Come supplemento all’articolo già pubblicato su questo blog Clima: meditare e agire condivido qui due recenti lavori di Bhikkhu Anālayo che affrontano il tema della crisi ecologica e del cambiamento climatico dal punto di vista del buddhismo antico e del modo in cui la pratica della presenza mentale può aiutarci a comprendere e non alimentare risposte emotive dolorose e inefficaci, come il diniego o l’indifferenza, la rabbia, l’ansia, il dolore e la rassegnazione, fornendoci riflessioni e strumenti per pensare e agire più saggiamente in tempi di crisi.
Un articolo, apparso originariamente sulla rivista Mindfulness, 2019, 10.9: 1926–1935 (tradotto in italiano) Un compito per la presenza mentale: affrontare il cambiamento climatico
Un saggio, pubblicato dal Barre Center for Buddhist Studies, Barre MA. 2019 Mindfully Facing ClimateChange
Nella prefazione al saggio del ven. Anālayo, l’insegnante di Dharma James Baraz osserva come chi pratica la meditazione sia spesso riluttante ad ascoltare discorsi su questo tema, considerandolo ‘troppo politico’ o fuori luogo nell’ambito di un ritiro, oltre che fonte di ansia e altre emozioni ‘difficili’:
Comprensibilmente, cercano scampo dall’intensità emotiva e dal bombardamento delle notizie sensazionalistiche piene di acrimonia, polemica e paura … Però, mi chiedo se non sia una contraddizione impegnarsi nella pratica cercando al tempo stesso di evitare la verità. Da un lato, vorrei offrire parole che calmano la mente e il cuore, ma dall’altro prendo sul serio l’esempio del Buddha secondo il quale, per essere veramente liberi, è necessario confrontarsi con dukkha [il disagio esistenziale] direttamente e trasformarlo abilmente in compassione e saggezza
La mia esperienza nel condividere il Dharma e la meditazione qui in Italia è molto simile. A volte chi si accosta a queste pratiche sembra nutrire l’aspettativa che la meditazione possa o debba schermare dalla realtà del mondo e della politica, quindi dalle sollecitazioni percepite da qualunque individuo adulto, inserito in un contesto sociale, a prendere posizione e orientare le proprie scelte, idee e condotte in maniera riflessiva e autonoma. Forse pensiamo che la meditazione dovrebbe proteggerci o renderci immuni dalla distruttività e inequità presente nella società umana, ma ancor prima nella nostra mente, in forme più o meno sottili. O ancora, che debba fornirci mezzi per ridurre magicamente l’ansia o trasformare la rabbia in qualcosa di ‘buono’ evitando il compito di accogliere, sentire, comprendere e digerire le nostre emozioni, assumendoci la responsabilità dei pensieri, delle percezioni e dei valori che le sottendono. Quasi che le emozioni siano entità indipendenti e causate da forze esterne a noi, da circostanze oggettive alle quali, tutt’al più, dovremmo sottrarci o imparare a rispondere con ‘equanimità’.
A me pare che, talvolta, gli insegnamenti buddhisti, l’insegnante, il gruppo di pratica e le pratiche stesse derivate dal buddhismo siano investite più o meno consciamente di una richiesta di rassicurazione e protezione simile a quella che il bambino rivolge ai genitori. Oppure, che fungano da elementi identitari che permettono di immaginarsi come i ‘buoni’, spesso intesi come i più fragili o più sensibili rispetto a un mondo orientato a disvalori ‘alieni’ come l’avidità, il consumismo, l’aggressività, l’odio o la competizione.
Il Buddha, però, ci invitava a vedere che questi disvalori hanno alla base meccanismi profondi che condizionano tutti noi, tramite l’ignoranza e la sete, cioè il desiderio innestato egocentricamente e attorno a premesse illusorie. L’altra faccia dell’idealizzazione è il disinganno, e quindi oggi è altrettanto diffuso un atteggiamento piuttosto cinico, scettico, o razionalista che nega la possibilità della libertà radicale e trasformazione profonda evocata nelle fonti del buddhismo storico e nelle testimonianze di coloro che la incarnano in diversa misura nel mondo contemporaneo. Tutt’al più, si sostiene, possiamo imparare ad accettare con compassione ciò che non possiamo cambiare, dentro di noi e nella società.
Certo, la capacità di rinunciare veramente e profondamente alle fantasie onnipotenti del bambino e iniziare a pensare e agire con umiltà, ma senza tirarsi indietro, non è impresa da poco: nella sfera sociale, nella vita privata e nell’arte della meditazione. Ma la pratica del Dharma, così come la intendo e la sperimento, aiuta in questo compito. E, lasciando andare le illusioni, quello che mi resta, sempre di più, non è cinismo, scetticismo, razionalismo, o il sorriso paternalistico dello stereotipo buddhista: ma una semplice, sobria e calorosa buona volontà, che non sottovaluta né glorifica l’impatto di tante buone volontà connesse e indipendenti che operano in questo mondo.
Evitando ogni semplificazione, e con la consueta miscela di precisione accademica e desiderio di rendere utili agli altri questi insegnamenti che ama, i due lavori del ven. Analayo ci accompagnano, mi pare, in questa direzione.