degli influssi [o se non l’ottiene, consegue come minimo il non-ritorno a un’esistenza sul piano sensoriale] Majjhima Nikāya 52

NOTE

  1.  Rendo in italiano un brano del Madhyama-āgama 152 tradotto dall’originale cinese dal ven. Anālayo in: Compassion and Emptiness in Early Buddhist Meditation pp. 23-24 (clicca sul link per scaricare il pdf del volume, nel quale l’autore mette a confronto testi appartenenti a diverse linee di trasmissione e redazione dei discorsi del Buddha – in particolare gli Āgama cinesi e i Sutta pali – per offrire un quadro dettagliato, coerente, ma anche ricco di sfumature, degli insegnamenti originari circa la pratica meditativa in oggetto). Cfr Majjhima Nikāya 99 (Subha Sutta) dove però la similitudine si limita a menzionare un vigoroso trombettiere che si fa udire senza sforzo nelle quattro direzioni  Clicca qui per leggere una trad. it del sutta o la versione inglese di Bhante Sujato.
  2. La prima parte del discorso, mia trad. it., si può leggere QUI
  3. Sulle dieci condotte non salutari e salutari cfr. il Saleyyaka Sutta (Majjhima Nikāya 41) qui mia trad. it.  SU ETICA E RETTA INTENZIONE  vedi QUI   e QUI
  4. Bhikkhuni Dhammadinnā, “Semantics of Wholesomeness: Purification of Intention and the Soteriological Function of the Immeasurables
    (appamāṇas) in Early Buddhist Thought”, 2014, p. 73.
  5. Per un esame dettagliato della coltivazione degli illimitati nel contesto del triplice addestramento superiore delineato nei testi del buddhismo antico  (etica, concentrazione e saggezza) rimando al saggio di Giuliana Martini (alias Bhikkhuni Dhammadinna), The Meditative Dynamics of the Early Buddhist Appamānas , 2011

Ritiro di Agosto a Tossignano Bologna

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Quiete e Visione profonda

Ritiro di meditazione a Tossignano (Bo)

Villa Santa Maria  18-26 agosto 2018

INFO QUI thumbs_broussonetia-papyrifera-3.jpg

Questo ritiro residenziale è adatto a meditanti con precedente esperienza e una conoscenza di base del Dhamma. Come sempre, per aiutare l’organizzazione chiediamo a chi è interessato di confermare l’iscrizione quanto prima e comunque ENTRO IL 31 LUGLIO scrivendo a inforitiri@gmail.com

In questo approccio, samatha e vipassanā (quiete e investigazione o visione profonda) sono integrate e complementari fin dai primi passi della coltivazione mentale, e applicate in modo organico tenendo presente gli insegnamenti del Buddha degli strati canonici più antichi (sutta) e in particolare quelli sulla pratica della consapevolezza dell’inspirare ed espirare (ānāpānasati).

Come introduzione ai concetti essenziali e alle basi testuali della pratica che svolgeremo nel corso dei ritiro consigliamo a tutti i partecipanti alcune

LETTURE:

Samatha e vipassana

Consapevolezza del respiro

Un grumo di schiuma

Il cuoco (Saṃyutta Nikāya 47.8) Nota: Il link riniva alla versione inglese di Bhikkhu Bodhi. Cliccando  in alto a destra sul menu a tendina si accede a traduzioni in altre lingue disponibili sul sito suttacentral.net, con l’avvertenza che non tutte le versioni sono egualmente attendibili o condotte sul testo pali originale.

Sui temi trattati al ritiro vedi anche citazioni e riferimenti alla pagina: 

https://letiziabaglioni.com/2017/06/17/ritiro-di-agosto-a-tossignano-bologna/

LE REGISTRAZIONI DEI DISCORSI TENUTI DURANTE IL RITIRO SONO DISPONIBILI ALLA PAGINA AUDIO