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Il blog di Letizia Baglioni

Archivi della categoria: Senza categoria

Clima: meditare e agire (2)

16 lunedì Dic 2019

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

≈ 5 commenti

Tag

cambiamento climatico, Etica buddhista, meditazione di consapevolezza, meditazione e impegno sociale

Come supplemento all’articolo già pubblicato su questo blog  Clima: meditare e agire condivido qui due recenti lavori di Bhikkhu Anālayo che affrontano il tema della crisi ecologica e del cambiamento climatico dal punto di vista del buddhismo antico e del modo in cui la pratica della presenza mentale può aiutarci a comprendere e non alimentare risposte emotive dolorose e inefficaci, come il diniego o l’indifferenza, la rabbia, l’ansia, il dolore e la rassegnazione, fornendoci riflessioni e strumenti per pensare e agire più saggiamente in tempi di crisi.

Un articolo, apparso originariamente sulla rivista Mindfulness, 2019, 10.9: 1926–1935 (tradotto in italiano) Un compito per la presenza mentale: affrontare il cambiamento climatico

Un saggio, pubblicato dal Barre Center for Buddhist Studies, Barre MA. 2019 Mindfully Facing ClimateChange

Nella prefazione al saggio del ven. Anālayo, l’insegnante di Dharma James Baraz osserva come chi pratica la meditazione sia spesso riluttante ad ascoltare discorsi su questo tema, considerandolo ‘troppo politico’ o fuori luogo nell’ambito di un ritiro, oltre che fonte di ansia e altre emozioni ‘difficili’:

Comprensibilmente, cercano scampo dall’intensità emotiva e dal bombardamento delle notizie sensazionalistiche piene di acrimonia, polemica e paura … Però, mi chiedo se non sia una contraddizione impegnarsi nella pratica cercando al tempo stesso di evitare la verità. Da un lato, vorrei offrire parole che calmano la mente e il cuore, ma dall’altro prendo sul serio l’esempio del Buddha secondo il quale, per essere veramente liberi, è necessario confrontarsi con dukkha [il disagio esistenziale] direttamente e trasformarlo abilmente in compassione e saggezza

La mia esperienza nel condividere il Dharma e la meditazione qui in Italia è molto simile. A volte chi si accosta a queste pratiche sembra nutrire l’aspettativa che la meditazione possa o debba schermare dalla realtà del mondo e della politica, quindi dalle sollecitazioni percepite da qualunque individuo adulto, inserito in un contesto sociale, a prendere posizione e orientare le proprie scelte, idee e condotte in maniera riflessiva e autonoma. Forse pensiamo che la meditazione dovrebbe proteggerci o renderci immuni dalla distruttività e inequità presente nella società umana, ma ancor prima nella nostra mente, in forme più o meno sottili. O ancora, che debba fornirci mezzi per ridurre magicamente l’ansia o trasformare la rabbia in qualcosa di ‘buono’ evitando il compito di accogliere, sentire, comprendere e digerire le nostre emozioni, assumendoci la responsabilità dei pensieri, delle percezioni e dei valori che le sottendono. Quasi che le emozioni siano entità indipendenti e causate da forze esterne a noi, da circostanze oggettive alle quali, tutt’al più, dovremmo sottrarci o imparare a rispondere con ‘equanimità’.

A me pare che, talvolta, gli insegnamenti buddhisti, l’insegnante, il gruppo di pratica e le pratiche stesse derivate dal buddhismo siano investite più o meno consciamente di una richiesta di rassicurazione e protezione simile a quella che il bambino rivolge ai genitori. Oppure, che fungano da elementi identitari che permettono di immaginarsi come i ‘buoni’, spesso intesi come i più fragili o più sensibili rispetto a un mondo orientato a disvalori ‘alieni’ come l’avidità, il consumismo, l’aggressività, l’odio o la competizione.

Il Buddha, però, ci invitava a vedere che questi disvalori hanno alla base meccanismi profondi che condizionano tutti noi, tramite l’ignoranza e la sete, cioè il desiderio innestato egocentricamente e attorno a premesse illusorie. L’altra faccia dell’idealizzazione è il disinganno, e quindi oggi è altrettanto diffuso un atteggiamento piuttosto cinico, scettico, o razionalista che nega la possibilità della libertà radicale e trasformazione profonda evocata nelle fonti del buddhismo storico e nelle testimonianze di coloro che la incarnano in diversa misura nel mondo contemporaneo. Tutt’al più, si sostiene, possiamo imparare ad accettare con compassione ciò che non possiamo cambiare, dentro di noi e nella società.

Certo, la capacità di rinunciare veramente e profondamente alle fantasie onnipotenti del bambino e iniziare a pensare e agire con umiltà, ma senza tirarsi indietro, non è impresa da poco: nella sfera sociale, nella vita privata e nell’arte della meditazione. Ma la pratica del Dharma, così come la intendo e la sperimento, aiuta in questo compito. E, lasciando andare le illusioni, quello che mi resta, sempre di più, non è cinismo, scetticismo, razionalismo, o il sorriso paternalistico dello stereotipo buddhista:  ma una semplice, sobria e calorosa buona volontà, che non sottovaluta né glorifica l’impatto di tante buone volontà connesse e indipendenti che operano in questo mondo.

Evitando ogni semplificazione, e con la consueta miscela di precisione accademica e desiderio di rendere utili agli altri questi insegnamenti che ama, i due lavori del ven. Analayo ci accompagnano, mi pare, in questa direzione.

Migranti

06 martedì Ago 2019

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

≈ 3 commenti

Come pausa estiva concedo a questo blog un piccolo detour dal Canone pali (e simili) per condividere una cosa che avevo scritto dieci anni fa, all’indomani dell’entrata in vigore della legge 94 del 2 luglio 2009 che introduce in Italia il reato di immigrazione clandestina  Non scrivo poesie, e nel caso non le conservo (e se le conservo non le leggo a nessuno); ma questa piccola ballata (con melodia da abbinare a piacere, canticchiando stonati) l’ho ritrovata “per caso” fra vecchi file all’indomani dell’approvazione del Decreto sicurezza bis  quindi si vede che voleva essere ascoltata.

Per me, parla l’io/tu plurimo (non corale) variabile e decentrato che incontro quando medito, o quando sto per la strada o siedo sui treni o nei locali in vigile   consapevolezza in mezzo ai miei simili; a volte, nella mente restano fotogrammi, occhiate scambiate, sensazioni, fantasie, stralci di conversazione; a volte, mentre il tutto scivola verso il silenzio, un pezzetto si appiccica sulla carta (o viene intonato ad alta voce, o col gesto). Voi traetene quel che vi pare (o non vi pare). E scrivetene altre, magari da lasciare davanti al parlamento, al comune, in ufficio, a scuola, o dove volete (sì, le istituzioni con la minuscola, perché è così che le vivo oggi, e vivo il mio paese, l’italia. Spero di tornare alla corretta ortografia quanto prima, o meglio ancora, che ne inventeremo una nuova per ora impensata).

Tu portavi una corona

di rosario intorno al collo

io una catena di pensieri interrotta

e una fame che non puoi comperare

Tu parli una lingua di troppo

la mia è troppo asciutta

ci vorrebbe del vino

la mia è troppo amara

com’è amaro il destino

Da dove vieni?

E dove vai?

Da dove vieni?

E dove vai?

Ti lascio il mio vestito bianco

anche il PC –  quello nero e cromato

(quello rosso e un po’ imbalsamato

l’hanno da tempo rottamato)

Ti lascio i miei Monet

col fieno dorato che fruscia al vento

in dieci in un appartamento

un palmo di terra su cui riposare

Sali sul mio cammello

che ondeggia come il mare

voglio portarti lontano

dove non ci possano trovare

cantami una canzone

non farmi addormentare

ti lascio all’angolo del tuo primo sogno

prima di ripartire

Tu avevi un velo nero

il volto piccolo un po’ affannato

io gli occhi grandi e un giornale spiegazzato

dalle cazzate di un giornalista venduto

Io ho un coltello affilato

tu i denti bianchi che fanno paura

io ho un violino intonato

tu hai ancora voglia di avventura

Da dove vieni?

E dove vai?

Da dove vieni?

E dove vai?

E  i morti invocano

un paese sicuro

senza pudore e senza cordoglio

c’è puzza d’imbroglio

c’è aria di botte:

vuoi essere uno di loro?

Sali sul mio cammello

che ondeggia come il mare

voglio portarti lontano

dove non ci possano trovare

cantami una canzone

non farmi addormentare

ti lascio all’angolo del tuo primo sogno

prima di ripartire.

Tu portavi una corona

di rosario intorno al collo

io una catena di pensieri interrotta

e una fame che non puoi comperare

sì, una fame che non puoi comperare.

MIGRANTI (canzone italiana) luglio 2009

Inno

07 domenica Lug 2019

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

≈ 3 commenti

In maniera fortuita, è tornata oggi alla mia attenzione la bella canzone di Leonard Cohen, Anthem.  Ne ho tradotto qui il testo, e ho aggiunto un video per farvela ascoltare (con molti ringraziamenti all’autore che lo ha postato su YouTube).

Mi sembra che dica, molto meglio di quanto potrei fare io in prosa, qualcosa che abbiamo bisogno di ascoltare quando le circostanze ci chiamano, come oggi (e forse come sempre) a dare il meglio di noi, invece di aggravare il mondo con il peso del nostro rifiuto, della nostra rabbia, della nostra rassegnazione. Aprire gli occhi nell’oscurità – internamente ed esternamente – con consapevolezza e amore rende la mente più forte e fiduciosa che limitarsi a volere la luce. Anche perché (e il Buddha sarebbe d’accordo) “C’è una crepa in ogni cosa…”

Cantavan gli uccelli
al levar del giorno
Ricomincia daccapo
dicevano
Non indugiare
su quel che è stato
o che non è ancora.

Le guerre saranno
combattute ancora
La sacra colomba
verrà catturata
comprata e venduta
e ricomprata ancora:
la colomba non è mai libera.

Suona le campane che ancora possono suonare
dimentica la tua offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Volevamo i segni,
li abbiamo avuti:
la nascita tradita
il matrimonio finito
la vedovanza
di ogni governo –
segni che ognuno può vedere.

Non posso più correre
con il  branco senza legge
mentre gli assassini altolocati
recitano preghiere ad alta voce.
Ma hanno evocato
una nube di tempesta
e mi farò sentire.

Suona le campane che ancora possono suonare
dimentica la tua offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Puoi sommare le parti
ma non avrai il tutto
Puoi attaccare la marcia
ma non c’è il tamburo
Ogni cuore, ogni cuore
verrà all’amore
ma come un rifugiato.

Suona le campane che ancora possono suonare
dimentica la tua offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.

Suona le campane che ancora possono suonare
dimentica la tua offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce.
è così che entra la luce.
è così che entra la luce.

I muri e il labirinto

27 domenica Gen 2019

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

≈ 2 commenti

Tag

antisemitismo, giorno della memoria, sovranismo

L’antisemita ha paura di scoprire che il mondo è fatto male: perché allora bisognerebbe inventare, modificare, e l’uomo si ritroverebbe padrone dei propri destini, provvisto di una responsabilità angosciosa e infinita. Perciò localizza nell’ebreo tutto il male dell’universo. […] È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo […] È un codardo che non vuol confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza al delitto senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effigie o nascosto dall’anonimato di una folla: uno scontento che non osa rivoltarsi per paura della sua rivolta. […]  Sceglie di non acquistare niente, di non meritare niente, ma che tutto gli sia dovuto per nascita – e non è nobile. Sceglie infine che il Bene sia bell’e fatto, fuori discussione, intoccabile: non osa guardarlo per timore d’essere indotto a contestarlo e a cercarne un altro. L’ebreo è qui solo un pretesto: altrove ci si servirà del negro, o del giallo. La sua esistenza permette semplicemente all’antisemita di soffocare sul nascere ogni angoscia persuadendosi che il suo posto è stato da sempre segnato nel mondo, che lo attende, e che egli ha, per tradizione, il diritto d’occuparlo. L’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana.  (Jean-Paul Sartre, Réflexions sur la question iuive)

Al di là di quanto l’analisi sartriana riesca a gettar luce sulla ‘questione ebraica’ nelle sue ramificazioni storiche,  ho voluto condividere questo brano perché nel Giorno della Memoria quest’accorata denuncia del ’46 suona penosamente attuale. E anche perché tocca un punto sensibile in chi, per scelta o necessità, vive nel mondo con un cuore o uno sguardo autenticamente contemplativo. A tu per tu con quella “paura di fronte alla condizione umana” che evitata e rimossa genera mostri, ma abbracciata e compresa, senza alzare i muri del pregiudizio e delle emozioni preconfezionate, porta frutti di amore e intelligenza, coraggio e liberazione. Cosa ha da offrire un ‘meditante’, alla società, se non un cuore reso più umile, e meno nocivo, dall’incontro quotidiano e spassionato con ciò che tutti tendiamo a fuggire o respingere: se stesso, la sua coscienza, la sua libertà, i suoi istinti, le sue responsabilità, la solitudine, il cambiamento della società e del mondo?

A patto però di non fare dell’antisemita e dei suoi parenti e reincarnazioni (il razzista, sovranista, xenofobo, omofobo ….) una categoria antropologica, o un bersaglio di comodo per consolarsi della propria impotenza e sentirsi buoni a buon mercato. Così facendo (e lo si fa molto, di questi tempi) non si smaschera affatto l’illusione di fondo, non si accetta che “il mondo è fatto male” (e quindi: rimbocchiamoci le maniche, non aspettiamoci miracoli o gratificazioni,  smettiamo di dare colpe a destra e a manca, restiamo sani, facciamo il bene, non mettiamolo su un piedistallo, generiamo e promuoviamo dinamiche sociali virtuose, denunciando quelle violente e nocive, invece di contrapporci in schieramenti pregiudiziali). D’altra parte, l'”antisemita” sartriano si riaffaccia, in spirito se non alla lettera, nel ritratto dell’Italiano dell’ultimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, in particolare nel capitolo intitolato sinistramente  Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria.  Il “sovranismo psichico” è qui definito come “una reazione pre-politica con profonde radici sociali … che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”. Paroloni, per dire quel disagio che tutti sentiamo direttamente o indirettamente e che ci induce a guardare con sospetto il nostro prossimo.

Non che l’antisemitismo vero, nella sua letterale bruttezza, sia estinto o resti in vigore solo come metafora:  per restare a casa nostra, l’Osservatorio del CDEC documenta per l’anno appena trascorso 181 casi di aggressioni, prevaricazioni o manifestazioni di intolleranza contro persone, simboli o luoghi in quanto ebrei o legati all’identità ebraica, molti perpetrati sul web, ma non solo, con un netto crescendo rispetto agli anni precedenti.  Ma la mappa dell’intolleranza e del pregiudizio si estende oggi come allora anche ad altri soggetti:  chiunque perché più povero, più debole, scomodo o semplicemente diverso può divenire un bersaglio. La coscienza dell’inclusione e della ricchezza nella diversità cresce, e di pari passo cresce la reazione.  Oggi decine di barriere dividono popoli e paesi. Sono state innalzate per ostacolare flussi migratori, per creare confini o per difenderli. In gran parte sono successive al 1989 (anno della caduta del Muro di Berlino).

Che dire, che fare? Bollare un intero popolo, un intero Paese, prendersela coi governi, con la crisi economica, con un gruppo o tipologia di persone sartrianamente in fuga dall’angoscia esistenziale?  Prendere ispirazione dalla Storia e dalle storie per trovare le risposte e i percorsi possibili è uno dei valori che io sento legati al Giorno della Memoria.

Un percorso che ho trovato esemplare e su cui è stato bello per me riflettere in questi giorni è quello raccontato nel film  Il labirinto del silenzio (2014), disponibile ancora per poco su RaiPlay (per vederlo bisogna registrarsi gratuitamente al sito http://raiplay.it/). Il film si ispira alle inchieste del giudice Fritz Bauer che portarono nel 1963 al processo di Francoforte (o Secondo Processo di Auschwitz) contro 22 imputati per crimini commessi fra il 1940 e il 1945 nel campo di concentramento. Nel 1958 in Germania nessuno vuole sapere la verità e nessuno riesce a dirla, mentre l’establishment cerca di coprire personaggi influenti compromessi col nazismo. Il protagonista è un giovane procuratore, collaboratore di Bauer, che rischia di smarrirsi nel labirinto del silenzio e dell’angoscia ma si ritrova, dando voce alle vittime e scoprendo che il male è molto più vicino di quanto ognuno fosse pronto a credere, ma può essere vinto dall’amore e dalla forza della verità.

Perdono

12 lunedì Feb 2018

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

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Di recente ho avuto modo di rivedere il bellissimo Mission (1986)  e fra i tanti aspetti notevoli di quel film c’è un pensiero profondo sulla colpa e sul perdono affidato dal regista al personaggio del mercenario e cacciatore di schiavi Rodrigo Mendoza (Robert De Niro).

La scena clou è così eloquente che merita di essere condivisa senza altro commento (e grazie a chi l’ha postata su Youtube). Non serve neppure aver visto il film. Basta lasciarla risuonare liberamente, senza interpretazioni a senso unico (storiche o metaforiche, etiche, sociali o intrapsichiche).

Al di là dei dettagli biografici con cui ci identifichiamo e della parte che ci troviamo a giocare al momento – oppressore, oppresso, nessuno dei due, un pochino di entrambi – nascere alla dimensione umana implica avere dentro questa storia e la scomoda eredità di un oscuro passato di violenza e di colpa, rivendicazione e riscatto che ci portiamo dietro e riperpetuandosi ci intralcia.

Dedicato a chi aspira a comprendere il dolore e le sue cause, e a concedere e ricevere compassione e perdono.

Passato e presente

27 sabato Gen 2018

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

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Tag

giorno della memoria

Il Giorno della Memoria è celebrato ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

C’è un vistoso paradosso quest’anno dietro il giorno della memoria: la data corre un pesante rischio di assuefazione e di ritualizzazione retorica proprio mentre i disvalori che si proponeva di combattere trovano nel nostro discorso pubblico uno spazio che non avevano mai avuto.

Marino Sinibaldi, Il dovere della memoria nel 2018, leggi l’articolo su Internazionale

Credo sia essenziale, per la salute nostra e della società di domani, da un lato riconoscere l’unicità della shoah e mantenerne nitida la percezione nel tessuto della nostra coscienza storica, politica e morale di italiani ed europei. Dall’altro,  generare connessioni significative fra passato e presente che ci aiutino a riconoscere e denunciare i disvalori come tali, e a cogliere per tempo i segni di dinamiche sociali,  modalità di pensiero, slogan e orientamenti politici che fanno rientrare dalla finestra ciò che speravamo di aver messo alla porta.  Questo duplice intento mi sembra ben espresso dallo schietto antifascismo del nostro Presidente Mattarella  e dalla recente nomina di Liliana Segre come senatrice a vita.

Vi segnalo qui una puntata della trasmissione Passato e Presente, su Rai Storia  (occorre registrarsi gratuitamente al sito RAI per vederla) Nell’estate del 1939 le norme antiebraiche sono ormai entrate nell’ordinamento giuridico di molti paesi europei, oltre la Germania: l’Ungheria, la Romania, la Slovacchia, la Polonia, l’Italia, l’Austria annessa al Terzo Reich. Per centinaia di migliaia di ebrei l’unica via di salvezza, malgrado le incognite e le difficoltà di un trasferimento all’estero, è abbandonare il proprio paese d’origine.infuga

Il conduttore Paolo Mieli e gli storici suoi ospiti, coadiuvati da belle immagini di repertorio,  raccontano le storie di chi tentò di emigrare o di mettere in salvo altri ebrei in fuga dalle persecuzioni razziali. Sono storie che hanno echi profondi nel nostro presente. Sono Gustav Schroeder, capitano del Transatlantico St. Louis, che riesce a salvare i 937 passeggeri, per la maggior parte ebrei, respinti dagli Stati Uniti e dal Canada; l’allenatore di calcio Arpad Weisz, ungherese, che trova riparo in Italia ma poi, costretto a trasferirsi in Olanda dopo la promulgazione delle leggi razziali, viene deportato ad Auschwitz; Oskar Tanzer, ebreo tedesco che si stabilisce in Italia e che, dopo il varo delle norme antisemite, sarà aiutato a mettersi in salvo da Don Primo Mazzolari; Paul Grninger, capo della polizia del cantone svizzero di San Gallo, che dopo la chiusura delle frontiere aiuta oltre tremila ebrei ad oltrepassare il confine, un “dovere umano”, come lo definisce egli stesso, che gli causerà la perdita del lavoro e lo ridurrà in povertà.

I nomi, i volti, le circostanze precise e puntuali. Mi fa piacere condividerli qui, perché rivivano nel nostro cuore e nei nostri pensieri e ci insegnino qualcosa su noi stessi e il nostro presente.

 

 

La paura e il manganello 2

30 giovedì Nov 2017

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

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Tag

estrema destra, violenza

Rilancio qui il servizio di Radio3 Rai dedicato all’irruzione di un gruppo di naziskin nella sede di un’associazione di Como che si occupa di accoglienza e assistenza ai migranti  Tutta la città ne parla 

Il succo del fatto di cronaca si può leggere QUI   L’azione del gruppo neofascista non ha comportato violenze fisiche o danni alla proprietà: i presenti sono stati ‘solo’ costretti ad ascoltare un proclama in cui venivano accusati di fomentare una pericolosa invasione e causare la progressiva “sostituzione”  del popolo europeo con un “non popolo” (?).  Quali indicibili angosce psicotiche, e scenari fantascientifici, risuonino in questo straordinario pronunciamento, lascio a  voi esaminare.

Fra qualche ora il dibattito, che include il racconto dei fatti dal punto di vista di uno dei volontari,  si potrà riascoltare in Podcast trasmissione del 30/11/2017

“La paura nasce dall’armarsi” ci ricorda il Buddha nei bei versi del Sutta Nipata LEGGI IL POST PRECEDENTE  Ma la mente non educata e non riflessiva continua, inesorabile, a immaginare il contrario (“devo armarmi per sconfiggere il pericolo ed eliminare la paura”) e necessita di pressare e travasare sugli altri, o meglio dentro agli altri, ciò che non sa affrontare, capire, digerire, trasformare. A me pare che la debolezza dello Stato, la vaghezza amorfa del corrente concetto di tolleranza (“chiunque può dire la propria, tutte le opinioni valgono uguale”) amplifichino il senso di una mancanza di confini e di limiti, generando uno spazio sociale caotico e frammentato dove sentirsi esistere è difficile. E dunque gettare una bomba con le parole, farsi ascoltare non per convincere, per sollevare un problema, per proporre, per rivendicare un diritto, ma per immaginarsi vivere: per stare a galla in un mare di rappresentazioni mentali dove toccare la terra di una comune umanità e svegliarsi dall’incubo risulta impossibile, o forse troppo doloroso.

A un certo punto abbiamo pensato che dividere il mondo in buoni e cattivi fosse ingiusto, pericoloso, inadeguato a descrivere la realtà e la Storia; che tutti avessero eguale diritto di parola e di azione indipendentemente dalla qualità di ciò che pensano e fanno e dagli effetti che producono. E se fosse il momento di fare un piccolo, consapevole, passo indietro e, senza intenti persecutori o disprezzo, rinsaldare gli argini della convivenza democratica, comprendere che le intenzioni e i progetti per cui la gente si associa e si riunisce non sono tutti validi e accettabili? E se invece delle condanne salottiere del razzismo (dell’antisemitismo, dell’omofobia e via elencando) si decidesse di rispettare e applicare le leggi, ad esempio l’art. 4 della legge 20 giugno 1952, (apologia del fascismo) o la legge 25 giugno 1993, n. 205 (legge Mancino)?  Condivisibile, in questo senso, è il commento di Saverio Ferrari su Il Manifesto di oggi .  Non sono così ingenua da credere che basti la legge o la repressione per cambiare la mentalità delle persone o per tenere a bada i cattivi e vivere tutti felici e contenti. Ma l’infinito dibattito in cui sembra che non abbiamo mai scelto, come Paese, da che parte stare, ci mette nella pericolosa situazione di attendere l’atto eclatante, la violenza efferata o l’abuso esplicito da parte di un individuo o di un gruppo per poter correre ai ripari e dire: “No, spiacente ma questo non è accettabile”.

Sempre più comprendo il valore inestimabile del Dhamma e la possibilità per chi educa se stesso di contribuire a una cittadinanza responsabile, meno vulnerabile all’angoscia, alla rabbia, all’autogiustificazione moralistica, all’impotenza (stavo per dire al ‘disfattismo’, ma mi sono ripresa in tempo … smile!)

Chi siamo “noi”? (2)

08 mercoledì Feb 2017

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

≈ Commenti disabilitati su Chi siamo “noi”? (2)

Al volo e praticamente a caso dalle notizie di oggi, due esempi di cosa succede a uscire dalle proprie caselle – non è altruismo, né idealismo: è intelligenza politica sociale ed economica!

E’ sempre l’empatia il primo passo: trovare un elemento in comune che mi connette al diverso o alla ‘naturale’ controparte, qualcosa che parla alla mia esperienza. Riconoscere il proprio interesse nell’interesse dell’altro, al di là di logiche e schieramenti prefissati, di identità unilaterali, crea nuove alleanze e mina vecchi conflitti, aprendo squarci salutari dove è possibile respirare pensare e agire in modo creativo e più efficace. 

“Quello è il mio Rabbino!” New York: Portano distintivi con su scritto “Anche noi eravamo rifugiati” e applaudono ai 19 rabbini, cantori e attivisti del gruppo T’ruah arrestati mentre inscenano un pacifico sit-in contro la politica anti-islamica di Trump. leggete QUI

“Licenziarono mia moglie, non sarò come loro” – Mestre: un imprenditore assume una donna incinta al 9 mese. Come un gesto contro-intuitivo accende l’entusiasmo e crea un circolo virtuoso nell’azienda – leggete  QUI

Un consiglio dall’antica saggezza del Buddha (Sutta Nipata 2.4): “Associarsi ai saggi, non associarsi agli stolti; onorare ciò che è degno di essere onorato: questa è una grande protezione”.

Cercate e condividete con gli altri le notizie che vi ispirano, contribuite alla salute emotiva e al pensiero libero dei vostri amici e delle vostre comunità fisiche o virtuali! La rabbia, l’indifferenza, l’avidità, la paura e la stupidità non sono l’unico mondo possibile. Contribuisci a creare il mondo in cui vive il tuo cuore.   

Chi siamo “noi”?

07 martedì Feb 2017

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

≈ Commenti disabilitati su Chi siamo “noi”?

Condivido volentieri un video realizzato dalla TV danese ma che spero vi parli nella vostra lingua come ha parlato a me (anche se ha i sottotitoli in inglese…) al posto di “Danimarca” possiamo mettere “Italia” o qualunque altro paese o comunità dove ogni giorno la sfida è immaginare e poi scoprire tutto ciò che abbiamo in comune …

Cosa succede quando smettiamo di incasellare le persone?

 

Bhikkhu Bodhi sulle elezioni USA

10 giovedì Nov 2016

Posted by Letizia Baglioni in Senza categoria

≈ 4 commenti

Questo intervento del Ven. Bhikkhu Bodhi, a cui siamo tutti debitori per aver dischiuso in una lingua occidentale il tesoro dei Discorsi del Buddha, parla non solo agli Americani che si confrontano con un difficile momento della loro storia politica e sociale, ma a tutti noi che amiamo e pratichiamo il Dhamma e ci sforziamo di capire come coniugare il sentiero della pace del cuore con la partecipazione sensibile e intelligente al turbolento spazio della polis – dove apprendiamo l’inevitabile connessione della nostra vita a quella degli altri, e impariamo che le scelte, i valori, i pensieri e le emozioni agiscono ben al di là dei limiti di questa pelle, di questa ‘testa’, di questo paese. Non ho il tempo di tradurlo, ma se qualcuno vuole provarci (anche in parte) posti come commento a questo articolo. Se  cliccate in alto a destra su Commenti leggerete intanto un piccolo stralcio in italiano

Buddhist Global Relief

Ven. Bhikkhu Bodhi

It was with feelings of shock and dismay that early this morning I woke up to learn that Donald Trump had been elected president of the United States. Although, as a monk, I do not endorse political candidates or align myself with political parties, I feel that as a human being inhabiting this fragile planet, I have an obligation to stand up for policies that promote economic and social justice, respect for the innate dignity of all human beings, and preservation of the earth’s delicate biosphere. By the same token, I must oppose policies detrimental to these ideals. I see politics, not merely as a naked contest for power and domination, but as a stage where great ethical contests are being waged, contests that determine the destiny—for good or for ill—of everyone in this country and on this planet.

Trump’s presidential campaign challenged each of the ethical…

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